Nel Vangelo di oggi Gesù, come un chirurgo che opera nel nostro cuore, si rivolge a noi personalmente con una domanda: “Che ne pensi?”, affinchè, ascoltandolo, non pensiamo che stia parlando di qualcun altro. Egli ci accompagna, con una parabola e con l’esempio dei discepoli di Giovanni, a guardarci dentro per vedere se la nostra interiorità è in accordo con il nostro modo esteriore di vivere e di comportarci, o se abbiamo dentro di noi un conflitto che ci lascia spezzati, doppi. Il primo figlio, che dice di no e sembra rispondere in modo impulsivo, per poi ripensarci, sembra essere in contatto con la propria realtà interiore: con i suoi bisogni e sentimenti che lo portano a dire “non ne ho voglia”, ma anche con quella voce che lo chiama, di cui poi prende consapevolezza e che infine sceglie di seguire. Tale “contatto” o “attenzione” rispetto ciò che si vive, si traduce in dialogo interiore, dove nulla di quel che accade è banale o superficiale, ma ci interroga e ci provoca per essere interiorizzato e rielaborato: tutto può essere un’occasione che ci distoglie dalla gabbia del nostro io narcisistico per uscire e rispondere a una chiamata. Egli ha il coraggio di guardare in faccia quello che è, e quello che gli accade, nella verità. Per questo ha il coraggio di pentirsi. Il pentimento è un atto che chiede grande libertà interiore: la libertà di riconoscersi fallibili e bisognosi a volte di cambiare strada, tornando così a se stessi e a Dio. Il secondo figlio sembra invece voler compiacere l’altro e insabbiare quello che prova dentro. Egli vive in qualche modo disconnesso da se stesso, da quello che prova e pensa veramente, per cui non è in grado di aderire nè interiormente, nè con l’azione, a ciò a cui è chiamato. Chi perde tutte le proprie energie nel tentativo di compiacere gli altri, perde progressivamente il senso della propria identità e dei propri bisogni. Il suo sì non è frutto di una vera scelta personale, ma una risposta quasi automatica, cui spesso segue frustrazione e rabbia, perchè dentro sente tutto l’urto di tradire in qualche modo la parte più vera di se stesso. Dall’esterno la persona appare come altruista e disponibile, mentre dall’interno “questi sì” possono essere vissuti come una fatica silenziosa, si ha paura di deludere o di creare tensione nella relazione, tanto che qui il secondo figlio usa la parola “signore”, che indica quasi un “padrone”, qualcuno che si teme. Il Signore ci chiama a una relazione di fiducia e di verità: con lui ci possiamo permettere di essere così come siamo, senza paura. Rimanendo in questo rapporto di amicizia con colui dal quale sappiamo di essere amati, saremo liberi anche di seguirlo nelle situazioni, belle e brutte, che la vita ci porrà davanti, e che saranno le nostre occasioni concrete per portare già ora il regno di Dio sulla terra.
suor Marta del Verbo di Dio
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