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Cantico spirituale: strofe 30-40

Nelle strofe che leggeremo continua il dialogo dell’anima con lo Sposo. L’anima elenca le virtù e i doni che riceve da Dio e che descrive come fiori e smeraldi tenuti insieme e intrecciati grazie ad un suo capello: ovvero grazie alla sua volontà e all’amore che porta per l’Amato. Questo amore è molto forte: è un amore unito alla fortezza, necessaria affinchè nessun vizio intervenga a spezzare questa unione. Dio contempla l’amore che l’anima gli porta, ovvero lo guarda con particolare attenzione e stima. Il suo sguardo è amore che si abbassa per andare incontro allo slancio dell’Amata. Il Signore resta come prigioniero dell’anima che vede così piena di un amore unico e forte.

  1. Di smeraldi e di fiori

nella frescura del mattino scelti,

intessere ghirlande,

nell’amor tuo fiorite

e con un mio capello intrecciate.

  1. Da quel solo capello

che ondeggiar sul mio collo tu guardasti,

sul mio collo mirasti,

preso tu rimanesti,

da un occhio mio piagare ti lasciasti.

Dio, infondendo nell’anima la sua grazia, la rende degna e capace del suo amore. Lo sguardo di Dio purifica, abbellisce, arricchisce e illumina l’anima. L’anima ricorda bene che era di colore bruno, ovvero ricorda bene il male del passato, sebbene lo Sposo se ne sia già dimenticato. Questa memoria serve all’anima per ricordare anche tutte le grazie ricevute, prova dunque un sentimento di gratitudine e amore. Dio riempie di grazia su grazia, ama in modo ineffabile. L’anima dunque non può che lodarlo e ringraziarlo, e Lui fa lo stesso: loda e ringrazia la sua anima sposa.

  1. Quando tu mi miravi,

lor grazia in me imprimevan gli occhi tuoi:

di più quindi mi amavi,

perciò in te meritavano

gli occhi miei adorar quanto vedevano.

  1. Non voler disprezzarmi,

se di colore bruno mi hai trovata

ormai puoi ben mirarmi

dopo avermi guardata,

e grazia e beltà in me aver lasciata.

La colomba bianca è simbolo dell’anima pura unita a Dio. Nel suo amore Dio trova ristoro. Dio è ora guida dell’anima e sua luce, la conduce nella solitudine, ovvero nell’assenza di ogni appagamento, conforto e aiuto. In questa solitudine pacifica, Egli solo è la sua guida. Lui stesso si prende cura dell’anima, la solleva sulle braccia, la nutre, la guida verso le profondità di Dio.

  1. La bianca colombella

col ramoscello all’ arca è ritornata,

e già la tortorella

il suo compagno amato

lungo il verde ruscello ha ritrovato.

  1. Nel deserto viveva

e nel deserto ha fatto già il suo nido,

nel deserto la guida

da solo il suo Diletto,

nel deserto anch’ei d’amor ferito.

L’anima desidera godere di questa unione e gustarne il sapore, desidera contemplare la sua bellezza e lasciare che Egli si specchi nella sua bellezza. Desidera inoltre conoscere i segreti dell’Amato, ovvero i profondi misteri dell’Incarnazione, dell’umanità di Cristo. Il melograno è il simbolo dei misteri di Cristo che ella desidera finalmente gustare.

  1. Godiam l’un l’altro, Amato,

in tua beltà a contemplarci andiamo,

sul monte e la collina,

dove acqua pura sgorga;

dove è più folto dentro penetriamo.

  1. E quindi alle profonde

caverne della pietra ce ne andremo,

che sono ben celate,

colà noi entreremo,

di melagrana il succo gusteremo.

Lo scopo dell’anima è di amare Dio come Lui la ama e contraccambiare così amore per amore. L’anima vede che con la sua traformazione attuale in Dio, benchè lo ami immensamente, non può giungere ad eguagliare l’amore con cui ella è amata da Lui, per raggiungere questa meta, desidera la trasformazione gloriosa. Qui l’anima ama Dio con la volontà e la forza di Dio stesso, unita con la stessa forza di amore con cui è amata da Lui. Questa forza è nello Spirito Santo, in cui l’anima è traformata poichè, essendo infuso in lei per rafforzare questo amore, data la trasformazione di gloria, supplisce in lei quanto le manca. Dio dà il suo amore all’anima e mentre gli dà questo amore le insegna ad amarlo come è amata da Lui, con la stessa forza. Nella strofa 39 l’anima riassume i doni che riceverà quando potrà vedere Dio faccia a faccia nella sua gloria: 1. Il soffio dello Spirito Santo da Dio a lei e da lei a Dio; 2. La gioia di godere di Dio; 3. La conoscenza delle creature; 4. La pura e chiara contemplazione dell’essenza divina; 5. La trasformazione totale nell’amore immenso di Dio. O anime create per queste grandezze e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa vi intrattenete?

  1. Colà mi mostrerai

quanto da te voleva l’alma mia,

e tosto mi darai

colà, tu, vita mia,

quello che l’altro giorno mi donasti:

  1. Dell’aura lo spirare,

del soave usignolo il dolce canto,

il bosco e la sua grazia,

nella notte serena,

con fiamma che consuma e non dà pena.

L’anima è in una fortezza, niente può più minacciarla o distoglierla da questo amore. Essa è unita e traformata in Dio. Il raccoglimento interiore è tale che ella può dissetarsi alle acque dei beni spirituali, alla fonte dell’acqua viva, che è per la vita eterna.

40 Nessuno la mirava …

Neppure Aminadab compariva …

l’assedio ormai sostava …

e la cavalleria

alla vista delle acque discendeva …

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CANTICO SPIRITUALE STROFE 20-30

Strofe 20-21

  1. O voi, agili uccelli,

leoni, cervi, daini saltatori,

monti, riviere, valli,

acque, aure, ardori

e delle notti vigili timori:

  1. Per le soavi lire

e il canto di sirene io vi scongiuro,

cessino le vostre ire,

non mi toccate il muro,

perché la sposa dorma più al sicuro

L’anima ora possiede pace e tranquillità. Gli animali della prima strofa sono infatti tutte le distrazioni che potrebbero turbarla: a queste lo Sposo chiede di starsene calme e sottomesse alla ragione. L’immaginazione, come anche i sentimenti di gioia, speranza, dolore e timore: tutto viene lasciato fuori dalle pareti del cuore, dove la sposa trova pace, dorme in compagnia dello Sposo in un sonno di amore, in un ordinario abbraccio. L’anima è ora stabile in Dio, è entrata in Dio dove gode ogni pace.

Strofe 22-23

  1. Entrata ormai è la sposa

nel già desiato giardinetto ameno,

a suo piacer riposa,

il collo reclinato ,

sopra le dolci braccia dell Amato.

  1. Di un melo sotto i rami

quivi da me tu fosti disposata,

là ti porsi la mano,

e fosti risanata

colà dove tua madre fu molata.

L’anima è giunta al matrimonio spirituale. Riposa tra le braccia dell’Amato. Ella procede per la via unitiva, in cui l’uno si dà all’altro e viceversa, in un possesso totale. L’anima viene resa divina per partecipazione. Vive la vita di Dio. La sua debolezza è dolcemente reclinata sopra le braccia forti dell’Amato, Egli è la sua forza. Durante il matrimonio spirituale l’Amato confida i propri segreti all’anima sua Amata, ovvero i misteri della sua incarnazione e della redenzione dell’uomo. E dunque alla strofa 23 le racconta che proprio come l’uomo si perse a causa dell’albero del peccato originale, così ora viene redento e guarito da ogni male grazie all’albero della Croce, in cui Cristo ha sposato la natura umana ed è ora causa della nostra vita. Egli sa far nascere il bene dal male e indirizzare verso un bene maggiore anche ciò che è stato causa di male.

Strofe 24-25

  1. Fiorito è il nostro letto,

da tane di leoni circondato,

da porpora protetto,

in pace edificato,

di mille scudi d’oro incastonato.

  1. Dietro le tue vestigia

le giovani scorrazzano in cammino,

al tocco di scintilla,

al rinforzato vino,

emissioni di balsamo divino.

Il letto in cui si consuma l’unione dell’anima con l’Amato, è lo stesso Figlio di Dio, sul quale, per mezzo dell’unione d’amore, ella riposa. Tale letto è:

  1. fiorito: qui trova infatti tutti i doni di grazia dello Sposo.
  2. circondato: custodito dalla presenza di leoni, ovvero di virtù, che rendono l’anima forte.
  3. porpora: è la carità. Tutte le virtù dell’anima sono come immerse nell’amore.
  4. in pace: la carità perfetta caccia via ogni timore e dona quindi una pace profonda.
  5. scudi: sono le virtù e i doni dell’anima che la difendono dai vizi, vinti per mezzo del loro esercizio.

L’anima gode della partecipazione di Dio, diventa uguale a Dio per amore.

In questa unione l’anima è in grado di riconoscere anche le grazie che l’Amato elargisce agli altri: ognuno infatti, nello stato in cui è chiamato da Dio, cammina per la via della vita eterna, ovvero dell’unione di amore con l’Amato. Chi è “ancora giovane”, una giovane anima innamorata, ha il fervore e la forza dell’amore, ma ha bisogno di attraversare il tempo della prova per giungere a possere il “rinforzato vino” dell’amore, purificato e reso forte dall’esercizio delle virtù.

Strofe 26-27

  1. Nell’intima cantina

io bevvi dell’Amato, quindi uscita

alla pianura bella

tutto dimenticai,

anche il gregge smarrii, prima seguito.

  1. Lì mi dette il suo petto,

lì una scienza mi infuse saporosa,

ed io a Lui mi detti,

senza tralasciar cosa,

e gli promisi allor d’esser sua sposa.

L’anima ora è vestita di Dio e immersa nella divinità, nell’intimo del suo spirito. La cantina è l’ultimo e più intimo grado di amore, è il luogo più interno dell’anima, qui avviene l’unione o trasformazione di amore in Lui: è il matrimonio spirituale.  L’anima beve del suo Dio, e le sembra di non saper altro che di Lui solo, dunque non giudica nulla come male, diviene innocente e sospende ogni giudizio di male, perchè ha in sè lo sguardo di Dio. Lo spirito di Dio ha la proprietà di inclinare l’anima in cui dimora a ignorare e a non voler sapere le cose degli altri…lo spirito di Dio è infatti raccolto in lei per liberarla e non implicarla nelle cose degli altri. L’anima è sempre più libera, lascia andare i greggi che prima seguiva, ovvero: la smania di sapere tutto, di possedere oggetti, gli attaccamenti a cose o persone, il desiderio di stima, i puntigli in cui si fissa, i pensieri inutili che l’assorbono, i sentimenti che la trascinano o travolgono. Quando entra nella cantina interiore, dimentica tutte queste cose, tutte vengono trasformate in amore.

In questa unione interiore con Dio l’anima sperimenta una grande tenerezza: Egli è così sollecito a favorirla, come se Egli fosse lo schiavo, ed ella Dio, tanto profonda è l’umiltà e la dolcezza di Dio! L’anima sperimenta una tale gratitudine che vuole fare dono di tutta se stessa a Dio, gli offre la propria volontà e l’amore. In questa unione l’anima conosce i segreti di Dio, ed è una conoscenza che si acquista per amore, per questo è una scienza molto “gustosa”! L’anima è tutta amore. Tutte le cose la spingono all’amore di Dio. Non sa più far altro che amare.

Strofe 28-29

  1. L’anima mia si è data,

tutti i miei beni sono a suo servizio;

non pasco più la greggia,

non ho più altra cura,

ché solo nell’amare è il mio esercizio.

  1. Se da oggi nel prato

non sarò più né vista né trovata,

dite che san smarrita,

che, essendo innamorata,

mi san persa volendo e ho guadagnato.

L’anima ha fatto dono di sè all’Amato in questa unione d’amore, dove ora è al suo servizio: ricerca le cose che sono per la maggior gloria di Dio e le compie, ama tutto ciò che fa piacere al Signore, rivolge sempre a Lui l’affetto e l’attenzione. L’anima agisce per amore di Dio, si occupa delle sue cose. Se prima l’anima ricercava i complimenti, cercava di fare bella figura e di piacere al prossimo, ora non perde più tempo in questi “inutili passatempi” ma si dedica totalmente nell’esercizio d’amore. Ella ora fa tutto per amore e nell’amore. Rimane unita a Dio restando amorosamente e quotidianamente attenta alla sua volontà. L’anima si dedica all’attenzione al continuo esercizio di amore in Dio. È più prezioso al cospetto del Signore e dell’anima e di maggior profitto per la Chiesa un briciolo di puro amore che tutte le altre opere insieme, quantunque sembri che l’anima non faccia niente. Per questo amore infatti siamo stati creati.

L’anima abbandona tutto ciò che non è Lui, tutte le cose e se stessa, si perde a tutto per amore dello Sposo.

Strofa 30

  1. Di smeraldi e di fiori

nella frescura del mattino scelti,

intessere ghirlande,

nell’amor tuo fiorite

e con un mio capello intrecciate.

L’intreccio di cui si parla in questa strofa sta ad indicare l’unione dell’anima con Dio, e il capello è la volontà e l’amore dell’anima stessa, che si tiene ben aggrappata al proprio Dio. Il filo di amore unisce e stringe Dio e l’anima con tanta forza da trasformarli e renderli una sola cosa per amore. Nella gloria, l’anima sembra Dio e Dio l’anima.

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CANTICO SPIRITUALE STROFE 10-19

Strofe 10-11

  1. Estingui i miei affanni,

ché nessuno vale ad annientarli,

ti vedan i miei occhi,

perché ne sei la luce,

per te solo desidero serbarli!

  1. Scopri la tua presenza,

mi uccida la tua vista e tua bellezza,

sai che la sofferenza

di amore non si cura

se non con la presenza e la figura.

Continua il grido dell’anima che desidera finalmente vedere la luce! Ella desidera vedere Lui solo. Non vuole perdere tempo con nient’altro che non sia Dio. Ella desidera stare alla sua presenza. Sa e ne è certa che Dio dimora nella sua anima, che Egli è impresso nel proprio intimo, tuttavia desidera che la sua presenza nascosta diventi finalmente manifesta. Ella desidera “immergersi in quel bene sommo che sente presente e nascosto” per questo è attratta dal proprio centro e chiede:

Scopri la tua presenza!

Mostrami il tuo volto!

Possa dunque essere questa la nostra preghiera, sussurrata interiormente anche durante il lavoro e gli impegni.

L’anima è determinata, non ha paura di nulla, il vero amore infatti riceve con uguale serenità tutto ciò che le viene da parte dell’Amato, sia le avversità che le prosperità.

L’amore di Dio è salute dell’anima, è l’unica medicina che può guarire la sofferenza dell’anima.

Strofa 12-13

  1. O fonte cristallina,

se in questi tuoi riflessi inargentati

formassi all’improvviso

quegli occhi tuoi desiderati,

che porto nel mio intimo abbozzati!

  1. Distoglili, Amato,

ché a volo io vado!

lo Sposo

Colomba mia, ritorna,

ché il tuo cervo ferito

spunta di sull’altura

e al soffio di tuo vol gode frescura!

L’anima, che desidera ardentemente l’unione con lo Sposo si rivolge alla fede, come colei che può comunicarle la luce dell’Amato e condurla alla vera unione del fidanzamento spirituale con Dio. La fonte cristallina è dunque l’immagine della fede, da questa fonte l’anima riceve ogni bene spirituale.

L’Amato va incontro al suo desiderio manifestando alcuni raggi della sua grandezza e divinità, la cui bellezza è così mozzafiato che l’anima non riesce a reggerla e chiede dunque di allontanare per un attimo lo sguardo.

L’Amato dice all’anima di ritornare a Lui, di volgersi nuovamente verso il suo sguardo, perchè l’Amato, come un cervo ferito dall’amore che porta per l’anima, inizia a manifestarsi a lei per mezzo dell’alta contemplazione. Il volo che compie l’anima è proprio questo innalzarsi nella contemplazione di Dio, possibile grazie all’amore. Dio infonde nell’anima la sua grazia e il suo amore in proporzione alla volontà e all’amore di essa.

Strofe 14-15

la Sposa

  1. L’Amato le montagne,

le boschive valli solitarie,

le isole inesplorate,

i fiumi gorgoglianti,

il sibilo dei venti innamorati,

  1. la quiete della notte

vicina allo spuntar dell’aurora,

musica silenziosa,

solitudin sonora,

cena che ristora e innamora.

Il volo spirituale indica un alto stato di unione di amore in cui, dopo un lungo esercizio spirituale, Dio colloca l’anima. Questo stato viene detto fidanzamento spirituale con il Verbo, Figlio di Dio. Il Signore comunica all’anima grandi beni, la colma di conoscenza e amore divino. L’anima inizia a vivere in uno stato di pace e di gioia. Le strofe dunque descrivono questo stato di unione del fidanzamento, in cui l’anima intrattiene con l’Amato un dolce e pacifico esercizio d’amore e comunicazione. Gode di un’inestimabile sazietà d’amore. E’ confermata in amore. Dal momento che l’anima si unisce con il Signore, si accorge che tutte le cose sono Lui e dunque può contemplare la bontà di tutte le cose, può ascoltare il sussurro silenzioso che proviene da ogni realtà: ciascuna le parla del suo Dio e del suo amore. L’anima gusta la calma, il riposo come in una notte pacifica. Questa notte calma non è oscura, ma è come la notte quando sta per spuntare l’aurora. Questa calma o quiete in Dio è pace e quiete nella luce di Dio.

L’anima illuminata dalla luce di Dio vede nel proprio spirito tutte le virtù che possiede.

Le offre tutte all’Amato, il quale le gradisce immensamente.

Tutto ciò avviene nell’intimo dell’anima, dove ella sente che l’Amato riposa come nel suo proprio letto, poichè ella gli offre se stessa insieme con le virtù.

Strofe 16 e 17

  1. Prendeteci le volpi,

chè fiorita è ormai la nostra vigna,

mentre che noi di rose

intrecciamo unapina,

non compaia nessun sulla collina.

  1. Fermati, o borea morto,

austro vieni, che susciti gli amori,

spira per il mio orto,

sì che corran gli odori

e l’Amato si pasca in mezzo ai fiori.

L’anima qui prega gli Angeli di cacciare ogni distrazione o turbamento (le volpi) che potrebbero distoglierla da questo esercizio dell’amore interiore (in cui ella si trova come in una vigna fiorita). Ogni volta che si presenta qualche ostacolo, ella con grande velocità si raccoglie nel profondo nascondiglio del suo intimo, dove può continuare a restare nell’amore e dove si sente protetta da ogni attacco del male. Si tratta dell’unione interiore con Dio, l’anima resta in un esercizio amoroso in Dio, che è amare in comunicazione di amore.

Nella strofa 17 l’anima parla con l’aridità e lo Spirito del suo Sposo, perchè ha una grande paura che le sia tolta anche solo per un momento questa presenza così preziosa. L’aridità di spirito può essere infatti una causa che impedisce all’anima di gustare questa unione. L’anima dunque chiude la porta in faccia all’aridità attraverso una preghiera e un amore verso Dio continui. Inoltre ella invoca lo Spirito Santo perchè tenga lontana l’aridita e alimenti e accresca l’amore che ella porta per lo Sposo. Borea morto è la tramontana, un vento molto freddo che congela tutto, è simbolo dunque dell’aridità, che l’anima desidera allontanare attraverso la preghiera e gli esercizi spirituali. L’austro è il libeccio, un vento caldo, piacevole, genera la pioggia e fa germogliare fiori e piante. E’ simbolo dello Spirito Santo, che risveglia l’amore fra Lui e lei.

Strofe 18 e 19

  1. O ninfe di Giudea,

mentre che in mezzo ai fiori e ai roseti

l’ambra sparge il profumo,

nei borghi dimorate,

toccar le nostre soglie non vogliate.

  1. Nasconditi, o Diletto,

e volgi la tua faccia alle montagne,

e non voler parlarne,

ma guarda le compagne

di chi sen va per isole straniere.

L’anima chiede nuovamente agli stimoli provenienti dai sensi e dunque dall’esterno, di fermarsi alla porta del suo cuore e calmarsi, per non disturbare il suo stato di unione con Dio. Dà loro il nome di ninfe e sono tutte quelle immagini, fantasie, affetti che possono agitarla o distrarla, suscitando pensieri e sconcentrandola dall’oggetto del suo amore. L’anima invita non solo questi movimenti a non toccare la sua porta, ma prega anche tutte le preoccupazioni di allontanarsi, perchè non concorrono al mantenimento della quiete e del bene in cui ella trova la sua gioia.

Dunque ella chiede all’Amato 4 cose: 1. Che si comunichi nell’intimo di se stessa, 2. Di essere colmata di Lui, 3. Che tutto ciò avvenga in modo molto profondo, 4. Di innamorarsi delle virtù che Egli stesso ha posto in lei, così da rimanere uniti l’uno all’altra. Amato mio sposo, raccogliti nel più intimo dell’anima, comunicandoti a lei di nascosto, manifestandole le tue meraviglie nascoste, lontane da ogni occhio mortale.

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CANTICO SPIRITUALE STROFE 4-9

Strofa 4

O boschi e fitte selve,
piantati dalla mano dell’Amato!
O prato verdeggiante
di bei fiori smaltato,
ditemi se qui egli è passato!

L’anima contempla la bellezza della natura e vi trova i segni del Creatore. San Giovanni della Croce ci indica che l’anima, nel suo cammino verso Dio, passa attraverso la conoscenza di sè stessa delle strofe precedenti, e prosegue attraverso lo stupore di fronte al creato, segno della sua grandezza. L’anima si sente fortemente spinta verso l’amore del suo amato Dio dalla riflessione sulle creature, vedendo che sono state create dalla mano di Lui. Questo è un invito rivolto anche a noi: ritagliamoci del tempo di silenzio camminando nella natura, fosse solo anche il parco vicino casa nostra. Soffermiamoci sui particolari: dei colori, dei profumi, del canto degli uccelli. “Rimaniamo in contatto con la natura. Possiamo contemplare l’azzurro del cielo, ascoltare le acque del ruscello che sussurrano, guardare le formiche, meravigliarci della bellezza di un fiore, sentire il vento sul nostro volto o lasciarci colpire dal gioco delle nubi nel cielo…Ciò che conta è che non giudichiamo niente e che non vogliamo cambiare niente, ,a che accogliamo tutto così come si manifesta”.  “Stavo volentieri nella natura, ma non mi accorgevo di quanto essa mi stesse cambiando interiormente” (Franz Jalics).

L’esercizio sta nel percepire: la percezione è un atto spirituale, permette di rimanere nel presente e di prendere consapevolezza del dono che ci viene dato attraverso la realtà che ci circonda, in modo sensoriale (attraverso la vista, l’udito, l’olfatto) e poi spirituale.

Impariamo a sostare nella percezione, staccandoci dal pensare e dal fare.

Strofa 5

Mille grazie spargendo
qui pei boschi s’affrettava
e, mentre li guardava,
la sola sua presenza
adorni di bellezza li lasciava.

Le creature (il creato) sono come un’orma del passaggio di Dio, per mezzo della quale si scorgono la sua grandezza, la sua potenza, la sua sapienza e le altre virtù divine.

Dio guardò le cose che aveva fatto ed erano molto buone (Gen1).

Grazie all’Incarnazione del Figlio e alla sua Resurrezione, Dio ha rivestito ogni creatura di bellezza e dignità.

Strofa 6

Ah! chi potrà guarirmi?
Alfin, concediti davvero;
e più non mi mandare
da oggi messaggeri
che non sanno dirmi ciò che bramo!

Nella viva contemplazione e nella conoscenza delle creature l’anima vede con grande chiarezza di quanta grazia, bellezza e virtù sono state dotate da Dio. Una bellezza comunicata dalla infinita bellezza dell’immagine di Dio.

Per questo l’anima è sempre più ferita d’amore: vede i segni dell’Amato nel creato e desidera finalmente incontrarlo personalmente, possederlo.

Le creature le hanno fatto aumentare l’amore e dunque il dolore per la lontananza dell’Amato.

Quanto più l’anima conosce Dio tanto più sente crescere in sè il desiderio di vederlo.

L’anima constata che nulla la può guarire da questo dolore se non la presenza e la vista dell’Amato.

L’anima gli chiede dunque il dono della sua presenza.

L’anima vuole conoscere Dio nella sua essenza, non si accontenta più dei suoi doni nè dei suoi segni.

“Io ti voglio tutto, mentre essi (i messaggeri, le creature) non sanno e non possono dirmi tutto di te”.

Quante volte ci capita di cercare appagamento o consolazione all’esterno, nelle relazioni, nel lavoro, nello svago, ma nulla sa colmarci fino in fondo, nulla riesce a darci la vita cui aneliamo?

Strofa 7

E quanti intorno a te vagando,
di te infinite grazie raccontando,
ravvivan così le mie ferite,
e me spenta lascia non so cosa,
ch’essi vanno appena balbettando.

Le creature balbettano all’anima l’immensità dell’amore di Dio, per cui ella si sente di morire d’amore.

San Giovanni della Croce descrive dunque il dolore dell’anima come ferita, che è più leggera e passa presto perchè causata dai segni dell’Amato presenti nella natura, nelle creature. Come piaga, che è impressa maggiormente nell’anima e dura più a lungo, perchè a causarla sono i segni d’amore ancor maggiori dell’incarnazione del Verbo e dei misteri della fede. Tali segni d’amore sono ancor più grandi per cui producono nell’anima un effetto ancor più profondo di amore. Poi vi è un dolore simile alla morte, in cui l’anima desidera vivere una vita d’amore ed essere trasformata in amore, e che è causata da un tocco d’amore, da quel non so che che viene detto balbettando. L’anima chiama questo tocco d’amore “un non so che”, perchè non riesce nè a capirlo nè a dirlo, ma lo gusta. Tale tocco provoca in lei un amore impaziente, di chi anela ardentemente l’unione con l’amato.

Strofa 8

Ma come duri ancor,
o vita, se non vivi ove vivi,
se ti fanno morir
le frecce che subisci
da ciò che dell’Amato concepisci?

In questa strofa l’anima parla alla sua stessa vita, mettendo in risalto il dolore che le causa ricevere questi continui tocchi dell’amore di Dio (le frecce), senza però riuscire a incontrarlo e a unirsi a Lui totalmente, come vorrebbe. L’anima vive in ciò che ama, ella ha la sua vita in Dio. L’anima è consapevole di ricevere da Dio la vita e l’amore, la vita fisica e quella spirituale, di partecipazione al suo amore. I tocchi d’amore che ella riceve da Dio la rendono feconda e rendono il cuore in grado di comprendere almeno in parte il grande amore di Dio per lei.

Strofa 9

Perché, avendo questo cuor
piagato, poi non l’hai sanato?
E avendolo rubato,
perché me l’hai lasciato
e non cogli la preda che hai rubato?

L’anima capisce che l’unica medicina che può guarire il suo dolore è quella di mettersi nelle mani di Dio affinchè Egli si unisca totalmente a lei con la forza del suo amore. L’anima chiede allora all’Amato perchè le ha ferito il cuore con il tocco del suo amore e non glielo guarisce con la sua presenza. L’anima è innamorata, il suo cuore è tutto dell’Amato, chiede dunque all’Amato di farlo finalmente suo, di godere della sua dolce presenza. Perchè non prendi il cuore che hai rubato per amore, per riempirlo, sfamarlo, accompagnarlo, guarirlo lasciandolo abitare e riposare pienamente in te? L’anima che ama Dio spera da Lui come ricompensa la totalità di questo amore divino.

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CANTICO SPIRITUALE 3: STROFE 2 E 3

Strofa 2

Pastori, voi che andate

di stazzo in stazzo fino all’alto monte,

se per caso incontrate

chi più d’ogni altro bramo,

ditegli che languisco, soffro e muoio.

L’anima che cerca Dio chiede aiuto a dei pastori, ovvero a degli intermediari cui S. Giovanni della Croce dà il nome di affetti, desideri, gemiti, che sanno esprimere bene i segreti del cuore. Si tratta dunque di ascoltare nel silenzio la profondità di se stessi, lì dove ha la radice il nostro affetto, lì dove risiedono i nostri desideri più profondi, lì dove sentiamo anche il vuoto e il dolore di una mancanza, di un’incompletezza.

Si tratta di ascoltare cosa si muove nella profondità del nostro cuore.

Questi messaggeri ci porteranno all’incontro con l’Amato che dimora sull'”alto monte”. Inoltre, è per mezzo dei nostri sentimenti, desideri e vuoti più profondi che Dio si comunica a noi lasciando tracce della sua presenza. Sono veri messaggeri quelli che provengono da vero amore.

S. Giovanni indica come pastori anche gli Angeli, anche questi messaggeri della presenza di Dio che ci guidano a Lui attraverso le buone ispirazioni.

L’anima si rivolge a loro dicendo “se per caso lo incontrate”,  ben sapendo che l’Amato si lascia trovare ed esaudisce ogni preghiera al momento opportuno, non prima, non dopo.

Per questo gli espone semplicemente i propri bisogni, lasciando che l’Amati faccia poi quanto gli piace.

Egli è Colui che amo più di tutti.

Per questo languisco, ovvero sono privo di forze, mi consumo e sono abbattuto, perchè Egli solo è la mia guarigione.

Per questo soffro, perchè Egli solo è la mia gioia.

Per questo muoio, perchè Egli solo è la mia vita.

 

Strofa 3

In cerca del mio amore,

andrò per questi monti e queste rive,

non coglierò mai fiore,

non temerò le fiere,

supererò i forti e le frontiere.

Qui l’anima non solo desidera l’Amato e chiede aiuto attingendo alle sue risorse interiori nella vita di preghiera e dunque contemplativa, ma anche si muove concretamente nella propria vita attiva, ovvero nell’esercizio delle virtù e nell’esercizio spirituale. Si tratta di tutti quei piccoli gesti e scelte con cui possiamo allenarci ogni giorno a scegliere Dio, dando un po’ meno spazio al nostro io. E’ il cammino del cristiano: dirsi dei no quando è la parte più egocentrica di noi stessi che vuole avere il comando, e dire sì a chi ci apre alla carità e al dono della nostra vita. Concretamente, avviene attraverso piccoli atti di fiducia, atti di carità, l’accoglienza e l’impegno nel quotidiano anche quando costa sacrificio.

La via per cui si cerca Dio consiste nell’operare il bene in Lui e nel mortificare il male in sè.

Ci sono attaccamenti, dipendenze, consolazioni, tappabuchi, passioni, che occupano il nostro cuore e sono di impedimento alla nostra anima nel cammino verso Dio.

Se le ricchezze sovrabbondano, non vogliate attaccarvi il cuore.

Il nostro cuore, infatti, è di Dio.

La preghiera e l’umiltà sono le armi contro ogni fiera che si avventa dentro e fuori di noi, “destabilizzandoci”. Rivestiamoci dunque con costanza risoluta e coraggio dell’armatura di Dio, per essere sempre più liberi di seguire l’amore della nostra vita.

 

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CANTICO SPIRITUALE 2: Strofa 1

Dove ti sei nascosto, Amato?

Sola qui, gemente, mi hai lasciata!

Come il cervo fuggisti,

dopo avermi ferita;

gridando t’inseguii: eri sparito!

 

San Giovanni della Croce descrive all’inizio del suo Cantico l’esperienza dell’anima che ha incontrato Dio, ha fatto esperienza del suo amore. Questo è il punto di partenza di tutte le conversioni, grandi o piccole, dell’esistenza. L’anima ora sa che Egli è l’amore. Soprattutto, che è il suo amore, l’amore della sua vita. Questo amore l’ha ferita, ovvero ha lasciato una traccia così profonda, che ora all’assenza dell’amato l’anima soffre, perchè non può più fare a meno della sua presenza. Desidera unirsi a Lui. E dunque chiede:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Verbo, Sposo mio, mostrami il luogo dove stai nascosto.

Dov’è il luogo dove possiamo ancora incontrare Dio, così intimamente?

San Giovanni scrive che a volte possiamo avere esperienza sensibile che Lui è presente, quando ci sembra di “sentirlo”, così come possiamo fare esperienza di aridità, quando al contrario ci sembra di non riuscire nè a vederlo, nè a sentirlo e avvertiamo un grande vuoto. Ma il punto non sta qui: l’anima infatti desidera incontrarlo ad un livello più profondo di un’esperienza sensibile o affettiva, in cui Dio si può “sentire” o meno. L’anima desidera incontrarlo nella sua essenza. Ma si chiede:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Nel commento alla strofa, San Giovanni risponde che il Verbo, Figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, nella sua essenza e presenza se ne sta nascosto nell’interno dell’anima.

Quindi l’anima che vuole trovarlo, deve ritirarsi in sommo raccoglimento dentro di sè.

È questo il luogo dove possiamo unirci a Dio. É un luogo a noi molto vicino, più intimo di noi stessi. Qui noi possiamo desiderarlo, adorarlo.

Ma vi è una difficoltà. Pur essendo a te così vicino, pure essendo dentro di te, se ne sta nascosto.

Dunque l’anima torna a chiedere:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Se l’Amato dell’anima mia è dentro di me, perchè non lo trovo e non lo sento?

Perchè Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo.

Egli è il tesoro nascosto nel campo, l’anima decide di vendere tutti i suoi beni pur di comprare e accedere al campo (la propria interiorità) in cui è nascosto questo tesoro (Mt. 13,44).

Per questo, sia che tu sia in un periodo di fervore spirituale, sia che tu sia nell’aridità, fai bene a chiedere:

Dove ti sei nascosto, Amato?

In ogni tempo, nell’abbondanza come nella scarsità spirituale e materiale, fai bene a considerare Dio come nascosto e ad invocarlo dicendo:

Dove ti sei nascosto, Amato?

Egli è l’Amato. Trascorrendo il tempo con Lui, perseverando nella preghiera e intrattenendo a lungo in Lui il proprio animo, stabilendo in Lui il proprio cuore con affetto totale, sgorga in noi l’amore, e con l’amore possiamo chiedergli tutto, avremo libero accesso al suo cuore.

Sola qui, gemente, mi hai lasciata!

L’assenza dell’Amato causa un gemito continuo nell’amante poichè, dato che ama solo Lui, all’infuori di Lui non trova alcun riposo e sollievo. Indizio certo per sapere se uno ama veramente Dio è quindi quello di vedere se si contenta di cosa inferiore a Lui.

Le parole del Santo non vogliono sminuire tutta la sfera delle nostre amicizie, dei nostri affetti per le persone care, o ancora le nostre passioni, per il lavoro, per quello che facciamo ecc. Ci dice solo di non pretendere da una persona o una cosa, che questa colmi la nostra fame di vita e di amore: resteremo inquieti e frustrati. La nostra anima ha bisogno di Dio.

L’anima emette dunque un gemito, perchè ha gustato il dolce tocco di Dio nella propria vita, e ora ne sente la mancanza.

Come il cervo fuggisti,

dopo avermi ferita

Egli infatti è come un cervo, ama starsene nascosto tra i rifugi della roccia, ed è molto veloce al suo passaggio. Un momento si mostra per dare nuovo vigore all’anima, e il momento dopo di nuovo si nasconde. E all’anima sembra di non poterlo afferrare, di non riuscire a trattenerlo, e soffre dunque d’amore.

Nella nostra vita possiamo fare memoria di questi tocchi d’amore con cui Dio ci visita, lascia il segno dentro di noi.

L’anima brucia nel fuoco ardente d’amore tanto da sembrarle di consumarsi come fiamma, la quale la fa uscire di sè, rinnovare tutta e passare ad un modo nuovo di essere.

L’anima riceve il tocco di Dio, ma non può possederlo, per cui con la stessa velocità con cui ne percepisce il tocco, ne percepisce anche l’assenza, perchè in terra non può possederlo come desidera.

Queste ferite spirituali di amore fanno uscire l’anima da sè per penetrare in Dio.

L’anima non solo si allontana dagli attaccamenti e dalle dipendenze della terra, ma esce anche da se stessa e si lancia ad inseguirlo, per unirsi a Lui.

Ma Lui è fuggito via, e il dolore dell’anima è molto grande, perchè ha intravisto il bene immenso che ora non riesce ad afferrare.

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CANTICO SPIRITUALE 1: Il prologo

L’opera di San Giovanni della Croce che iniziamo ora a commentare settimanalmente, strofa dopo strofa, tratta dell’amore fra l’anima e Cristo suo sposo.

Il nostro DNA parla della nostra vocazione alla sponsalità. Dio ci ha creati così: per amare ed essere amati. Lo abbiamo scritto nel nostro corpo, nella profondità della nostra anima e del nostro desiderio: da soli ci sentiamo incompleti e vuoti, siamo fatti per la comunione. Il rapporto di coppia è immagine dell’unione che l’anima anela con il suo Dio. In questo sta la nostra gioia, risiede il senso della nostra vita.

Chi potrà descrivere ciò che il Signore fa capire alle anime innamorate dove dimora?

Questo è il primo interrogativo che si pone San Giovanni nel cominciare la sua opera, che sarà dunque uno scritto poetico fatto di immagini e segni, proprio perchè è difficile per il linguaggio umano comunicare l’esperienza dell’anima che cerca Dio e che finalmente gusta la sua presenza, l’essere in Lui, come Lui è in noi.

Io in te, tu in me, siamo infatti una cosa sola.

“Essendo dunque queste strofe state composte in amore di abbondante intelligenza mistica non si potranno spiegare con esattezza, nè questo sarà il mio intento”, spiega il Santo nel prologo: il suo scopo è infatti è di accendere in noi il desiderio di Dio e la sete di questa esperienza personale ed intima di unione con la sua Persona, e per far ciò, è sufficiente intuire, piuttosto che capire, quel che i versi racchiudono, così da accingersi a provarne in prima persona il  contenuto. I versi sono stati scritti “per produrre effetti ed affetti d’amore nell’anima“.

San Giovanni ci introduce ad una conoscenza di Dio che definisce mistica: ovvero la conoscenza “per amore, nel quale le cose non solo si conoscono, ma insieme si gustano”.

La spiritualità di Giovanni della Croce conduce il lettore all’amore e chiede un continuo distacco da ciò che allontana o ostacola questa esperienza personale di unione.

Il Cantico Spirituale è stato composto nel 1584 a Granada per le Suore carmelitane del Monastero di San Giuseppe ed è un trattato sulla preghiera e sull’unione con Dio.

L’anima unita e trasformata in Dio vive in Dio e per Dio, e riflette verso di lui lo stesso impulso vitale che egli le trasmette.

All’inizio di questa lettura diamoci dunque il tempo di alimentare il nostro desiderio di Dio così da poter incominciare questo cammino. Nel silenzio di noi stessi chiediamoci: “Cosa cerco? Chi cerco? Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza (P. Lagerkvist)?”. Poniamoci in ascolto della voce di Colui che ci chiama a sè.

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