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Nel Vangelo di questa domenica (Mt 21,33-43) Gesù racconta un’altra parabola su una vigna che interpella tutti noi e ci chiede di prendere consapevolezza di come accogliamo la presenza di Cristo nelle nostre vite.

Dio Padre affida a ciascuno di noi un terreno preziosissimo, preciso, delimitato, a misura delle nostre capacità, con tutto il necessario per prendersene cura, per coltivare la vite che egli stesso ha piantato. Ha già predisposto tutto perché la vigna possa portare frutto.

Poi, però, se ne va. Lascia la vigna alla nostra libertà. Apparentemente ci abbandona, invece ci lascia soli con questo tesoro immenso perché si fida di noi, ci lascia la piena potestà di fare ciò che crediamo meglio per produrre frutti.

E, molto spesso, accade che la vigna germoglia, cresce, produce dell’uva succosa e dolce, se ne può fare dell’ottimo vino. Tu ti senti soddisfatto, pensi al duro lavoro, a quante rinunce hai fatto per poter arrivare a questo risultato. Anche gli altri lodano e si complimentano con te per il buon lavoro svolto. Ma tu te ne senti padrone, perché quella vigna la senti tua e quasi non ti ricordi che ti era stata affidata. Quando arrivano altri a prendere l’uva, la tua buona uva, tu senti che dentro di te si accende un senso di possesso e una rabbia incredibile. Quell’uva la senti tua e non capisci perché vengono a prenderla altri. La vuoi tenere per te, magari avevi già pensato a come venderla al guadagno incredibile che avresti potuto ricavare e avevi addirittura programmato di comprare un altro campo per espandere il tuo patrimonio, le tue capacità, il tuo “potere”, la tua notorietà e stima. Cacci tutti via, sei disposto a difendere il tuo potere a denti stretti, e ti isoli sempre di più. Diventi una persona dal cuore indurito e avaro, avido di potere. Ti senti convinto di essere nel giusto, perché, in fondo, quella vigna l’hai curata tu e nessuno può capire quanta fatica hai fatto e quanto dolore hai dovuto sopportare per coltivarla.

Non ti accorgi che da te arrivano persone mandate dal Padre perché il tuo frutto può aiutare altri, può divenire vino buono per altri, che magari non sono riusciti a coltivare la vigna, si sono persi a fare altro. Ma per il tuo cuore indurito e a causa di tutti i tuoi rifiuti, il Padre deve mandare il suo amato Figlio, nella speranza che tu possa capire che solo nel dare e nel donare senza misura, con gratuità, si vive l’amore vero che rende piena la vita.

Il rifiuto di Cristo è questo: rifiutare la possibilità di imparare un amore che cambia la vita, solo se abbracciato fino in fondo…anche quando sembra ingiusto.

Suor M. Nicoletta del Cuore di Cristo

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Nel Vangelo di oggi Gesù, come un chirurgo che opera nel nostro cuore, si rivolge a noi personalmente con una domanda: “Che ne pensi?”, affinchè, ascoltandolo, non pensiamo che stia parlando di qualcun altro. Egli ci accompagna, con una parabola e con l’esempio dei discepoli di Giovanni, a guardarci dentro per vedere se la nostra interiorità è in accordo con il nostro modo esteriore di vivere e di comportarci, o se abbiamo dentro di noi un conflitto che ci lascia spezzati, doppi. Il primo figlio, che dice di no e sembra rispondere in modo impulsivo, per poi ripensarci, sembra essere in contatto con la propria realtà interiore: con i suoi bisogni e sentimenti che lo portano a dire “non ne ho voglia”, ma anche con quella voce che lo chiama, di cui poi prende consapevolezza e che infine sceglie di seguire. Tale “contatto” o “attenzione” rispetto ciò che si vive, si traduce in dialogo interiore, dove nulla di quel che accade è banale o superficiale, ma ci interroga e ci provoca per essere interiorizzato e rielaborato: tutto può essere un’occasione che ci distoglie dalla gabbia del nostro io narcisistico per uscire e rispondere a una chiamata. Egli ha il coraggio di guardare in faccia quello che è, e quello che gli accade, nella verità. Per questo ha il coraggio di pentirsi. Il pentimento è un atto che chiede grande libertà interiore: la libertà di riconoscersi fallibili e bisognosi a volte di cambiare strada, tornando così a se stessi e a Dio. Il secondo figlio sembra invece voler compiacere l’altro e insabbiare quello che prova dentro. Egli vive in qualche modo disconnesso da se stesso, da quello che prova e pensa veramente, per cui non è in grado di aderire nè interiormente, nè con l’azione, a ciò a cui è chiamato. Chi perde tutte le proprie energie nel tentativo di compiacere gli altri, perde progressivamente il senso della propria identità e dei propri bisogni. Il suo sì non è frutto di una vera scelta personale, ma una risposta quasi automatica, cui spesso segue frustrazione e rabbia, perchè dentro sente tutto l’urto di tradire in qualche modo la parte più vera di se stesso. Dall’esterno la persona appare come altruista e disponibile, mentre dall’interno “questi sì” possono essere vissuti come una fatica silenziosa, si ha paura di deludere o di creare tensione nella relazione, tanto che qui il secondo figlio usa la parola “signore”, che indica quasi un “padrone”, qualcuno che si teme. Il Signore ci chiama a una relazione di fiducia e di verità: con lui ci possiamo permettere di essere così come siamo, senza paura. Rimanendo in questo rapporto di amicizia con colui dal quale sappiamo di essere amati, saremo liberi anche di seguirlo nelle situazioni, belle e brutte, che la vita ci porrà davanti, e che saranno le nostre occasioni concrete per portare già ora il regno di Dio sulla terra.

suor Marta del Verbo di Dio

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Perdonare: è il cuore del Vangelo di oggi.

È un gesto di misericordia verso chi ci ha ferito o fatto del male, perchè riconosciamo che nessuno è perfetto, ciascuno anzi porta il peso delle fragilità e degli sbagli, di cui è più o meno consapevole.

Ma è un atto interiore fondamentale per noi stessi, perchè il dolore, il rancore e la rabbia che proviamo dentro, ci sfiniscono e ci distruggono. Il senso di colpa per esserci lasciati ferire, ci blocca in un conflitto che riguarda pure noi stessi.

È un segno profetico per la società stessa, che in scala più grande vive il dramma di convivenze sempre più difficili e conflittuali, che segnano dolorosamente anche le generazioni future.

Possiamo partire da noi stessi per spezzare la catena di relazioni ferite e che feriscono, e promuovere invece relazioni fatte di comprensione profonda e accoglienza reciproca.

Ma come?

Anzitutto, il perdono è un processo, che chiede del tempo, e anche un atto interiore preciso: scegliere di vivere la ferita non più come una rivalsa. La rivalsa non procura alcun sollievo, ma acuisce la sofferenza interiore.

Possiamo esercitarci a scegliere di vivere queste situazioni assumendo una posizione non più di vittima, ma alla pari. Ovvero possiamo scegliere di guardare l’altro che ci ha fatto del male, prima ancora che come una persona odiosa e spregevole, come qualcuno a sua volta di limitato, complicato e ferito, come lo siamo noi stessi.

Il tema del perdono non si può banalizzare, a volte i torti subiti sono davvero fonti di grande dolore. E questo dolore magari resterà più o meno vivo nel tempo. Forse infatti non potremo impedire ai ricordi di riportare a galla certi sentimenti negativi. Soprattutto perdonare non significa negare il torto subito o dimenticare o sorvolare su un’ingiustizia.

Il Vangelo ci viene in aiuto: possiamo perdonare quando manteniamo vivo il ricordo del perdono che noi stessi abbiamo ricevuto. È fondamentale che la nostra vita spirituale sia ben viva e attiva, che non ci trovi “assopiti”. Esercitando la consapevolezza e la gratitudine per il perdono che riceviamo in molte grandi e piccole occasioni, diveniamo più forti per uscire dalla posizione di vittime e riuscire a nostra volta a perdonare l’altro. Il perdono è sempre un dono, una possibilità che dona all’altro, e a noi stessi, una nuova chance per cambiare. Per questo è fondamentale il rapporto che abbiamo con Dio: dentro questo rapporto facciamo esperienza di un perdono continuo che ci rigenera in ogni momento a vita nuova. Facendone memoria, possiamo vivere i torti come occasioni per amare di più. Il rapporto con Dio ci permette di attraversare il dolore senza che da questo ne veniamo bloccati. La vita di Dio, infatti, ci mantiene sempre in movimento, e ci fa compiere processi di seppure lenta maturazione, in cui la pace che otteniamo è frutto dell’accoglienza profonda della nostra realtà umana imperfetta, ma molto amata.

suor Marta del Verbo di Dio

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Nel Vangelo di oggi Gesù ci offre un insegnamento per una vita fondata sulla carità.

“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. A noi viene più facile rivestirci delle vesti del giudice o fare le vittime. Ci viene più facile a mettere in piazza tutto ciò che ci hanno fatto. E la carità? Non ci sentiamo chiamati in causa forse perché non abbiamo capito il vero significato della carità, non è solo fare qualcosa a chi è nel bisogno. Sì, anche, ma per prima cosa è la carità relazionale che vuole che affrontiamo il prossimo faccia a faccia gli parliamo con tanta discrezione e rispetto senza diventare tiranni e giudici spietati, senza rinfacciare il torto. La carità ci chiede di ammonire.

La tentazione di lasciare la persona al giudizio degli altri è forte e soprattutto se abbiamo in mano il cellulare collegato ai social. Lì si scatena l’inferno basta dare l’input e il “tribunale social” condanna e dà pure le sentenze. Tutto tranne carità evangelica!

Gesù ci dice se dopo un colloquio personale tuo amico, tuo fratello non si ravvede chiama due testimoni che ti aiutino e se non funziona ancora consegna questo fratello allora carità e alla preghiera della comunità ( gruppo di preghiera, comunità religiosa), ma soprattutto prega tanto per lui senza tenere rancore. Altrimenti da cosa si evince che siamo buoni cristiani?

Quando la preghiera nasce da due o tre che si vogliono bene la potenza di quella preghiera è grande perché Dio non obbedisce alle nostre richieste ma a quanto amore c’è in essa.

Papa Francesco ci incoraggia dicendo che: “Non è facile mettere in pratica questo insegnamento di Gesù, per diverse ragioni. C’è il timore che il fratello o la sorella reagisca male; a volte manca la confidenza sufficiente con lui o con lei… E altri motivi. Ma tutte le volte che noi abbiamo fatto questo, abbiamo sentito che era proprio la strada del Signore”. (Angelus, 6 settembre 2020)

 

 

 

Sr. Viktoria di Gesù

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Il Vangelo di questa domenica ci presenta Gesù che spiega ai suoi discepoli che deve soffrire, essere ucciso e che al terzo giorno risorgerà. Pietro però rifiuta queste parole e non riesce ad accettare che possano accadere queste cose a Gesù.

In fondo, possiamo capire bene Pietro. Anche noi facciamo fatica ad accettare la sofferenza, le difficoltà e tutto ciò che non va secondo i nostri programmi. Quando qualcosa ci fa paura, vorremmo che Dio intervenisse e cambiasse subito la situazione. Proprio perché nessun cuore accoglie volentieri il dolore: non ci si abitua mai veramente a soffrire o ad attraversare situazioni difficili, lutti, distacchi, fallimenti…

Dunque, noi vogliamo seguire Gesù, ma magari alle nostre condizioni, decidendo noi che cosa deve accadere e che cosa invece non deve accadere mai. Pietro rimprovera Gesù, esattamente come quando noi ce la prendiamo con il Signore.

Gesù risponde in modo molto forte, quasi per scuotere e svegliare il suo discepolo: «Va’ dietro a me, Satana!». Pietro sembra essersi messo davanti a Gesù e vuole indicargli la strada. E allora Gesù, da bravo Maestro, agisce in modo severo per ricordargli la propria identità: Pietro è il discepolo, non il maestro. È lui che deve seguire Gesù e non il contrario.

Pietro ragiona un po’ come ragioniamo noi: se una cosa fa male, va evitata; se costa fatica, meglio lasciar perdere. Ma la logica di Dio è diversa da quella del mondo: non ci promette una vita senza difficoltà, ma ci insegna che anche attraverso ciò che ci costa possiamo imparare ad amare e a donarci.

Quante volte anche noi vorremmo metterci davanti a Gesù, soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo. Desideriamo capire tutto, avere il controllo e sapere già dove Dio ci sta portando. Ma il discepolo è colui che si mette dietro al Maestro, si fida e cammina con Lui anche quando non comprende fino in fondo tutto.

Gesù poi dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Prendere la propria croce non significa andare alla ricerca della sofferenza, quasi che soffrire abbia un valore in sé. Significa piuttosto imparare ad accogliere la realtà nella sua totalità: bella e brutta, facile e difficile, interessante e noiosa, piacevole e faticosa. Significa non scappare continuamente da ciò che ci costa, ma imparare ad attraversarlo con Gesù. «Anche quando costa», ripeteva Madre Teresa di Calcutta.

Spesso pensiamo di essere felici quando riusciamo a proteggerci, a ottenere ciò che vogliamo e a evitare tutto quello che ci infastidisce. Gesù, invece, oggi ci dice qualcosa di completamente diverso: la felicità vera si trova quando smettiamo di voler possedere la nostra vita a tutti i costi.

Forse a volte siamo troppo preoccupati di conservare ciò che siamo, ciò che abbiamo, le nostre sicurezze, il nostro tempo e le nostre energie. Gesù ci invita, invece, a imparare a condividere in modo sano e a donare qualcosa di noi agli altri, al mondo e alla Chiesa.

È una strada difficile, perché donarsi significa anche perdere qualcosa delle nostre comodità e delle nostre sicurezze. Ma è proprio su questa strada che possiamo scoprire che la nostra vita non è qualcosa da trattenere gelosamente, ma un dono da vivere e da donare.

«Qual vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» È una domanda che forse vale la pena portare dentro di noi. Possiamo anche avere tante cose, raggiungere i nostri obiettivi, proteggerci da tutto ciò che ci fa soffrire e cercare di costruirci una vita “comoda” secondo i nostri desideri. Ma se, nel farlo, perdiamo la capacità di amare, di donarci e di vivere per gli altri, che cosa abbiamo veramente guadagnato?

Forse seguire Gesù significa proprio questo: non cercare di proteggere “salvare” la nostra vita a tutti i costi, ma imparare a donarla. Perché è proprio quando la doniamo che, paradossalmente, possiamo davvero ritrovarla e vivere finalmente una vita in abbondanza.

suor Dina

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Il Vangelo di oggi è un invito a entrare in noi stessi, ad abitare la nostra interiorità, a tornare al cuore: lì Dio dimora, lì troviamo un tesoro, una perla di alto valore, che rappresenta la nostra identità più profonda.

Come afferma S. Elisabetta della Trinità:

«Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio, e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui l’ho capito, tutto si è illuminato per me.»

Ecco il Regno di Dio a cui siamo invitati a rientrare: il sentimento che accompagna questa esperienza è quello di essere pieni di gioia. E questa gioia è contagiosa ed è in grado di costruire relazioni di comunione con gli altri, proprio a partire da questa fonte interiore, e così il Regno di Dio diventa anche realtà che ci lega gli uni agli altri, realtà che come un seme già cresce ora, nel nostro presente.

«Il Regno di Dio è dentro di noi… Viviamo con Lui come con un amico.»

Pienezza di gioia, pienezza: questa è l’esperienza che facciamo quando troviamo in noi questo tesoro prezioso che è il rapporto con il Dio, dal quale sappiamo di essere amati. Questa pienezza è espressa nell’immagine di una rete piena di ogni genere di pesce, che ci fa intuire che in questo rapporto personale con Dio nulla viene scartato, ma ci possiamo entrare con tutto quello che siamo, anche con le nostre contraddizioni e le nostre zone oscure e ferite.

«Raccogliti in te stessa: troverai Dio, e in Lui tutto ciò che desideri.»

Ma un altro filo rosso che guida le letture di questa domenica al Vangelo, è l’avere un cuore docile che sappia distinguere il bene dal male. E’ la preghiera che possiamo esprimere insieme al re Salomone, e il dono che ci viene fatto da questo rapporto personale con il Dio che in noi dimora. Egli infatti raffina la nostra capacità di distinguere non solo tra ciò che è per il bene e ciò che causa il male, ma ci aiuta a distinguere tra un bene e un bene maggiore, guidati dalla carità, dall’amore, suprema legge del Vangelo. Il cuore docile e saggio, sa che tutto concorre al bene, quando si ama Dio, perchè Dio sa volgere anche le realtà più oscure e dolorose a un di più di amore, perdono, profondità, ci chiede solo di vivere tutto con Lui, aggrappati al suo amore.

«L’anima che vive unita a Dio vede tutte le cose nella sua luce.»

Il “padrone di casa” è chi vive una relazione profonda con Dio. Dal tesoro del cuore sa trarre il bene dalla propria storia passata, letta e vista alla luce di Dio, e dalla propria vita presente e futura, che è sempre nuova occasione per crescere nell’amore.

Concludiamo dunque con un’altra citazione di S. Elisabetta della Trinità:

«L’anima che, mediante il raccoglimento, vive già nel cielo della sua fede, sotto lo sguardo del suo Dio, in quella semplicità che la separa da tutto, è come un’arpa sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo.»
(da L’ultimo ritiro, I)

suor Marta del Verbo di Dio

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Chiara Corbella muore il 13 giugno 2012; il mattino dell’ultimo giorno, verso le otto del mattino, Enrico, suo marito, le chiede: «Amore mio, ma davvero il giogo del Signore è dolce?». Respirava e parlava a fatica, ma ha risposto chiaramente, sorridendo: «Sì, Enrico, molto dolce».

Il giogo è una struttura in legno utilizzata per unire una coppia di animali da tiro, come i buoi, permettendo loro di trainare aratri o carri. Mantenendoli uniti e orientati verso un’unica direzione, il giogo convoglia la loro forza in un lavoro comune: l’aratro può così tracciare i solchi nel terreno, preparandolo ad accogliere il seme.

Nel linguaggio comune è dunque immagine di sottomissione o dipendenza da un’autorità oppressiva.

Nell’Antico Testamento, e più esplicitamente nella tradizione ebraica, il giogo diventa anche simbolo della legge di Dio: la sua osservanza può apparire esigente e gravosa, ma guida l’uomo sulla via retta, educandolo attraverso una disciplina impegnativa ma orientata al bene.

Gesù rivela il senso più profondo della Legge, mostrando che essa trova il suo compimento nell’amore. Le sue esigenze non vengono meno, ma cessano di essere un peso vissuto come semplice osservanza esteriore: diventano la risposta libera a un rapporto personale con lui. Il centro non è più l’adempimento formale di norme o comportamenti, bensì la comunione con Cristo, dalla quale scaturisce un modo nuovo di vivere.

Per questo seguire Gesù significa accogliere un “giogo dolce”: un cammino che può essere anche esigente e attraversare prove e difficoltà, ma che è sostenuto da un legame d’amore capace di dare senso, forza e speranza a ogni passo. Il giogo di Cristo non è “leggero” perché la vita diventa facile, ma perché è condivisa con lui.

“Venite a me”: Egli ci chiama a sè, alla sua persona, dicendoci che nel rapporto con Lui troviamo riposo, sollievo, la pace che aneliamo nel profondo.

“Prendete il mio giogo sopra di voi”: ci invita a prendere il suo giogo come nostra scelta libera, che ci permette di camminare insieme legati dal legame del suo amore.

“imparate da me, che sono mite e umile di cuore”: qui Gesù parla com il Maestro, ci invita a entrare in un rapporto di fiducia con Lui, tale che ci permetta di imparare, di lasciarci da Lui formare. Ed Egli è maestro di quell’amore relazionale che lo lega al Padre nello Spirito Santo. Il suo cuore infatti è mite ed umile. La mitezza è una grande forza interiore che permette di rispondere a qualsiasi evento con bontà, nel segno della pace, con pazienza. L’umiltà è la qualità di chi sa dare il giusto valore a se stesso e agli altri: siamo Figli di Dio, questa è la nostra dignità, il nostro valore.

Gesù non offre anzitutto un insegnamento, ma sé stesso; il giogo è la relazione con Lui; da questa relazione nasce un modo nuovo di vivere, mite e umile.

Ma uno sguardo al cuore di Cristo ci è offerto anche dai primi versetti del Vangelo di oggi: è un cuore che effonde nella lode al Padre. Gesù pronuncia parole di benedizione per il dono che Dio ci fa della sua vita di comunione trinitaria. Noi, come “i piccoli”, possiamo ripetere in cuor nostro questa sola parola: Padre, papà, abbà. E porci dunque in una passività attiva, di ricezione del dono che Dio ci fa di sè, e della sua vita.

suor Marta del Verbo di Dio

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Il Vangelo di oggi ci mette davanti a una parola di Gesù che, a prima vista, può sembrare dura. Sembra quasi che ci chieda di amare meno i nostri familiari, gli amici, le persone care. Ma se ascoltiamo con attenzione, scopriamo che il suo messaggio è molto diverso.

Gesù non ci sta dicendo: “Non amare”. Ci sta dicendo: “Ama in modo sano. Ama nel modo giusto.”

Il cuore del Vangelo è proprio questo: la priorità affettiva, non perché gli altri affetti siano meno importanti, ma perché solo mettendo Dio al primo posto tutti gli altri affetti trovano il loro posto giusto. È una questione di ordine del cuore.

Noi, spesso senza accorgercene, siamo fabbricanti di idoli. E gli idoli non sono necessariamente cose cattive. Anzi, molto spesso sono realtà bellissime: la famiglia, i figli, il coniuge, gli amici, il lavoro. Diventano però un problema quando occupano il posto che appartiene solo a Dio, quando diventano l’assoluto della nostra vita.

Allora l’amore rischia di deformarsi. Invece di essere un dono, diventa possesso. Invece di far crescere l’altro, finisce per soffocarlo. Quante volte diciamo: “Lo faccio perché ti voglio bene”, ma dietro quel bene si nasconde il bisogno di controllare, di trattenere, di avere l’altro per noi.

Gesù non vuole toglierci i nostri legami. Non vuole renderci meno affettuosi o meno vicini alle persone che amiamo. Vuole purificare il nostro modo di amare.

Per questo il Vangelo ci invita a mettere ordine nella nostra interiorità. Quando Dio è al centro del nostro cuore, allora impariamo ad amare con maggiore libertà, senza pretendere di possedere nessuno.

È il passaggio che tutti siamo chiamati a fare: dal possedere al custodire.

Possedere significa dire, magari senza parole: “Tu sei mio.” Custodire, invece, significa dire: “Tu sei un dono che Dio mi affida, e io voglio lasciarti libero di essere e di diventare pienamente te stesso.”

Questo è l’amore autentico: un amore che libera, non che imprigiona; un amore che accompagna, non che controlla; un amore che lascia respirare.

Il Vangelo di oggi, quindi, non ci chiede di amare meno. Ci chiede di amare meglio. Di lasciare che Cristo purifichi il nostro cuore, perché la nostra interiorità diventi una sorgente di amore sempre più limpida, autentica e gratuita.

Quando Dio occupa il primo posto, nessun affetto viene diminuito. Al contrario, tutti gli affetti diventano più veri, più belli e più liberi. Perché solo chi ama partendo da Dio è capace di custodire l’altro senza soffocarlo, di donarsi senza trattenere, e di voler bene senza trasformare l’amore in un possesso. Questo è il cammino che Gesù oggi ci propone: non amare di meno, ma amare come Lui.

 

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“Non abbiate paura” è l’invito che ritorna martellante nel Vangelo di questa domenica. L’invito dunque è di ascoltare se in noi si agita una paura, un’inquietudine, in particolare nella relazione con l’altro. Vi sono situazioni in cui percepiamo l’altro come una minaccia? o come qualcuno che ci condiziona? oppure ci sentiamo impotenti di fronte a personalità dominanti, invadenti?

L’invito è di lasciare andare questo sentimento, prendendo consapevolezza, respiro dopo respiro, che l’altro nella sua alterità – e a volte anche nella sua aggressività – non può essere una minaccia. Quantomeno, non può esserlo per la nostra anima, per quello spazio della nostra interiorità in cui nessuno potrà toglierci libertà, dignità, valore. Qualità queste che ci vengono dalla relazione con Colui che ci ha creato e che ha posto in noi la sua dimora.

Egli ci conosce nell’intimo e proprio perchè ci conosce così nel profondo, ci ama e ci stima dandoci il valore che abbiamo: siamo figli amati da Dio.

Questa consapevolezza: sono amato come unico! –  ci restituisce alla nostra libertà interiore. Abbiamo bisogno di rimanere a lungo assaporando il sentimento che ci viene da questa scoperta, così che ciò che udiamo e registriamo nella “testa” e nei nostri pensieri, possa penetrare anche nel cuore e in ogni fibra del nostro essere. Questa consapevolezza ci pone in un rapporto personale con Dio: Egli ci vede, ci riconosce, e ci chiede di vederlo e riconoscerlo.

In Lui possiamo inoltre riconoscerci, ovvero scoprire chi siamo veramente.

Il bisogno più profondo che abbiamo, che qualcuno “ci veda”, “si accorga di noi”, ci stimi per quello che siamo, ci viene dato dallo sguardo di Dio, che chiede a sua volta di essere riconosciuto, di dargli il valore che ha per la nostra vita.

E ci invita ad estendere questo sguardo a chi ci è accanto, così da vedere, prima ancora di una minaccia, un altro volto bisognoso di riconoscimento e amore.

suor Marta del Verbo di Dio

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“Dio ha tanto amato il mondo”

La questione di questa domenica non è se Dio ama, mi ama, ci ama…
La vera questione è: tu ci credi davvero? Io credo davvero che Dio mi ama?

Ecco il tema centrale di questa festa della Santissima Trinità: “Dio ha tanto amato il mondo.”
Dio continua ad amare il mondo così com’è.

Il problema serio è spesso la nostra diffidenza verso l’amore di Dio: cerchiamo altrove, bussiamo a porte diverse, mendichiamo affetto e consolazioni che durano poco, dimenticandoci che “Dio ha tanto amato il mondo”: quel mondo confuso, fragile, contraddittorio, imperfetto. Il nostro mondo.

Spesso viviamo nell’ansia da prestazione, nella paura di non valere abbastanza, nel bisogno continuo di approvazione, nella sensazione di essere “troppo sbagliati”. E Gesù oggi ci dice: “Ricordati: prima di tutto sei infinitamente amato.”

“Da dare il Figlio”

In questa festa non si tratta tanto di spiegare o capire il dogma della Trinità, quanto piuttosto di farne esperienza, di assaporare la bellezza della nostra fede.

La Trinità non è una teoria complicata su Dio, ma un amore che vive e si muove: il Padre ama, il Figlio si dona, lo Spirito Santo rende vivo questo amore e continua a generare vita dentro di noi.

Certo, esiste il rischio di perderci, di lasciarci ingannare, di deviare dalla strada della vita vera.
Ma la Trinità ha a cuore la nostra vita, desidera salvarci e donarci la vita eterna.
E davanti a questo amore, Dio lascia a noi la scelta: accogliere o rifiutare questo dono.

L’amore vero si dona. Per questo il Padre non trattiene il Figlio per sé, ma ce lo consegna. E Gesù non salva dall’alto o da lontano, non ci salva “a distanza”, ma entra nella nostra vita concreta: nei rapporti, nelle amicizie, nelle ferite, nelle solitudini, nei dubbi, nei peccati… Entra proprio lì dove spesso pensiamo che Dio non possa arrivare. Eppure Lui è lì presente!

“Non per condannare”

Spesso proiettiamo su Dio la nostra rigidità e le immagini sbagliate che ci siamo costruiti: un Dio giudice, accusatore, severo.
E dimentichiamo che il nostro Dio è Uno che vuole salvare e non condannare, è il nostro alleato, non il giudice. Infatti Dio non viene per condannare, ma per salvare.

La nostra fede non si basa sulla nostra bravura, né su quanto meritiamo, ma sull’iniziativa gratuita di Dio nei nostri confronti. San Paolo dice nella Lettera ai Romani: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” Noi non meritiamo nulla, eppure tutto ci è stato donato gratuitamente. Santa Teresina diceva: “Tutto è grazia.”

La condanna non viene assolutamente da Dio come una punizione arbitraria. La vera tragedia è chiudersi al suo amore, rifiutare la sua luce, non credere che Dio possa amare per davvero. Ecco il peccato più profondo: la sfiducia.

La vera condanna è vivere come se questo amore non esistesse, scegliere di escludermi da questo immenso amore.
Dio però non ci obbliga ad amarlo: ci lascia liberi.

E così, a volte, scegliamo di allontanarci dal suo amore, alla fine sono io stesso a perdere la strada e a condannarmi.

“Chi crede”

Credere non significa avere tutte le risposte. Significa affidarsi anche con tutte le domande che portiamo nel cuore. E Gesù non schiaccia queste domande: le accoglie, le accompagna.

La fede vera non è essere perfetti o rispettare una serie di regole. È lasciare spazio alla luce di Dio dentro di noi. Perché Dio è luce e vuole entrare nel nostro mondo buio, ferito, bisognoso di speranza.

Avere fede significa aprirsi a questa presenza che abita in noi, come un ospite che non impone, ma trasforma dall’interno.

Santa Elisabetta della Trinità lo aveva capito profondamente: desiderava fare della sua vita una “lode di gloria” alla Trinità che abita nell’anima. Per lei infatti la fede era proprio questo: vivere abitata da Dio, portando dentro di sé la sua presenza silenziosa e luminosa. Lei diceva che così il suo paradiso era già cominciato sulla terra, perché portava dentro di sé la presenza della Trinità.

Anche noi siamo chiamati a diventare casa della Santissima Trinità. Non dobbiamo capire tutto del dogma. Dobbiamo solo lasciarci raggiungere perché la Trinità non è un mistero da risolvere, non è un’idea lontana, ma è un amore che abita la nostra vita. Accogliamola e godiamo di questa unità e Trinità.

suor Dina della Santa Famiglia

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