2021 l’anno di San Giuseppe

Con la Lettera apostolica “Patris corde – Con cuore di Padre”, Francesco ricorda il 150.mo anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa universale. Per l’occasione, da oggi all’8 dicembre 2021 si terrà uno speciale “Anno di San Giuseppe”

Padre amato, padre nella tenerezza, nell’obbedienza e nell’accoglienza; padre dal coraggio creativo, lavoratore, sempre nell’ombra: con queste parole Papa Francesco descrive, in modo tenero e toccante, San Giuseppe. Lo fa nella Lettera apostolica Patris corde, pubblicata oggi in occasione del 150.mo anniversario della dichiarazione dello Sposo di Maria quale Patrono della Chiesa cattolica. Fu il Beato Pio IX, infatti, con il decreto Quemadmodum Deus, firmato l’8 dicembre 1870, a volere questo titolo per San Giuseppe. Per celebrare tale ricorrenza, il Pontefice ha indetto, da oggi all’8 dicembre 2021, uno speciale “Anno” dedicato al padre putativo di Gesù. Sullo sfondo della Lettera apostolica, c’è la pandemia da Covid-19 che – scrive Francesco – ci ha fatto comprendere l’importanza delle persone comuni, quelle che, lontane dalla ribalta, esercitano ogni giorno pazienza e infondono speranza, seminando corresponsabilità. Proprio come San Giuseppe, “l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta”. Eppure, il suo è “un protagonismo senza pari nella storia della salvezza”.

Padre amato, tenero e obbediente

San Giuseppe, infatti, ha espresso concretamente la sua paternità “nell’aver fatto della sua vita un’oblazione di sé nell’amore posto a servizio del Messia”. E per questo suo ruolo di “cerniera che unisce l’Antico e Nuovo Testamento”, egli “è sempre stato molto amato dal popolo cristiano” . In lui, “Gesù ha visto la tenerezza di Dio”, quella che “ci fa accogliere la nostra debolezza”, perché “è attraverso e nonostante la nostra debolezza” che si realizza la maggior parte dei disegni divini. “Solo la tenerezza ci salverà dall’opera” del Maligno, sottolinea il Pontefice, ed è incontrando la misericordia di Dio soprattutto nel Sacramento della Riconciliazione che possiamo fare “un’esperienza di verità e tenerezza”, perché “Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene e ci perdona” . Giuseppe è padre anche nell’obbedienza a Dio: con il suo ‘fiat’ salva Maria e Gesù ed insegna a suo Figlio a “fare la volontà del Padre”. Chiamato da Dio a servire la missione di Gesù, egli “coopera al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro di salvezza” .

Padre accogliente della volontà di Dio e del prossimo

Al tempo stesso, Giuseppe è “padre nell’accoglienza”, perché “accoglie Maria senza condizioni preventive”, un gesto importante ancora oggi – afferma Francesco – “in questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente”. Ma lo Sposo di Maria è pure colui che, fiducioso nel Signore, accoglie nella sua vita anche gli avvenimenti che non comprende, lasciando da parte i ragionamenti e riconciliandosi con la propria storia. La vita spirituale di Giuseppe “non è una via che spiega, ma una via che accoglie”, il che non vuol dire che egli sia “un uomo rassegnato passivamente”. Anzi: il suo protagonismo è “coraggioso e forte” perché con “la fortezza dello Spirito Santo”, quella “piena di speranza”, egli sa “fare spazio anche alla parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza”. In pratica, attraverso San Giuseppe, è come se Dio ci ripetesse: “Non abbiate paura!”, perché “la fede dà significato ad ogni evento lieto o triste” e ci rende consapevoli che “Dio può far germogliare fiori tra le rocce”. Non solo: Giuseppe “non cerca scorciatoie”, ma affronta la realtà “ad occhi aperti, assumendone in prima persona la responsabilità”. Per questo, la sua accoglienza “ci invita ad accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono”, con “una predilezione per i deboli”.

Padre coraggioso e creativo, esempio di amore per Chiesa e poveri

Patris corde evidenzia, poi, “il coraggio creativo” di San Giuseppe, quello che emerge soprattutto nelle difficoltà e che fa nascere nell’uomo risorse inaspettate. “Il carpentiere di Nazaret – spiega il Papa – sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza”. Egli affronta “i problemi concreti” della sua Famiglia, esattamente come fanno tutte le altre famiglie del mondo, in particolare quelle dei migranti. In questo senso, San Giuseppe è “davvero uno speciale patrono” di coloro che, “costretti dalle sventure e dalla fame”, devono lasciare la patria a causa di “guerre, odio, persecuzione, miseria”. Custode di Gesù e di Maria, Giuseppe “non può non essere custode della Chiesa”, della sua maternità e del Corpo di Cristo: ogni bisognoso, povero, sofferente, moribondo, forestiero, carcerato, malato, è “il Bambino” che Giuseppe custodisce e da lui bisogna imparare ad “amare la Chiesa e i poveri”.

Padre che insegna valore, dignità e gioia del lavoro

Onesto carpentiere che ha lavorato “per garantire il sostentamento della sua famiglia”, Giuseppe ci insegna anche “il valore, la dignità e la gioia” di “mangiare il pane frutto del proprio lavoro”. Questa accezione del padre di Gesù offre l’occasione, al Papa, per lanciare un appello in favore del lavoro, divenuto “una questione sociale urgente” persino nei Paesi con un certo livello di benessere. “È necessario comprendere – scrive Francesco – il significato del lavoro che dà dignità”, che “diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza” e “occasione di realizzazione” per se stessi e per la propria famiglia, “nucleo originario della società”. Chi lavora, collabora con Dio perché diventa “un po’ creatore del mondo che ci circonda”. Di qui, l’esortazione che il Pontefice fa a tutti per “riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro”, così da “dare origine ad una nuova normalità in cui nessuno sia escluso”. Guardando, in particolare, all’aggravarsi della disoccupazione a causa della pandemia da Covid-19, il Papa richiama tutti a “rivedere le nostre priorità” per impegnarsi a dire:” Nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!”.

Padre nell’ombra, decentrato per amore di Maria e Gesù

Prendendo poi spunto dall’opera “L’ombra del Padre” dello scrittore polacco Jan Dobraczyński, il Pontefice descrive la paternità di Giuseppe nei confronti di Gesù come “l’ombra sulla terra del Padre Celeste”. “Padri non si nasce, lo si diventa”, afferma Francesco, perché “ci si prende cura di un figlio” assumendosi la responsabilità della sua vita. Purtroppo, nella società di oggi, “spesso i figli sembrano orfani di padri”, di padri in grado di “introdurre il figlio all’esperienza della vita”, senza trattenerlo o “possederlo”, bensì rendendolo “capace di scelte, di libertà, di partenze”. In questo senso, Giuseppe ha l’appellativo di “castissimo” che è “il contrario del possesso”: egli, infatti, “ha saputo amare in maniera straordinariamente libera”, “ha saputo decentrarsi” per mettere al centro della sua vita non se stesso, bensì Gesù e Maria. La sua felicità è “nel dono di sé”: mai frustrato e sempre fiducioso, Giuseppe resta in silenzio, senza lamentarsi, ma compiendo “gesti concreti di fiducia”. La sua figura è dunque quanto mai esemplare, evidenzia il Papa, in un mondo che “ha bisogno di padri e rifiuta i padroni”, rifiuta chi confonde “autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione”. Il vero padre è quello che “rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli” e ne rispetta la libertà, perché la paternità vissuta in pienezza rende il padre stesso “inutile”, nel momento in cui “il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita”. Essere padri “non è mai un esercizio di possesso”, sottolinea Francesco, ma “un segno che rinvia alla paternità più alta”, al “Padre Celeste”

La preghiera quotidiana del Papa a San Giuseppe e quella “certa sfida”…

Conclusa da una preghiera a San Giuseppe, Patris corde svela anche, nella nota numero 10, un’abitudine della vita di Francesco: tutti i giorni, infatti, “da più di quarant’anni”, il Pontefice recita un’orazione allo Sposo di Maria “tratta da un libro francese di devozioni, dell’800, della Congregazione delle Religiose di Gesù e Maria”. Si tratta di una preghiera che “esprime devozione e fiducia” a San Giuseppe, ma anche “una certa sfida”, spiega il Papa, perché si conclude con le parole: “Che non si dica che ti abbia invocato invano, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere”.

Indulgenza plenaria per “Anno di San Giuseppe”

Ad accompagnare la pubblicazione della Lettera apostolica Patris corde c’è il Decreto della Penitenzieria Apostolica che annuncia lo speciale “Anno di San Giuseppe” indetto dal Papa e la relativa concessione del “dono di speciali Indulgenze”. Indicazioni specifiche vengono date per i giorni tradizionalmente dedicati alla memoria dello Sposo di Maria, come il 19 marzo e il 1.mo maggio, e per malati e gli anziani “nell’attuale contesto dell’emergenza sanitaria”.

Articolo di Isabella Piro, pubblicato da VaticanNews  l’8 dicembre 2020.

Link: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-12/papa-francesco-lettera-patris-corde-san-giuseppe.html

Rinnovo dei voti religiosi

A te, Signore, offrirò un sacrificio di ringraziamento.

12 e 15 Settembre 2020 … giorni “feriali” come tanti, ma in questo mese, hanno assunto per la nostra famiglia religiosa, un volto del tutto speciale.

Il rinnovo dei voti religiosi di povertà, castità e obbedienza è una conferma, proprio nella quotidianità, della scelta di fede, del proprio sì di donare al Signore e agli altri la propria vita.

Far entrare il Signore nelle nostre giornate, donare la vita, non sono scelte impossibili o incompatibili con il nostro tempo. Alcune volte “dargli carta bianca” può farci paura è vero, ma questo accade perché ci dimentichiamo che: “noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”, è nella comunione con gli altri che possiamo rispondere con coraggio e con ardire al Signore, e di farlo con la parola e con la vita, perché sono felice e perché ho alle spalle la mia famiglia, la Chiesa.

Quando mi slancio in questo sì, quando vedo che fa aderire sempre più la mia vita alla Parola e la Parola alla vita, e quando vedo che gli altri trovano frutti buoni nella mia esistenza, allora sgorga spontaneamente un canto di ringraziamento perché non è frutto della mia fatica, ma dei benefici che il Signore mi ha concesso, della sua fedeltà.

Anche noi, unite alla nostra famiglia religiosa, con profonda gratitudine, desideriamo rendere grazie al Signore, facendo nostre le parole del salmo 115, innalzando, così, a Dio il nostro canto di lode:

 

“Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?

Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore”.

 

Suor Giada Maria, suor Mariam e suor Dina

Comunità di speranza

Piccole comunità e piccoli segni del regno di Dio, che è presente tra noi come un seme dentro la terra, è nascosto, ma ha già in sè tutta la potenzialità di vita e di frutti buoni. Con gioia abbiamo avuto la possibilità di partecipare alla S. Messa di inaugurazione della comunità Noè, a Holostřevy, piccolo paesino nell’estremo ovest della Rep. ceca, ai confini con la Germania.

Ci lega un rapporto di amicizia, ma soprattutto ci lega il comune cammino di preghiera, la preghiera contemplativa come fondamento di vita. La preghiera come intimo rapporto di amicizia, “nel quale ci si intrattiene spesso da solo a solo con Dio da cui ci si sa amati” (S. Teresa).

Ci unisce il sentirci piccola Chiesa che rinasce, e che rinasce con tutta la forza di un seme, nella ricerca sincera di Dio di molte persone che ancora non lo conoscono.

Ci unisce questo stesso intenso desiderio di Dio e la testimonianza dell’enorme possibilità che ciascuno di noi ha: la possibilità di incontro tra Dio e l’uomo. Questa è la prima testimonianza che portiamo come piccola comunità cristiana: il mistero della vicinanza di Dio. Egli è un Dio vicino.

Rinasce una comunità cristiana attraverso i rapporti significativi che si intrecciano anche con chi è distante dalla fede. Rinasce anche per la presenza di un luogo di incontro: il progetto di ricostruire e riportare alla vita una parrocchia, un’ex scuola come luogo di incontro, preghiera e accoglienza, un oratorio con un ampio e bellissimo giardino dove la gente e le famiglie possono incontrarsi. Ecco che la parrocchia diventa proprio “casa”, luogo di crescita umana e spirituale, luogo di incontro e di servizio all’altro.

E la preghiera è quell’attenzione amorosa a Dio, il quale riempie le nostre giornate e la nostra realtà con la Sua presenza. Ma è anche attenzione all’altro e a tutto il creato, datoci in dono. È l’ascolto attento di se stessi, dell’altro, di Dio. Ecco come rinasce la speranza.

Chiesa con Papa Francesco

Fra poco sembra che si potrà riaprire le chiese e soprattutto riprendere la Santa Messa, alla Sua presenza viva in noi e nel Santissimo Sacramento. Ormai da più di due mesi siamo di fronte all’impossibilità di partecipare alla Santa Messa, di ricevere il sacramento della comunione, per molti addirittura di entrare in chiesa.
Per noi religiose non è mancata, dobbiamo dirlo, la possibilità di ricevere la comunione sacramentale e di poter stare alla presenza di Gesù Eucaristia. Abbiamo fatto però l’esperienza di non avere per molti giorni la celebrazione in presenza della Santa Messa. Collegandoci alla Messa celebrata da Papa Francesco nella chiesa di Santa Marta abbiamo vissuto un’esperienza nuova! Non è da poco ascoltare ogni giorno la Messa celebrata dal Santo Padre ed avere l’occasione di condividere l’intenzione quotidiana di preghiera e di meditazione. Possiamo forse riscoprirci con un senso di Chiesa più affiatato?

Papa omelia1

E questa è la vita cristiana. È vero, la vita cristiana è compiere i comandamenti (cfr Es 20,1-11), è andare sulla strada delle beatitudini (cfr Mt 5,1-13), è portare avanti le opere di misericordia, come il Signore ci insegna nel Vangelo (cfr Mt 25,35-36), e questo si deve fare. Ma anche di più: è questo rimanere reciproco. Noi senza Gesù non possiamo fare nulla, come i tralci senza la vite. E Lui – mi permetta il Signore di dirlo – senza di noi sembra che non possa fare nulla, perché il frutto lo dà il tralcio, non l’albero, la vite. In questa comunità, in questa intimità del “rimanere” che è feconda, il Padre e Gesù rimangono in me e io rimango in Loro. Qual è – mi viene in mente di dire – il “bisogno” che l’albero della vite ha dei tralci? È avere dei frutti. Qual è il “bisogno” – diciamo così, un po’ con audacia – qual è il “bisogno” che ha Gesù di noi? La testimonianza.[ …] Rimanere in Gesù per avere la linfa, la forza, per avere la giustificazione, la gratuità, per avere la fecondità. E Lui rimane in noi per darci la forza del [portare] frutto (cfr Gv 5,15), per darci la forza della testimonianza con la quale cresce la Chiesa.[…] Con piccoli pensieri: “Signore, io so che Tu sei qui [in me]: dammi la forza e io farò quello che Tu mi dirai”. Quel dialogo di intimità con il Signore. Il Signore è presente, il Signore è presente in noi, il Padre è presente in noi, lo Spirito è presente in noi; rimangono in noi. Ma io devo rimanere in Loro…

Queste le parole di Papa Francesco nell’omelia del 13 maggio, riferite al Vangelo in cui Gesù paragona noi ai tralci della Vite, che è Lui stesso, Via, Verità e Vita.
Anche il giorno prima il Papa aveva parlato di fecondità:

Ieri – scusatemi se dico queste cose, ma sono cose della vita che a me fanno bene – ieri ho ricevuto una lettera di un sacerdote, bravo, e mi ha detto che io parlo poco del Cielo, che dovrei parlarne di più. E ha ragione. Per questo oggi ho voluto sottolineare questo: che la pace, questa che ci dà Gesù, è una pace per adesso e per il futuro. È cominciare a vivere il Cielo, con la fecondità del Cielo. Non è anestesia. L’altra, sì: tu ti anestetizzi con le cose del mondo e quando la dose di questa anestesia finisce ne prendi un’altra e … Questa [di Gesù] è una pace definitiva, feconda anche e contagiosa. Non è narcisistica, perché sempre guarda al Signore. L’altra guarda a te.
Che il Signore ci dia questa pace piena di speranza, che ci fa fecondi, ci fa comunicativi con gli altri, che crea comunità e che sempre guarda la definitiva pace del Paradiso.

Ci avviamo, tutta la Chiesa, unica comunità di Cristo, verso la celebrazione dell’Ascensione e della Pentecoste. Dopo aver condiviso il cammino di Quaresima segnato, quest’anno, da un’esperienza di solitudine, precarietà e dolore che attraversa ogni nazione. Condividendo però anche il grido di preghiera unificato nelle parole che ha proferito pubblicamente papa Francesco (chi non ha riconosciuto almeno una volta la propria preghiera nelle sue invocazioni insistenti e accorate?). Il 14 maggio questo grido si è unito a quello delle altre religioni nella giornata di preghiera promossa dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana e accolta con sollecitudine dal pontefice..

Così il Papa ci guida alla preghiera universale: giorno per giorno, intenzione per intenzione, prendiamoci anche solo quei due minuti per leggere o ascoltare un’intenzione di preghiera universale, che nasce poi da una Parola spezzata quotidianamente, da un Pane spezzato quotidianamente, da una relazione con Dio Padre il cui invito ci attende quotidianamente. E lasciamo che ci allarghi il cuore. Il Papa si fa solo veicolo, ponte, il pontefice è prima di tutto sacerdote di Cristo che c’invita, ci riporta a lui, ci indirizza alla comunione di figli e fratelli con il Padre e il Figlio.
Grazie Papa Francesco per la guida che sei in questo tempo di tenebre. Cerchiamo di non scordarci di questa possibilità, dell’occasione di creare Chiesa con cui ci tendi la mano ogni giorno, anche al di là dell’emergenza “Coronavirus”.

Sinodo amazzonico e le nostre comunità – siamo chiesa in cammino

Ciao, sono suor Giuseppina e sono tornata in Italia dal Brasile a metà ottobre, mentre il Sinodo sull’Amazzonia era in corso. Io non ho partecipato al Sinodo ma ho vissuto e vivo nella mia pelle quello che ha significato per i brasiliani sentirsi al centro delle attenzioni, non solo della Chiesa Cattolica ma anche per il mondo intero.Il problema dell’Amazzonia riguarda tutti gli stati del mondo, lo sappiamo, ma io mi chiedo: quanta coscienza c’è in me, in te, in noi, che non riguarda solo le decisioni dei grandi ma che riguarda le scelte che facciamo ogni giorno nel nostro modo di vivere? Sì, sono anche le scelte di come vivo, di cosa compro che possono influire sul tipo di utilizzo che faccio della nostra Madre Terra. Può essere un utilizzo sostenibile o sfruttamento selvaggio della Terra. Quest’ultimo può diventare drammatico e terribile per il futuro di tante persone innocenti, come è successo a Gennaio 2019 in Belo Horizonte, a Brumadinho, dove io abitavo. Centinaia di persone sono state sommerse e uccise da un mare di fango di detriti-scarto di un’industria mineraria! Danni incalcolabili alle famiglie in lutto, all’ambiente e alle persone che vivevano dei prodotti naturali di questo ambiente ormai contaminato

In questi giorni abbiamo partecipato ad un incontro promosso dal Centro Diocesano di Firenze. Erano presenti due partecipanti attivi del Sinodo: la teologa Serena Noceti che ha conseguito il dottorato in Ecclesiologia e Mauro Castagnaro, giornalista specializzato sulla realtà dell’America Latina. I loro interventi ci hanno chiarito molto riguardo al Sinodo e ci hanno dato speranza. Ci hanno fatto capire che il Sinodo, nell’intento di Papa Francesco, oltre ad occuparsi principalmente di una grande porzione del popolo di Dio che vive in Amazzonia, vuole essere un richiamo a tutta la Chiesa, per rinnovare se stessa a partire dalle sfide che attraversano questi nostri fratelli: crisi ambientale (distruzione della foresta e l’inquinamento delle terre); crisi economica (sfruttamento selvaggio delle ricchezze della natura); crisi sociale (condensato di disuguaglianze e violenze); crisi culturale (spinte alla cancellazione di una straordinaria pluralità di tradizioni). Ci invita a guardare tutta la Chiesa da questa “periferia”, mettendosi in ascolto soprattutto di coloro che, anche se più di tutti ne sono minacciati, allo stesso tempo, ci hanno dimostrato di saper vivere in armonia con l’ambiente, la nostra “casa comune”.

Abbiamo davvero capito, in questo incontro, che il Sinodo non è stato realizzato solamente dal Papa con i vescovi, come si pensa comunemente, ma è stata fatta una reale e ampia consultazione della popolazione amazzonica dalla quale i vescovi hanno colto le istanze più urgenti di questi popoli. Nonostante le proteste di gruppi tradizionalisti, soprattutto statunitensi, e di alcuni cardinali che si sono opposti apertamente al Sinodo e alle sue conclusioni, è uscito il documento finale che chiama le comunità cattoliche dell’Amazzonia a quattro conversioni: 1) ascolto e dialogo delle comunità indigene; 2) essere una Chiesa alleata che dialoga alla pari con le loro tradizioni religiose; 3) conversione ecologica che chiede, oltre alla salvaguardia dell’ambiente, una valorizzazione delle differenze culturali; 4) riorganizzazione della Chiesa dell’Amazzonia come “popolo di Dio”: Chiesa tutta ministeriale anche attraverso l’ordinazione presbiterale di uomini sposati («proponiamo che, nel quadro di Lumen Gentium 26, l’autorità competente stabilisca criteri e disposizioni per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, i quali, pur avendo una famiglia legittimamente costituita e stabile, abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica. … » – n.111 Documento Finale del Sinodo) e l’apertura alla ministerialità che Gesù ha riservato alle donne (cfr. n.99-103 Documento Finale del Sinodo), che è un riconoscimento di quello che in gran parte, già avviene da molto tempo. Per questo é importante passare da una pastorale “di visita” – la Celebrazione Eucaristica e dei sacramenti una volta all’anno (!) – ad una pastorale “di presenza permanente”. Per questo il Documento sinodale suggerisce che le Congregazioni religiose del mondo stabiliscano almeno un avamposto missionario in uno qualsiasi dei Paesi amazzonici.

Grazie papa Francesco, grazie vescovi che avete lavorato per i nostri fratelli e ancora di più perché avete lavorato insieme a loro e a tanti consacrati e consacrate che spendono la loro vita in mezzo a loro! Questo ci da animo e speranza per lavorare con nuove prospettive, sia in Brasile che nelle realtà dei diversi paesi dove ci troviamo. Che il sangue di tanti martiri di questi popoli e dei missionari possa fecondare e affrettare questo disegno di giustizia e comunione fraterna con tutta la Chiesa nel mondo: disegno, questo, che è un dovere nostro, di tutta la Chiesa e quindi anche dei popoli dell’Amazzonia: vivere, realizzare il Concilio Vaticano II!

“Su venite e discutiamo, dice il Signore…” (Is 1,18) – Sermig, Torino, 21-23.11.2019

Tramite una rete di conoscenze siamo state invitate ad un interessante incontro che le organizzatrici hanno descritto in questo modo: Da qualche tempo, anche grazie alle sollecitazioni di Papa Francesco, nella Chiesa si sta prestando rinnovata attenzione all’esperienza del “camminare insieme” di persone con esperienze diverse, ma unite dalla stessa fede per una stessa missione. La citazione di Isaia ci guiderà nel nostro cammino per aiutarci ad approfondire la tematica “I GIOVANI E NOI/NOI E I GIOVANI”. I giovani chiedono che la Chiesa brilli per autenticità, esemplarità, competenza, corresponsabilità e solidità culturale. A volte questa richiesta suona come una critica, ma spesso assume la forma positiva di un impegno personale per una comunità fraterna, accogliente, gioiosa e impegnata profeticamente a lottare contro l’ingiustizia sociale. Tra i giovani spicca in particolare il desiderio che nella Chiesa si adotti uno stile di dialogo meno paternalistico e più schietto (dal Documento finale – Sinodo dei Vescovi – I giovani, la fede e il discernimento vocazionale) Da cosa è nata questa proposta: l’incontro con i giovani attraverso le iniziative e gli ambiti di servizio offerti dalle nostre realtà ci provoca ad un confronto con un mondo che sentiamo spesso sempre più “sconosciuto” e lontano, ma al tempo stesso bello, colorato e portatore di speranza. Anche se a volte non chiaramente o direttamente espresso, cogliamo nei giovani il desiderio di una ricerca, che nasce dall’inquietudine che loro stessi vivono in prima persona, nei diversi ambiti della vita quotidiana (studio, lavoro, famiglia, amicizie…) e che suscitano in loro domande alle quali faticano a dar voce e dunque risposte… Con chi vogliamo condividerla: pensiamo sia importante oggi aprirci ad un confronto con altre realtà. Questo confronto vuole essere occasione per arricchire le nostre conoscenze, ma anche approfondire, conoscere, ascoltare insieme il mondo dei giovani.

Da questo invito si è riunito a Torino, dal 21 al 23 novembre scorso, un gruppo di una trentina di consacrati provenienti da più di dieci diverse realtà di vita laica e religiosa in un luogo che già da solo parla di Cristo Vivo e Giovane: ospitati dalla Fraternità della Speranza, nell’Arsenale della Pace del SERMIG (Torino), abbiamo prima di tutto visto e gustato quanto è buono il Signore che si offre ad ogni fratello attraverso un campanello sempre pronto a suonare e a muovere una rete di aiuti fraterni.

Il punto di partenza per questo tavolo di lavoro, ne eravamo tutti certi, non poteva che essere la Parola di Dio. Per questo è stata invitata anche la biblista prof.ssa Rosanna Virgili che ci ha riportati al cuore della nostra chiamata, anzi ci ha collocati con sapienza al nostro posto nella Chiesa: la Vita Consacrata è il cuore del corpo, che è la Chiesa di Cristo, l’umanità intera. E come cuore, necessita di trovare un ritmo armonico per irrorare di vita tutto il corpo. La Chiesa – scrive Rosanna, laica, sposa e madre, in collaborazione con Diana, monaca clarissa, nel libro “Ai ritmi del cuore: giovani, vita consacrata e matrimonio” – vivrà la sua stessa fedeltà all’alleanza col Signore, là dove è il suo cuore: nella Vita Consacrata, nella vita contemplativa e attiva dei religiosi. Voi siete il luogo dove la Chiesa ama Dio, e dove Dio ama la Chiesa. Voi siete il luogo perché siete il segno, il simbolo e il sacramento. Quello che dice a tutti e informa tutti gli altri membri di che cosa son fatti: della relazione con il Signore. Tutti siamo alleati di Dio. Come Maria, che si definisce: “l’alleata di Dio” (cf. Lc 1,38), un’alleanza fatta nell’amore e per amore. Cosa portiamo a casa da questo incontro? Sicuramente abbiamo concordato che l’armonia del ritmo del cuore è la preghiera, il silenzio che ascolta, l’accoglienza di Cristo nell’Eucaristia, Sua presenza viva e reale; e, insieme, uno sguardo aperto a cogliere la rinnovata bellezza iscritta nelle nuove generazioni, che continuano a rivelarci il Volto di Cristo fino alla pienezza dei tempi. Un pensiero di San Giovanni Paolo II ha accompagnato la mia riflessione personale. Scrive in “Varcare la soglia della speranza – giovani: davvero una speranza?”: Questa vocazione all’amore è naturalmente l’elemento di più stretto contatto con i giovani. Da sacerdote mi resi conto di ciò molto presto. Sentivo quasi una sollecitazione interiore in questa direzione. Bisogna preparare i giovani al matrimonio, bisogna insegnare loro l’amore. L’amore non è cosa che s’impari, e tuttavia non c’è cosa che sia così necessario imparare! Da giovane sacerdote imparai ad amare l’amore umano… Se si ama l’amore umano, nasce anche il vivo bisogno di impegnare tutte le forze a favore del «bell’amore». Poiché l’amore è bello. I giovani, in fondo, cercano sempre la bellezza nell’amore, vogliono che il loro amore sia bello. Se cedono alle debolezze, assecondando modelli di comportamento che ben possono qualificarsi come uno «scandalo del mondo contemporaneo» (e sono modelli purtroppo molto diffusi), nel profondo del cuore desiderano un amore bello e puro…In definitiva, sanno che nessuno può concedere loro un tale amore, all’infuori di Dio. E, pertanto, sono disposti a seguire Cristo, senza badare ai sacrifici che ciò può comportare. Dopo questi giorni ri-accogliamo allora l’esortazione di Papa Francesco (Christus Vivit, 103): “… Non pretendo di essere esaustivo con questa analisi. Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati

Non ci siamo salutati conoscendo già la data di un prossimo incontro, o con un nuovo programma pastorale, ma con la rinnovata consapevolezza di essere in comunione d’intenti con diversi compagni di cammino, di essere già portatori e custodi di una ricchezza che i giovani desiderano scoprire/incontrare da noi, di essere luogo-casa di comunione e che come tale abbiamo il compito di curarne la bellezza, l’accoglienza. È tanto vero che i giovani cercano testimoni autentici, esemplari, competenti, corresponsabili e culturalmente solidi, quanto è vero che, dalle nostre esperienze, sono attratti da luoghi d’incontro (fra diverse generazioni e fra coetanei) e di preghiera, servizio e ascolto di una parola che restituisca loro Dio, che è Padre, che è uomo in Cristo, che è Amore vivo. Vogliono scoprire che questo amore scomoda, smuove, ma anche crea comunione e vita generosa, generativa, giovane. Un buon modo per entrare nel tempo di Avvento, tempo per attendere, cercare e lasciarsi coinvolgere dal rivelarsi dell’amore umano di Dio fatto Uomo.

Conclude papa Francesco (Christus Vivit, 299): Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci.