Rinnovo dei voti religiosi

A te, Signore, offrirò un sacrificio di ringraziamento.

12 e 15 Settembre 2020 … giorni “feriali” come tanti, ma in questo mese, hanno assunto per la nostra famiglia religiosa, un volto del tutto speciale.

Il rinnovo dei voti religiosi di povertà, castità e obbedienza è una conferma, proprio nella quotidianità, della scelta di fede, del proprio sì di donare al Signore e agli altri la propria vita.

Far entrare il Signore nelle nostre giornate, donare la vita, non sono scelte impossibili o incompatibili con il nostro tempo. Alcune volte “dargli carta bianca” può farci paura è vero, ma questo accade perché ci dimentichiamo che: “noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”, è nella comunione con gli altri che possiamo rispondere con coraggio e con ardire al Signore, e di farlo con la parola e con la vita, perché sono felice e perché ho alle spalle la mia famiglia, la Chiesa.

Quando mi slancio in questo sì, quando vedo che fa aderire sempre più la mia vita alla Parola e la Parola alla vita, e quando vedo che gli altri trovano frutti buoni nella mia esistenza, allora sgorga spontaneamente un canto di ringraziamento perché non è frutto della mia fatica, ma dei benefici che il Signore mi ha concesso, della sua fedeltà.

Anche noi, unite alla nostra famiglia religiosa, con profonda gratitudine, desideriamo rendere grazie al Signore, facendo nostre le parole del salmo 115, innalzando, così, a Dio il nostro canto di lode:

 

“Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?

Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore”.

 

Suor Giada Maria, suor Mariam e suor Dina

Notizie dalla CasaFamiglia

All’improvviso ci siamo trovate tutte: suore, ragazze grandi e piccole, chiuse nella nostra piccola casa S. Giuda Taddeo a Roma.

Nei primi giorni ci siamo proprio divertite, attorno a una tavola per giocare insieme o in giardino approfittando delle belle giornate.

Chiacchierando, scherzando, facendo i balli, il barbecue e poi guardando le notizie del telegiornale, leggendo i nuovi decreti e ridendo delle vignette che uscivano ogni giorno sul Coronavirus … tante cose belle che ci hanno legate di più l’una all’altra. Tutte insieme appassionatamente!

E’ stata un’ottima occasione per aiutarci a tessere rapporti più stretti e approfondire le nostre relazioni.

Abbiamo avuto anche il tempo di raccontarci le nostre storie e le esperienze del passato, cosa che qualche volta ci ha fatto piangere e altre volte ridere. Ci ha fatto toccare con mano quante grazie abbiamo avuto nel nostro cammino fino a questo momento.

Abbiamo avuto il tempo per aprire discorsi seri e discuterci sopra, esprimere i nostri punti di vista, non sempre uguali o simili agli altri, mettendoci così in discussione.

Certamente siamo passate tra la noia dello stare a casa e la voglia di uscire e fare delle passeggiate con gli amici o visitare i familiari.

Una volta saputo che le scuole non riaprivano più e che si sarebbe continuato il cammino scolastico online ci

siamo rese conto di dover trovare i mezzi per il collegamento via Zoom a ciascuna ragazza e che serviva trasformare alcune stanze della casa in classi per le lezioni.

In seguito leggerete alcune nostre riflessioni – delle giovani e delle responsabili- su questo tempo così particolare:

 

In questo tempo di quarantena ho vissuto come tutte le persone: male. Perché non potevamo fare le cose che volevamo fare, del tipo trovarci con i familiari, uscire con gli amici, fare shopping, andare in giro e soprattutto andare nei centri commerciali … Però ho imparato a fare più cose, che prima non facevo: cucinare, fare i dolci e soprattutto sono riuscita a stabilire rapporti più stretti con le persone che ho accanto con cui prima non vedevo la possibilità di poterci avvicinare. Il Coronavirus mi ha dato la possibilità di stare con le altre ragazze giocando, scherzando e ridendo tutte insieme. Ma a me manca tanto la scuola e mi è dispiaciuto molto non poter partire per Mirabilandia…

A parte questo, il tempo di quarantena penso sia stato l’ottima occasione per me e per tutti gli studenti per diventare più tecnologici e più capaci di usare l’internet e Zoom.

Voglio dire a tutti: “Approfittate della vita, perché di vita ne abbiamo una soltanto e non cadete nella disperazione.”

 

Eleonora scrive:

 

Questa quarantena per me è stata un vero e proprio inferno, anche se sono più una tipa da casa che da uscita, non potevo ignorare il fatto che non si potevano fare più cose banali del tipo uscire per andare a trovare i parenti o anche solo per farsi una passeggiata e ciò ha influito molto negativamente sul mio umore.

Ho dovuto inoltre interrompere il mio tirocinio, che mi avrebbe aperto una strada per il mio futuro.

Questo periodo buio è stato però anche un modo per riflettere: dopo aver fatto una scemenza, scappando da mia madre in un momento di debolezza, e mettendo così a rischio la mia salute e quella degli altri . Poi per fortuna le cose si sono rimesse apposto quando ho potuto fare il tampone e rientrare in casa-famiglia.

Il Coronavirus in questa situazione mi ha insegnato che prima di agire devo pensare, non 100 ma 1000 volte prima di commettere appunto una stupidaggine. Però posso dire che, oltre ad aver perso il lavoro e la possibilità di uscire, ho riscoperto il senso dello stare insieme. Quindi fare diverse attività come giocare tutte insieme a carte o a Risiko o magari anche solo una chiacchierata…tutto ciò ti fa sentire meglio.

#andràtuttobene

Ciao a tutti, io sono Medaks. Nel tempo della quarantena mi sono sentita chiusa in gabbia, come un uccello senza le ali. È stato un periodo difficile per tutti quanti, perché facevamo sempre le stesse cose.

All’inizio quando abbiamo saputo del virus l’abbiamo ingorgato, ma l’annuncio dell’obbligo di rimanere a casa ci ha colpiti veramente tanto, quei pochi secondi hanno cambiato la nostra vita e per una volta, tutti ci siamo sentiti uguali.

Le lezioni che ho imparato in questo periodo sono veramente tantissime: la prima è stata poter restare a casa tutte unite insieme. Nonostante tutto siamo state serene e calme e pazienti per oltrepassare le onde che ci circondavano.

Questo virus ci tratta tutti allo stesso modo e forse dovremmo iniziare a farlo anche noi e non fare mai le

differenze. Ci ricorda che la vita è corta quindi dobbiamo fare ciò che è più importante, ovvero aiutarci a vicenda.

Ovviamente abbiamo perso la vita sociale, come la scuola, l’uscire con nostri amici, il lavoro, ma posso affermare che 70 giorni a casa mi hanno insegnato molto dandomi la possibilità di cucinare … Insomma, il tempo del Coronavirus ci ha tolto tante cose, ma ce ne ha date tante altre.

È vero che questo periodo è stato molto difficile e ha portato via tante vittime.

Quando la nostra vita tornerà alla normalità credo che nessuno di noi sarà più lo stesso di prima. Spero che noi abbiamo capito e imparato che la vita è una lotta che ha bisogno del nostro coraggio, che può trasformare un ostacolo in un possibile vantaggio per il nostro bene.

Alla fine voglio dire al coronavirus: GRAZIE che ci hai fatto capire il valore della vita e dell’umanità.

Io sono Angel, per me il periodo di quarantena non è stato facile. Vedendo tutte queste persone morte, è stata più di una tragedia, ma man mano siamo andanti avanti e l’abbiamo superata, ormai abituati. Anzi io ero già abituata in Africa, dove migliaia di persone muoiono ogni giorno non solo di malattia, ma di vari motivi. Il coronavirus mi ha insegnato ad apprezzare la vita come è ad avere l’amore per il prossimo/vicino. Ho imparato a fare vedere l’amore vero alle persone alle quale tengo e che a me sono cari (sia amici che parenti…) e infine a credere e ad avere fede sempre nonostante le difficoltà, perchè la vita ci nasconde tante sorprese…

Io non mi sento di aver perso nulla, ma anzi ho guadagnato tante cose, soprattutto mi ha fatto crescere nel cammino della mia fede.

 

E’ stato infatti un tempo libero che DIO mi ha dato per contemplare la sua Divinità e cercarla sempre più in profondità facendomi vedere la sua Bontà e l’opera della SUE mani Potenti … Se continuo a scrivere, scriverei mille pagine sulle cose che, solo in questo periodo, DIO ha fatto nella mia vita …

E’ arrivata l’ora di cercare DIO con sincerità e onestà. Dobbiamo cercare DIO con tutto il cuore e non aspettare nessuno che ci dica che cosa dobbiamo fare e come possiamo essere uniti al Signore, perché il rapporto tra DIO e noi umani è nel cuore, perché DIO guarda prima il nostro cuore!

Dobbiamo chiedere al nostro SIGNORE di stare nella sua luce operando ogni cosa in quella luce e non nella tenebra. E lì vedremo che i nostri occhi si apriranno ed inizieremo a vedere tutte le cose, buone o cattive, giuste o sbagliate e lì possiamo conoscere le persone che abbiamo accanto e impariamo a distinguere e fare discernimento di scelte buone ….

Voglio dire al Coronavirus: hai fatto bene a venire, hai dato ad ognuno di noi il tempo di esaminare il proprio cuore, di capire e vedere le cose che fa, se sono giuste o no. L’unica cosa che hai sbagliato è quella di esserti portato via le vite delle tue vittime.

Ecco abbiamo condiviso con voi alcuni dei nostri pensieri su come abbiamo abbracciato questo tempo così unico e particolare. Continuiamo a pregare per tutto il mondo, specialmente per le persone che più stanno soffrendo.

Le ragazze e sr Dina

Sinodo amazzonico e le nostre comunità – siamo chiesa in cammino

Ciao, sono suor Giuseppina e sono tornata in Italia dal Brasile a metà ottobre, mentre il Sinodo sull’Amazzonia era in corso. Io non ho partecipato al Sinodo ma ho vissuto e vivo nella mia pelle quello che ha significato per i brasiliani sentirsi al centro delle attenzioni, non solo della Chiesa Cattolica ma anche per il mondo intero.Il problema dell’Amazzonia riguarda tutti gli stati del mondo, lo sappiamo, ma io mi chiedo: quanta coscienza c’è in me, in te, in noi, che non riguarda solo le decisioni dei grandi ma che riguarda le scelte che facciamo ogni giorno nel nostro modo di vivere? Sì, sono anche le scelte di come vivo, di cosa compro che possono influire sul tipo di utilizzo che faccio della nostra Madre Terra. Può essere un utilizzo sostenibile o sfruttamento selvaggio della Terra. Quest’ultimo può diventare drammatico e terribile per il futuro di tante persone innocenti, come è successo a Gennaio 2019 in Belo Horizonte, a Brumadinho, dove io abitavo. Centinaia di persone sono state sommerse e uccise da un mare di fango di detriti-scarto di un’industria mineraria! Danni incalcolabili alle famiglie in lutto, all’ambiente e alle persone che vivevano dei prodotti naturali di questo ambiente ormai contaminato

In questi giorni abbiamo partecipato ad un incontro promosso dal Centro Diocesano di Firenze. Erano presenti due partecipanti attivi del Sinodo: la teologa Serena Noceti che ha conseguito il dottorato in Ecclesiologia e Mauro Castagnaro, giornalista specializzato sulla realtà dell’America Latina. I loro interventi ci hanno chiarito molto riguardo al Sinodo e ci hanno dato speranza. Ci hanno fatto capire che il Sinodo, nell’intento di Papa Francesco, oltre ad occuparsi principalmente di una grande porzione del popolo di Dio che vive in Amazzonia, vuole essere un richiamo a tutta la Chiesa, per rinnovare se stessa a partire dalle sfide che attraversano questi nostri fratelli: crisi ambientale (distruzione della foresta e l’inquinamento delle terre); crisi economica (sfruttamento selvaggio delle ricchezze della natura); crisi sociale (condensato di disuguaglianze e violenze); crisi culturale (spinte alla cancellazione di una straordinaria pluralità di tradizioni). Ci invita a guardare tutta la Chiesa da questa “periferia”, mettendosi in ascolto soprattutto di coloro che, anche se più di tutti ne sono minacciati, allo stesso tempo, ci hanno dimostrato di saper vivere in armonia con l’ambiente, la nostra “casa comune”.

Abbiamo davvero capito, in questo incontro, che il Sinodo non è stato realizzato solamente dal Papa con i vescovi, come si pensa comunemente, ma è stata fatta una reale e ampia consultazione della popolazione amazzonica dalla quale i vescovi hanno colto le istanze più urgenti di questi popoli. Nonostante le proteste di gruppi tradizionalisti, soprattutto statunitensi, e di alcuni cardinali che si sono opposti apertamente al Sinodo e alle sue conclusioni, è uscito il documento finale che chiama le comunità cattoliche dell’Amazzonia a quattro conversioni: 1) ascolto e dialogo delle comunità indigene; 2) essere una Chiesa alleata che dialoga alla pari con le loro tradizioni religiose; 3) conversione ecologica che chiede, oltre alla salvaguardia dell’ambiente, una valorizzazione delle differenze culturali; 4) riorganizzazione della Chiesa dell’Amazzonia come “popolo di Dio”: Chiesa tutta ministeriale anche attraverso l’ordinazione presbiterale di uomini sposati («proponiamo che, nel quadro di Lumen Gentium 26, l’autorità competente stabilisca criteri e disposizioni per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, i quali, pur avendo una famiglia legittimamente costituita e stabile, abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica. … » – n.111 Documento Finale del Sinodo) e l’apertura alla ministerialità che Gesù ha riservato alle donne (cfr. n.99-103 Documento Finale del Sinodo), che è un riconoscimento di quello che in gran parte, già avviene da molto tempo. Per questo é importante passare da una pastorale “di visita” – la Celebrazione Eucaristica e dei sacramenti una volta all’anno (!) – ad una pastorale “di presenza permanente”. Per questo il Documento sinodale suggerisce che le Congregazioni religiose del mondo stabiliscano almeno un avamposto missionario in uno qualsiasi dei Paesi amazzonici.

Grazie papa Francesco, grazie vescovi che avete lavorato per i nostri fratelli e ancora di più perché avete lavorato insieme a loro e a tanti consacrati e consacrate che spendono la loro vita in mezzo a loro! Questo ci da animo e speranza per lavorare con nuove prospettive, sia in Brasile che nelle realtà dei diversi paesi dove ci troviamo. Che il sangue di tanti martiri di questi popoli e dei missionari possa fecondare e affrettare questo disegno di giustizia e comunione fraterna con tutta la Chiesa nel mondo: disegno, questo, che è un dovere nostro, di tutta la Chiesa e quindi anche dei popoli dell’Amazzonia: vivere, realizzare il Concilio Vaticano II!

Piccolo Carmelo S. Teresina di Macapá compie 40 anni!

Celebrare significa ringraziare!

Il 27 aprile è stato un giorno di grande gioia per noi e per tutti gli amici del Carmelo: con una solenne Celebrazione Eucaristica,presieduta dal nostro Vescovo Don Pedro Conti, abbiamo ringraziato il Signore per i  40 anni di fondazione del Piccolo Carmelo!

Il 15 aprile del 1979 il sogno del Dottor Marcello Candia: “ Un Carmelo all’Equatore”, divenne realtà!

Abbiamo festeggiato il  giorno 27, perché il giorno 15 coincideva con la Settimana Santa. Certamente non potevamo festeggiare questo significativo anniversario senza fare memoria di una persona tanto cara a tutti come il Dottor Marcello Candia! Infatti  la presenza del nostro Istituto in terra brasiliana e precisamente a Macapá, è stata realizzata proprio a partire dal suo invito.

“Il Piccolo Carmelo è come una perla caduta dal cielo nel verde della foresta amazzonica”, diceva lui stesso, manifestando il suo grande desiderio di avere una comunità religiosa  contemplativa e attiva, quale  luce e fonte di energia per alimentare l`ardore dei missionari nella loro attività apostolica evangelizzatrice.

Marcello stesso aveva delineato  lo stile di vita che aveva pensato per le suore  del Piccolo Carmelo:  orazione e adorazione eucaristica quotidiana e da questa fonte doveva scaturire  il servizio agli hanseniani, ai malati, ai sofferenti! E questo coincideva con il nostro carisma, come  figlie di Teresa Maria della Croce, conosciuta bene come Bettina: le mani giunte nella preghiera si aprono per il servizio ai “piccoli del Regno”!

Don Pedro nella sua omelia ha avuto espressioni di stima e gratitudine per il dono di Marcello Candia, della vita consacrata e del valore della preghiera. Ha lasciato poi la parola a una di noi  perché tutti potessero conoscere  i primi passi della storia della fondazione.

Sr. Laura ha presentato l`alternarsi della gioia e della delusione dei primi tempi: la felicità di Marcello Candia quando  l’Istituto  accoglie l`invito, e la  tristezza immediata quando la malattia delle due  sorelle inviate , prima una e poi l’altra  le costringe a ritornare in Italia…Pertanto, vengono dei dubbi che il  discernimento fatto sia in sintonia con la volontà del Signore!  Sr. Rosangela rimasta sola piange e insiste con la Madre M. Consolata, la Madre generale di quel tempo, di venire in Brasile prima di desistere e rinunciare a questa speciale  possibilità per la nostra Famiglia Religiosa! Marcello Candia da parte sua amareggiato e deluso, dice: ”Non piango perché sono un uomo”!

E quando tutto sembra concludersi con una delusione,arriva la notizia che la consultazione fatta con tutte le sorelle dell`Istituto ha dato esito positivo: è stata accettata da tutte la missione in Brasile!

La storia  ora continua con noi e con tutti gli amici del Piccolo Carmelo! Voglia il Signore custodire la memoria viva di questa celebrazione marcata dalla gioia e dalla gratitudine;  e gli chiediamo,  per intercessione di Santa Teresina e del Dottor Marcello Candia e la grazia   di essere fedeli alla missione che ci é stata affidata.È stato poi  proiettato un video con l’intervista fatta alle prime missionarie: Sr. Rosangela, Sr. Nazzarena, Sr. Valentina, Sr. Teodolinda  e con tante foto relative ai primi tempi.  È  stata un’esperienza gioiosa ed emozionante  per tutte le persone presenti nel rivedere queste quattro sorelle, il dottor Marcello Candia (ricordato da chi l`ha conosciuto con grande affetto e stima)  e tante  altre  persone care che nello scorrere del tempo sono state incisive e determinanti per il bene del Piccolo Carmelo.

Brumadinho chiama…il Carmelo risponde!

“Sappiamo bene infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto…” (Rm. 8,22).

Queste parole di San Paolo esprimono chiaramente  il dramma accaduto il 25 gennaio a Brumadinho, città situata nell’entroterra di Belo Horizonte. Sono le  13.30, quando due, delle tre dighe di contenimento dei detriti minerari si rompono formando un’immensa lava di fango, alta 20 metri, che travolge e distrugge tutto quello che incontra nella sua discesa a valle. Una tragedia umana e ambientale che non ha eguali. Le cifre delle perdite in termini di vite umane sono elevate… secondo gli ultimi sondaggi, si parla di 121 morti, dei quali 114 identificati e 205 dispersi.

Riportiamo, di seguito, alcuni passi del messaggio pronunciato da don Joaquim Mol, vescovo ausiliare di Belo Horizonte e Rettore della Pontificia Università Cattolica di Belo Horizonte,  il giorno dopo la tragedia:

«Quanto accaduto a Brumadinho è un crimine ambientale e un omicidio collettivo. E, assieme alle persone, è stata uccisa anche la speranza, la fede, la dignità dei sopravvissuti. È a causa di questa sete insaziabile ed impazzita di ricchezze “dove tignola e ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano” (Mt 6,19), concentrate sempre più nelle mani di pochissime persone, che le aziende mantengono i lavoratori in povertà ed esposti alla morte. Il settore minerario nel nostro paese è diventato eticamente insostenibile, calamitoso e ad alto rischio per la vita umana e per tutta la vita nelle sue aree di attività.

La persistenza di questo modello economico di arricchimento attraverso la distruzione è inaccettabile. Non possiamo più permettere che la natura, il capolavoro di Dio, sia sistematicamente distrutta. E che migliaia di lavoratori, anziani e bambini, donne e giovani, prevalentemente i più poveri e i più umili, siano  quotidianamente esposti al rischio di morire per un’avidità deplorevole.

Pertanto, è urgente che persone, organizzazioni e istituzioni, che danno valore alla vita umana, che vogliono difendere la natura da questa progressiva e suicida distruzione, facciano sentire chiaramente la loro voce  di denuncia contro questo modello di business che arricchisce così pochi, e distrugge la vita di così tanti.»

Un appello-invito alla responsabilità comune, alla solidarietà, ad uscire dalle proprie comodità e sicurezze che ha scosso le coscienze, suscitato ampio consenso e messo in movimento moltissime persone che hanno dato vita ad una catena di solidarietà incredibile. È quello che abbiamo visto e sperimentato a Brumadinho, nel weekend trascorso con alcuni giovani e laici che frequentano la nostra comunità qui a Belo Horizonte, raccogliendo  l’appello del nostro Arcivescovo don Valmor: “Uniti per Brumadinho” .

Lanciato l’invito, l’adesione è stata immediata. Siamo partiti per trascorrere due giorni durante i quali poter donare la nostra presenza, tempo ed energie in quella che in questo momento è l’ opera piú urgente e indispensabile: essere presenza che ascolta, consola, prega, accoglie e condivide la sofferenza. Le nostre sorelle di Brumadinho ci hanno accolte con disponibilità e cordialità.

Guidati da Sr. Domingas i giorni sono trascorsi veloci tra presenza al cimitero, alle camere ardenti e la visita ad alcune famiglie, affidate alle nostre suore. Divisi in gruppetti di tre-quattro persone, ciascuno di noi ha potuto sperimentato cosa significa vedere una città intera immersa nel  dolore, in un dramma che appartiene a tutti, perché – se da un lato non  c’è famiglia che non pianga i propri cari, dall’altro non c’è famiglia che non pianga i tantissimi amici, conoscenti, colleghi, morti o dispersi.

Man mano che incontravamo le persone, ascoltavamo le loro storie, il loro grido di dolore, ma anche la grande capacità di affrontare il tutto con dignità e soprattutto fede grande, si faceva sempre più chiaro e presente   il contrasto presente tra vita e morte, quel “duello” cantato nel Victimae Paschali Laudes il giorno di Pasqua.  Un duello dove la vita ha il sopravvento e, pur dentro a tanta costernazione e smarrimento, riesce ad aprire spiragli di luce, genera e ridesta speranza e attesa di vita, che vanno ben oltre.

“Caspita”, ci siamo detti…”questo è vivere non solo di fede, ma è vivere “la” fede. Abbiamo così toccato con mano come davvero solo la fiducia in Dio, nella Sua bontà e misericordia, nella Sua Presenza anche dentro momenti di morte come questi, non è solo questione di semplici parole, non è un concetto astratto o devozionale relegato ad alcuni e particolari momenti o luoghi. No.  La fede è quel’ “Alzare gli occhi verso i monti” per cercare, implorare, gridare con tutte le tue forze quell’aiuto che, solo, può venire da Colui che per amore ha scelto di coinvolgersi, di portare su di sé il dolore di tutta l’umanità di tutti i tempi, inviando il proprio Figlio Gesù.

E che dire della solidarietà?  Le strade di Brumadinho sono percorse da gruppi di giovani e adulti venuti da tutto il Brasile per offrire aiuto, materiale e spirituale. Rimaniamo a bocca aperta quando, scesi nel campo sportivo coperto della nostra scuola materna, vediamo decine di giovani muoversi in un incessante lavoro di scarico, carico e riordino di tutta la provvidenza che continuamente arriva. Una “catena” di lavoro nella quale anche noi ci inseriamo, con serenità e semplicità. Dopo le prime conoscenze scambiate tra un pacco spostato e uno scatolone riordinato, rimaniamo contagiati dal clima di gioia che si respira, una gioia pacata, ma profonda, perché scaturita da cuori che hanno scelto  di mettersi in gioco donando il proprio tempo e le proprie energie.

Ancora una volta possiamo dire che la Vita vince sulla morte, che il bene trionfa sul male, che dal fiume di  fango e detriti il Signore fa rinascere germi di futuro.

Sr. Francesca