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Perchè interrogarsi sul sentimento di meraviglia? In che modo può venirci in aiuto nel rapporto con la realtà e con la realtà di Dio? Può essere uno strumento di crescita per il nostro cammino spirituale? Guardare ai nostri sentimenti è un punto di partenza per fissare lo sguardo sull’umanità di Cristo, che ha vissuto i nostri stessi sentimenti, e per guardare alla sua relazione con le persone, con la realtà che aveva attorno e con la realtà di se stesso e della sua missione.

Marco 6,1-6

1 Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

Matteo 15,21-28

21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

In questi due brani possiamo notare che Gesù prova un sentimento di meraviglia che, nel primo caso, ha un sapore più amaro e negativo, perchè provocata dall’incredulità ostinata di chi lo circonda. Nel secondo caso invece è stupore che nasce nel vedere la fede di una donna che non considerava parte della sua missione, e questa fede che lo sorprende positivamente gli rivela la direzione che la sua missione dovrà prendere: l’annuncio dell’amore di Dio sarà d’ora in poi universale, per tutti.

Questa è l’esperienza di Gesù, qual è la mia esperienza di meraviglia? Cosa mi viene in mente a caldo?

Nel Vangelo di Marco 6 Gesù insegna nella sinagoga, ma la sua parola viene disattivata da chi non vuole ascoltare, ed è al contrario una parola performativa per chi invece vuole ascoltare. Scandalizza che a dare questa Parola sia il carpentiere, figlio di Maria…esce da ogni schema di Dio che queste persone avevano dentro di sè…

Qual è il volto di Dio che mi sono costruito?

Il Dio di Gesù Cristo mi stupisce. L’immagine che mi sono costruito è spesso un artefatto che serve a coccolarmi e a farmi stare bene, ma non mi mette in moto. Così Gesù ci mette in discussione attraverso uno stupore negativo, una delusione (non era così che me lo immaginavo, Dio!!!): devo attraversare una prova molto personale. Non si tratta di ascoltare quello che si dice di Gesù, sono tutti gossip. Ho bisogno di una conoscenza personale: l’incontro con Gesù, che è un impatto frontale.

Nel Vangelo di Matteo 15 vediamo che il Padre non ha dato alcun libretto d’ istruzioni a Gesù, che capisce solo cammin facendo dove l’obbedienza al Padre lo porterà. Qui egli prova uno stupore reale di fronte a un’esperienza nuova: una donna cananea gli chiede aiuto, e con fede audace gli fa notare che anche i cagnolini, i più lontani da Dio, si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Vediamo che l’autocoscienza di Gesù è un cammino. Possiamo toccare qui con mano tutta la sua umanità, che come afferma S. Teresa, è la Sacratissima Umanità di Gesù Cristo. Questo aggettivo davanti alla parola umanità è una notizia esplosiva per noi: anche la nostra umanità è dunque sacra. Siamo sacri anche noi! La realtà è tutta sacra! Lo stupore “risantifica” ciò che è sacro dalle origini. Le briciole inoltre, prefigurano già un corpo sbriciolato per tutti, che ci sfama tutt’ora, tutti. E’ il corpo eucaristico di Gesù, presenza costante in noi e tra noi.

Lo stupore di fronte a un “no” e lo stupore di fronte ad un “si”: entrambi ci portano alla Pasqua. Giovanni 6,39. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.

Ecco dunque che i nostri sentimenti sono una porta per entrare in contatto con Cristo, proprio grazie alla sua umanità. Essi sono inoltre la porta per penetrare più profondamente la realtà di noi stessi e quella che viviamo. La preghiera è quel tempo e spazio per prendere contatto con la nostra interiorità e unirci a Cristo. La meraviglia è il sentimento tipico di chi vive unito a Cristo e riesce dunque a vedere la realtà con occhi nuovi, passa da una vita quotidiana fatta di routine, un po’ grigia, a una risvegliata attenzione e ammirazione per le persone, le situazioni, per quell’insondabile presenza del divino che è nascosta sotto la superficie del quotidiano. Questo atteggiamento contemplativo, che in S. Teresa è il vertice di un cammino spirituale, si fa a questo punto servizio, la persona giunge ad un’unità tra l’essere e il fare.  La meraviglia, sia di segno positivo che negativo, ci aiuterà a penetrare e rimanere nella nostra realtà per amarla di più, e dunque servirla.

Dall’incontro di padre Gabriele Morra e sr Marta del Verbo di Dio

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Cantico spirituale: strofe 30-40

Nelle strofe che leggeremo continua il dialogo dell’anima con lo Sposo. L’anima elenca le virtù e i doni che riceve da Dio e che descrive come fiori e smeraldi tenuti insieme e intrecciati grazie ad un suo capello: ovvero grazie alla sua volontà e all’amore che porta per l’Amato. Questo amore è molto forte: è un amore unito alla fortezza, necessaria affinchè nessun vizio intervenga a spezzare questa unione. Dio contempla l’amore che l’anima gli porta, ovvero lo guarda con particolare attenzione e stima. Il suo sguardo è amore che si abbassa per andare incontro allo slancio dell’Amata. Il Signore resta come prigioniero dell’anima che vede così piena di un amore unico e forte.

  1. Di smeraldi e di fiori

nella frescura del mattino scelti,

intessere ghirlande,

nell’amor tuo fiorite

e con un mio capello intrecciate.

  1. Da quel solo capello

che ondeggiar sul mio collo tu guardasti,

sul mio collo mirasti,

preso tu rimanesti,

da un occhio mio piagare ti lasciasti.

Dio, infondendo nell’anima la sua grazia, la rende degna e capace del suo amore. Lo sguardo di Dio purifica, abbellisce, arricchisce e illumina l’anima. L’anima ricorda bene che era di colore bruno, ovvero ricorda bene il male del passato, sebbene lo Sposo se ne sia già dimenticato. Questa memoria serve all’anima per ricordare anche tutte le grazie ricevute, prova dunque un sentimento di gratitudine e amore. Dio riempie di grazia su grazia, ama in modo ineffabile. L’anima dunque non può che lodarlo e ringraziarlo, e Lui fa lo stesso: loda e ringrazia la sua anima sposa.

  1. Quando tu mi miravi,

lor grazia in me imprimevan gli occhi tuoi:

di più quindi mi amavi,

perciò in te meritavano

gli occhi miei adorar quanto vedevano.

  1. Non voler disprezzarmi,

se di colore bruno mi hai trovata

ormai puoi ben mirarmi

dopo avermi guardata,

e grazia e beltà in me aver lasciata.

La colomba bianca è simbolo dell’anima pura unita a Dio. Nel suo amore Dio trova ristoro. Dio è ora guida dell’anima e sua luce, la conduce nella solitudine, ovvero nell’assenza di ogni appagamento, conforto e aiuto. In questa solitudine pacifica, Egli solo è la sua guida. Lui stesso si prende cura dell’anima, la solleva sulle braccia, la nutre, la guida verso le profondità di Dio.

  1. La bianca colombella

col ramoscello all’ arca è ritornata,

e già la tortorella

il suo compagno amato

lungo il verde ruscello ha ritrovato.

  1. Nel deserto viveva

e nel deserto ha fatto già il suo nido,

nel deserto la guida

da solo il suo Diletto,

nel deserto anch’ei d’amor ferito.

L’anima desidera godere di questa unione e gustarne il sapore, desidera contemplare la sua bellezza e lasciare che Egli si specchi nella sua bellezza. Desidera inoltre conoscere i segreti dell’Amato, ovvero i profondi misteri dell’Incarnazione, dell’umanità di Cristo. Il melograno è il simbolo dei misteri di Cristo che ella desidera finalmente gustare.

  1. Godiam l’un l’altro, Amato,

in tua beltà a contemplarci andiamo,

sul monte e la collina,

dove acqua pura sgorga;

dove è più folto dentro penetriamo.

  1. E quindi alle profonde

caverne della pietra ce ne andremo,

che sono ben celate,

colà noi entreremo,

di melagrana il succo gusteremo.

Lo scopo dell’anima è di amare Dio come Lui la ama e contraccambiare così amore per amore. L’anima vede che con la sua traformazione attuale in Dio, benchè lo ami immensamente, non può giungere ad eguagliare l’amore con cui ella è amata da Lui, per raggiungere questa meta, desidera la trasformazione gloriosa. Qui l’anima ama Dio con la volontà e la forza di Dio stesso, unita con la stessa forza di amore con cui è amata da Lui. Questa forza è nello Spirito Santo, in cui l’anima è traformata poichè, essendo infuso in lei per rafforzare questo amore, data la trasformazione di gloria, supplisce in lei quanto le manca. Dio dà il suo amore all’anima e mentre gli dà questo amore le insegna ad amarlo come è amata da Lui, con la stessa forza. Nella strofa 39 l’anima riassume i doni che riceverà quando potrà vedere Dio faccia a faccia nella sua gloria: 1. Il soffio dello Spirito Santo da Dio a lei e da lei a Dio; 2. La gioia di godere di Dio; 3. La conoscenza delle creature; 4. La pura e chiara contemplazione dell’essenza divina; 5. La trasformazione totale nell’amore immenso di Dio. O anime create per queste grandezze e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa vi intrattenete?

  1. Colà mi mostrerai

quanto da te voleva l’alma mia,

e tosto mi darai

colà, tu, vita mia,

quello che l’altro giorno mi donasti:

  1. Dell’aura lo spirare,

del soave usignolo il dolce canto,

il bosco e la sua grazia,

nella notte serena,

con fiamma che consuma e non dà pena.

L’anima è in una fortezza, niente può più minacciarla o distoglierla da questo amore. Essa è unita e traformata in Dio. Il raccoglimento interiore è tale che ella può dissetarsi alle acque dei beni spirituali, alla fonte dell’acqua viva, che è per la vita eterna.

40 Nessuno la mirava …

Neppure Aminadab compariva …

l’assedio ormai sostava …

e la cavalleria

alla vista delle acque discendeva …

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Teresa inizia il secondo capitolo delle Terze Dimore raccontando delle tante persone che hanno iniziato il loro cammino spirituale con tanto entusiasmo, e poi rimangono fermi senza arrivare mai a consegnare al Signore le chiavi del proprio castello interiore e non riescono a entrare nelle Mansioni successive. Ella ci invita ad educarci nell’arte di una confidenza illimitata nel Signore anche quando l’anima si incontra con le prove del cammino.

Per Teresa, sforzo, lotta, combattimento spirituale fanno parte della vita, accompagnano l’anima fino all’ultimo giorno della vita, fino alla settima Stanza del Castello Interiore.

Esistono tanti tipi di prove, quello che interessa a Teresa è che l’anima passi quanto prima all’altro aspetto della vita cristiana: l’azione di Dio e della sua grazia nel profondo del cuore.

In questo capitolo delle Terze Dimore, Teresa propone ai lettori tanti esempi di prove che l’anima può intrecciare nel proprio cammino; uno di questi è: “l’aridità spirituale” ovvero un certo sentimento di “esaurimento” del contatto con il Signore. L’assenza di Lui. Un calo di emotività e sensibilità verso di Lui. Una certa mancanza di attrazione.

La Santa parla dello scopo di ogni prova: l’anima dopo tale esperienza intensa acquista una consapevolezza della propria fragilità e diventa più cosciente che non può aggrapparsi alle sue forze. Teresa dice che i nostri sforzi, lotte ed impegno sono necessari, ma insufficienti. Non bastano. Il segreto di una vita spirituale sana è aprirci con abbandono illimitato all’opera di Dio e con la fiducia del salmista che dice: “Il Signore completerà per me l’opera sua” (Sal 138).

Le prove che attraversiamo nella nostra vita, le difficoltà, le cosiddette “croci”, servano per darci la spinta a cambiare marcia, a camminare con entusiasmo verso la Stanza Nuziale dove dimora il Re, e soprattutto a non accontentarci di essere arrivati alle terze Mansioni, ma accellerare il passo per poter vedere il Signore.

Teresa, da brava madre e guida spirituale, dà alcuni consigli pratici per attraversare il tempo di prova uniti al Signore:

  • L’umiltà: cioè la consapevolezza e accettazione di noi stessi, con riconoscenza e gratitudine verso il Signore e senza perdere la lucidità verso la parte fragile e debole che ha ancora bisogno di maturare. Questa “virtù” dell’umiltà ci porta una grande serenità e pace per vivere pienamente la nostra quotidianità.
  • L’obbedienza:  Teresa si affretta a sottolineare che questo è un consiglio valido per tutti: “Pur non trattandosi di persone religiose, sarebbe assai utile, come molti già fanno, avere una guida da cui dipendere per rinnegare in tutto la propria volontà” (n.12). Ecco cosa intende dire con queste parole: evitare l’isolamento e l’autosufficienza nel cammino spirituale. Provare a scoprire la volontà di Dio per me, come ha fatto Gesù: “Non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (LC 22:42)
  • L’amicizia: ossia tessere rapporti e relazioni sani con chi è già avanti di noi nel cammino spirituale, perché “Vi sono cose che sembrano impossibili; ma se vediamo che altri le fanno facilmente, ne prendiamo coraggio e osservando il loro volo ci eccitiamo a volare pure noi.” (n.12)

Dunque apriamo le nostre ali e facciamo il volo verso il Signore; non perdiamo tempo e non lasciamo che nessuna prova blocchi il nostro volo. Custodiamo – in ogni tempo – la nostra fiducia illimitata nel Signore: “Egli ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7:37) e continuerà sempre ad esserci accanto.

Buon cammino verso Le Quarte Dimore.

sr Dina della Santa Famiglia

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CANTICO SPIRITUALE STROFE 4-9

Strofa 4

O boschi e fitte selve,
piantati dalla mano dell’Amato!
O prato verdeggiante
di bei fiori smaltato,
ditemi se qui egli è passato!

L’anima contempla la bellezza della natura e vi trova i segni del Creatore. San Giovanni della Croce ci indica che l’anima, nel suo cammino verso Dio, passa attraverso la conoscenza di sè stessa delle strofe precedenti, e prosegue attraverso lo stupore di fronte al creato, segno della sua grandezza. L’anima si sente fortemente spinta verso l’amore del suo amato Dio dalla riflessione sulle creature, vedendo che sono state create dalla mano di Lui. Questo è un invito rivolto anche a noi: ritagliamoci del tempo di silenzio camminando nella natura, fosse solo anche il parco vicino casa nostra. Soffermiamoci sui particolari: dei colori, dei profumi, del canto degli uccelli. “Rimaniamo in contatto con la natura. Possiamo contemplare l’azzurro del cielo, ascoltare le acque del ruscello che sussurrano, guardare le formiche, meravigliarci della bellezza di un fiore, sentire il vento sul nostro volto o lasciarci colpire dal gioco delle nubi nel cielo…Ciò che conta è che non giudichiamo niente e che non vogliamo cambiare niente, ,a che accogliamo tutto così come si manifesta”.  “Stavo volentieri nella natura, ma non mi accorgevo di quanto essa mi stesse cambiando interiormente” (Franz Jalics).

L’esercizio sta nel percepire: la percezione è un atto spirituale, permette di rimanere nel presente e di prendere consapevolezza del dono che ci viene dato attraverso la realtà che ci circonda, in modo sensoriale (attraverso la vista, l’udito, l’olfatto) e poi spirituale.

Impariamo a sostare nella percezione, staccandoci dal pensare e dal fare.

Strofa 5

Mille grazie spargendo
qui pei boschi s’affrettava
e, mentre li guardava,
la sola sua presenza
adorni di bellezza li lasciava.

Le creature (il creato) sono come un’orma del passaggio di Dio, per mezzo della quale si scorgono la sua grandezza, la sua potenza, la sua sapienza e le altre virtù divine.

Dio guardò le cose che aveva fatto ed erano molto buone (Gen1).

Grazie all’Incarnazione del Figlio e alla sua Resurrezione, Dio ha rivestito ogni creatura di bellezza e dignità.

Strofa 6

Ah! chi potrà guarirmi?
Alfin, concediti davvero;
e più non mi mandare
da oggi messaggeri
che non sanno dirmi ciò che bramo!

Nella viva contemplazione e nella conoscenza delle creature l’anima vede con grande chiarezza di quanta grazia, bellezza e virtù sono state dotate da Dio. Una bellezza comunicata dalla infinita bellezza dell’immagine di Dio.

Per questo l’anima è sempre più ferita d’amore: vede i segni dell’Amato nel creato e desidera finalmente incontrarlo personalmente, possederlo.

Le creature le hanno fatto aumentare l’amore e dunque il dolore per la lontananza dell’Amato.

Quanto più l’anima conosce Dio tanto più sente crescere in sè il desiderio di vederlo.

L’anima constata che nulla la può guarire da questo dolore se non la presenza e la vista dell’Amato.

L’anima gli chiede dunque il dono della sua presenza.

L’anima vuole conoscere Dio nella sua essenza, non si accontenta più dei suoi doni nè dei suoi segni.

“Io ti voglio tutto, mentre essi (i messaggeri, le creature) non sanno e non possono dirmi tutto di te”.

Quante volte ci capita di cercare appagamento o consolazione all’esterno, nelle relazioni, nel lavoro, nello svago, ma nulla sa colmarci fino in fondo, nulla riesce a darci la vita cui aneliamo?

Strofa 7

E quanti intorno a te vagando,
di te infinite grazie raccontando,
ravvivan così le mie ferite,
e me spenta lascia non so cosa,
ch’essi vanno appena balbettando.

Le creature balbettano all’anima l’immensità dell’amore di Dio, per cui ella si sente di morire d’amore.

San Giovanni della Croce descrive dunque il dolore dell’anima come ferita, che è più leggera e passa presto perchè causata dai segni dell’Amato presenti nella natura, nelle creature. Come piaga, che è impressa maggiormente nell’anima e dura più a lungo, perchè a causarla sono i segni d’amore ancor maggiori dell’incarnazione del Verbo e dei misteri della fede. Tali segni d’amore sono ancor più grandi per cui producono nell’anima un effetto ancor più profondo di amore. Poi vi è un dolore simile alla morte, in cui l’anima desidera vivere una vita d’amore ed essere trasformata in amore, e che è causata da un tocco d’amore, da quel non so che che viene detto balbettando. L’anima chiama questo tocco d’amore “un non so che”, perchè non riesce nè a capirlo nè a dirlo, ma lo gusta. Tale tocco provoca in lei un amore impaziente, di chi anela ardentemente l’unione con l’amato.

Strofa 8

Ma come duri ancor,
o vita, se non vivi ove vivi,
se ti fanno morir
le frecce che subisci
da ciò che dell’Amato concepisci?

In questa strofa l’anima parla alla sua stessa vita, mettendo in risalto il dolore che le causa ricevere questi continui tocchi dell’amore di Dio (le frecce), senza però riuscire a incontrarlo e a unirsi a Lui totalmente, come vorrebbe. L’anima vive in ciò che ama, ella ha la sua vita in Dio. L’anima è consapevole di ricevere da Dio la vita e l’amore, la vita fisica e quella spirituale, di partecipazione al suo amore. I tocchi d’amore che ella riceve da Dio la rendono feconda e rendono il cuore in grado di comprendere almeno in parte il grande amore di Dio per lei.

Strofa 9

Perché, avendo questo cuor
piagato, poi non l’hai sanato?
E avendolo rubato,
perché me l’hai lasciato
e non cogli la preda che hai rubato?

L’anima capisce che l’unica medicina che può guarire il suo dolore è quella di mettersi nelle mani di Dio affinchè Egli si unisca totalmente a lei con la forza del suo amore. L’anima chiede allora all’Amato perchè le ha ferito il cuore con il tocco del suo amore e non glielo guarisce con la sua presenza. L’anima è innamorata, il suo cuore è tutto dell’Amato, chiede dunque all’Amato di farlo finalmente suo, di godere della sua dolce presenza. Perchè non prendi il cuore che hai rubato per amore, per riempirlo, sfamarlo, accompagnarlo, guarirlo lasciandolo abitare e riposare pienamente in te? L’anima che ama Dio spera da Lui come ricompensa la totalità di questo amore divino.

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CANTICO SPIRITUALE 3: STROFE 2 E 3

Strofa 2

Pastori, voi che andate

di stazzo in stazzo fino all’alto monte,

se per caso incontrate

chi più d’ogni altro bramo,

ditegli che languisco, soffro e muoio.

L’anima che cerca Dio chiede aiuto a dei pastori, ovvero a degli intermediari cui S. Giovanni della Croce dà il nome di affetti, desideri, gemiti, che sanno esprimere bene i segreti del cuore. Si tratta dunque di ascoltare nel silenzio la profondità di se stessi, lì dove ha la radice il nostro affetto, lì dove risiedono i nostri desideri più profondi, lì dove sentiamo anche il vuoto e il dolore di una mancanza, di un’incompletezza.

Si tratta di ascoltare cosa si muove nella profondità del nostro cuore.

Questi messaggeri ci porteranno all’incontro con l’Amato che dimora sull'”alto monte”. Inoltre, è per mezzo dei nostri sentimenti, desideri e vuoti più profondi che Dio si comunica a noi lasciando tracce della sua presenza. Sono veri messaggeri quelli che provengono da vero amore.

S. Giovanni indica come pastori anche gli Angeli, anche questi messaggeri della presenza di Dio che ci guidano a Lui attraverso le buone ispirazioni.

L’anima si rivolge a loro dicendo “se per caso lo incontrate”,  ben sapendo che l’Amato si lascia trovare ed esaudisce ogni preghiera al momento opportuno, non prima, non dopo.

Per questo gli espone semplicemente i propri bisogni, lasciando che l’Amati faccia poi quanto gli piace.

Egli è Colui che amo più di tutti.

Per questo languisco, ovvero sono privo di forze, mi consumo e sono abbattuto, perchè Egli solo è la mia guarigione.

Per questo soffro, perchè Egli solo è la mia gioia.

Per questo muoio, perchè Egli solo è la mia vita.

 

Strofa 3

In cerca del mio amore,

andrò per questi monti e queste rive,

non coglierò mai fiore,

non temerò le fiere,

supererò i forti e le frontiere.

Qui l’anima non solo desidera l’Amato e chiede aiuto attingendo alle sue risorse interiori nella vita di preghiera e dunque contemplativa, ma anche si muove concretamente nella propria vita attiva, ovvero nell’esercizio delle virtù e nell’esercizio spirituale. Si tratta di tutti quei piccoli gesti e scelte con cui possiamo allenarci ogni giorno a scegliere Dio, dando un po’ meno spazio al nostro io. E’ il cammino del cristiano: dirsi dei no quando è la parte più egocentrica di noi stessi che vuole avere il comando, e dire sì a chi ci apre alla carità e al dono della nostra vita. Concretamente, avviene attraverso piccoli atti di fiducia, atti di carità, l’accoglienza e l’impegno nel quotidiano anche quando costa sacrificio.

La via per cui si cerca Dio consiste nell’operare il bene in Lui e nel mortificare il male in sè.

Ci sono attaccamenti, dipendenze, consolazioni, tappabuchi, passioni, che occupano il nostro cuore e sono di impedimento alla nostra anima nel cammino verso Dio.

Se le ricchezze sovrabbondano, non vogliate attaccarvi il cuore.

Il nostro cuore, infatti, è di Dio.

La preghiera e l’umiltà sono le armi contro ogni fiera che si avventa dentro e fuori di noi, “destabilizzandoci”. Rivestiamoci dunque con costanza risoluta e coraggio dell’armatura di Dio, per essere sempre più liberi di seguire l’amore della nostra vita.

 

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CANTICO SPIRITUALE 2: Strofa 1

Dove ti sei nascosto, Amato?

Sola qui, gemente, mi hai lasciata!

Come il cervo fuggisti,

dopo avermi ferita;

gridando t’inseguii: eri sparito!

 

San Giovanni della Croce descrive all’inizio del suo Cantico l’esperienza dell’anima che ha incontrato Dio, ha fatto esperienza del suo amore. Questo è il punto di partenza di tutte le conversioni, grandi o piccole, dell’esistenza. L’anima ora sa che Egli è l’amore. Soprattutto, che è il suo amore, l’amore della sua vita. Questo amore l’ha ferita, ovvero ha lasciato una traccia così profonda, che ora all’assenza dell’amato l’anima soffre, perchè non può più fare a meno della sua presenza. Desidera unirsi a Lui. E dunque chiede:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Verbo, Sposo mio, mostrami il luogo dove stai nascosto.

Dov’è il luogo dove possiamo ancora incontrare Dio, così intimamente?

San Giovanni scrive che a volte possiamo avere esperienza sensibile che Lui è presente, quando ci sembra di “sentirlo”, così come possiamo fare esperienza di aridità, quando al contrario ci sembra di non riuscire nè a vederlo, nè a sentirlo e avvertiamo un grande vuoto. Ma il punto non sta qui: l’anima infatti desidera incontrarlo ad un livello più profondo di un’esperienza sensibile o affettiva, in cui Dio si può “sentire” o meno. L’anima desidera incontrarlo nella sua essenza. Ma si chiede:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Nel commento alla strofa, San Giovanni risponde che il Verbo, Figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, nella sua essenza e presenza se ne sta nascosto nell’interno dell’anima.

Quindi l’anima che vuole trovarlo, deve ritirarsi in sommo raccoglimento dentro di sè.

È questo il luogo dove possiamo unirci a Dio. É un luogo a noi molto vicino, più intimo di noi stessi. Qui noi possiamo desiderarlo, adorarlo.

Ma vi è una difficoltà. Pur essendo a te così vicino, pure essendo dentro di te, se ne sta nascosto.

Dunque l’anima torna a chiedere:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Se l’Amato dell’anima mia è dentro di me, perchè non lo trovo e non lo sento?

Perchè Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo.

Egli è il tesoro nascosto nel campo, l’anima decide di vendere tutti i suoi beni pur di comprare e accedere al campo (la propria interiorità) in cui è nascosto questo tesoro (Mt. 13,44).

Per questo, sia che tu sia in un periodo di fervore spirituale, sia che tu sia nell’aridità, fai bene a chiedere:

Dove ti sei nascosto, Amato?

In ogni tempo, nell’abbondanza come nella scarsità spirituale e materiale, fai bene a considerare Dio come nascosto e ad invocarlo dicendo:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Egli è l’Amato. Trascorrendo il tempo con Lui, perseverando nella preghiera e intrattenendo a lungo in Lui il proprio animo, stabilendo in Lui il proprio cuore con affetto totale, sgorga in noi l’amore, e con l’amore possiamo chiedergli tutto, avremo libero accesso al suo cuore.

Sola qui, gemente, mi hai lasciata!

L’assenza dell’Amato causa un gemito continuo nell’amante poichè, dato che ama solo Lui, all’infuori di Lui non trova alcun riposo e sollievo. Indizio certo per sapere se uno ama veramente Dio è quindi quello di vedere se si contenta di cosa inferiore a Lui.

Le parole del Santo non vogliono sminuire tutta la sfera delle nostre amicizie, dei nostri affetti per le persone care, o ancora le nostre passioni, per il lavoro, per quello che facciamo ecc. Ci dice solo di non pretendere da una persona o una cosa, che questa colmi la nostra fame di vita e di amore: resteremo inquieti e frustrati. La nostra anima ha bisogno di Dio.

L’anima emette dunque un gemito, perchè ha gustato il dolce tocco di Dio nella propria vita, e ora ne sente la mancanza.

Come il cervo fuggisti,

dopo avermi ferita

Egli infatti è come un cervo, ama starsene nascosto tra i rifugi della roccia, ed è molto veloce al suo passaggio. Un momento si mostra per dare nuovo vigore all’anima, e il momento dopo di nuovo si nasconde. E all’anima sembra di non poterlo afferrare, di non riuscire a trattenerlo, e soffre dunque d’amore.

Nella nostra vita possiamo fare memoria di questi tocchi d’amore con cui Dio ci visita, lascia il segno dentro di noi.

L’anima brucia nel fuoco ardente d’amore tanto da sembrarle di consumarsi come fiamma, la quale la fa uscire di sè, rinnovare tutta e passare ad un modo nuovo di essere.

L’anima riceve il tocco di Dio, ma non può possederlo, per cui con la stessa velocità con cui ne percepisce il tocco, ne percepisce anche l’assenza, perchè in terra non può possederlo come desidera.

Queste ferite spirituali di amore fanno uscire l’anima da sè per penetrare in Dio.

L’anima non solo si allontana dagli attaccamenti e dalle dipendenze della terra, ma esce anche da se stessa e si lancia ad inseguirlo, per unirsi a Lui.

Ma Lui è fuggito via, e il dolore dell’anima è molto grande, perchè ha intravisto il bene immenso che ora non riesce ad afferrare.

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