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“La Fraternità (concreta, fatta di volti e storie precise) è un fardello, è un’esperienza molto scarnificante ma Benedetta” (Suor Maria Cristina, monaca clarissa)

“Alla Santità, cioè nel cammino della vita, nel cammino di fede si arriva e si viaggia solo insieme” (Suor Fulvia, monaca agostiniana)

Queste sono alcune delle frasi che mi hanno colpito maggiormente del Pellegrinaggio che ho avuto la grazia di vivere insieme ad altri giovani carmelitani dal 16 al 22 agosto.

È stato un viaggio a tappe in cui abbiamo avuto modo di incontrare e avvicinarci alla figura di diversi Santi e di entrare nelle loro storie e nella loro umanità.

Da La Verna a Roma passando per Assisi, Foligno e Cascia. Da San Francesco d’Assisi a Sant’Agostino incontrando Santa Chiara, Sant’Angela da Foligno, Santa Rita da Cascia, San Filippo Neri, Santa Teresa d’Avila.

Di queste tappe, di questi incontri mi sono rimaste impresse due esperienze in particolare: la testimonianza ascoltata a Foligno di Suor Maria Cristiana, monaca di clausura clarissa, e la testimonianza a Roma di Suor Fulvia, anch’ella monaca di clausura ma Agostiniana. Entrambe, seppur in maniera diversa hanno parlato – a partire dalla spiritualità di Santa Chiara e di Sant’Agostino – della fraternità e dell’amicizia come cammino di santificazione.

Suor Maria Cristiana ha detto una cosa che mi ha scosso particolarmente: la fraternità può essere percepita come un fardello pesante, come un’esperienza scarnificante. Ma è anche, e forse soprattutto, una benedizione. Perché è proprio grazie ad essa, grazie all’altro, che posso diventare pienamente me stessa. Ed è per questo che l’altro è un dono di Dio.

Suor Fulvia invece ha detto un’altra cosa che mi ha fatto riflettere molto: solo insieme si può viaggiare nel cammino della vita, nel cammino di fede per arrivare alla santità. In questo viaggio è importante riconoscere il limite non come ostacolo, come impedimento alla nostra libertà, ma come una benedizione perché, come dice suor Fulvia, una vita senza argini diventa un acquitrino, una palude. Motivo per cui è solo insieme che si arriva alla Santità, perché quel limite, che ci impedisce di finire male e di far finire male con noi chi ci sta accanto, viene messo dall’altro.

Ed è proprio vero… L’altro è veramente un dono, la fraternità è un dono, anche se a volte non lo capisco subito.

Ho bisogno che questo mi scarnifichi, che mi metta alla prova, che tolga via da me tutto ciò che in profondità non è verità: il bisogno di sentirmi all’altezza, di essere più brava, di apparire sempre al meglio, il bisogno di controllo, di certezze.

Ho bisogno dell’altro che mi spinga a uscire da me stessa, dalle mie comfort zone, dai miei porti sicuri, che mi porti a disobbedire alle mie paure — nonostante l’istinto di fuggire, di rinchiudermi — per andargli incontro, per amare veramente. Ho bisogno dell’altro, della fraternità come esperienza concreta, per morire a me stessa.

Tutto questo è molto faticoso, perché vuol dire morire all’egoismo, all’orgoglio, alla superbia, al proprio io; vuol dire guardarsi con umiltà per quello che si è, con misericordia, e guardare così anche gli altri.

Ma anche se costa davvero tanto, ne vale veramente la pena, perché solo così possiamo aprirci completamente all’amore di Dio e solo così possiamo amare veramente, diventare santi.

Cosa fondamentale è che tutto questo non lo possiamo fare da soli, basandoci solo sulle nostre forze: bisogna prima accogliere la grazia di Dio, lasciarci amare in primis da Lui, nutrirci di questo amore per poi viverlo fino in fondo, per poi amare gli altri.

La santità, infatti, non si basa sulla perfezione, sul non cadere mai, sul non sbagliare mai, ma sul riconoscere di essere figli fragili, imperfetti, ma profondamente amati da un Padre — e su questa fiducia, su questo amore, ripartire sempre, lasciarci rialzare da Lui. La santità è un cammino: accogliere con umiltà la nostra umanità, le nostre cadute e le nostre risalite; è un percorso dinamico in cui non ci resta che ricominciare, riprovare sempre ad amare partendo dal Suo amore.

Quindi la santità, come dice Suor Maria Cristiana, non si basa su una prova di muscoli, ma è un dono di Dio da saper accogliere.

Elisabetta Santamaura (Bettina)

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Dal 16 al 22 agosto ho avuto la grazia di vivere un pellegrinaggio che è stato molto più di una semplice settimana lontana da casa.
È stato un cammino di preghiera, catechesi, testimonianze, incontri, fatica e condivisione, che poco alla volta è diventato un cammino dentro di me. Sono partita da sola, senza conoscere nessuno e senza sapere cosa avrei trovato.
Proprio questo mi ha insegnato ad affidarmi a Dio, a uscire dalle mie sicurezze e a lasciarmi sorprendere dalle persone che avrei incontrato. Quelle che all’inizio erano sconosciute sono diventate compagni di cammino, con cui condividere preghiere, risate, pensieri e momenti di fatica.
Ho capito ancora una volta che santi non si diventa da soli.
Un dono particolare sono state anche le catechesi e le testimonianze di persone, capaci attraverso le loro parole e le loro esperienze di farmi riflettere e guardare la mia vita con occhi nuovi.
Durante la settimana abbiamo incontrato le vite di San Francesco, Santa Chiara, Sant’Angela, Santa Teresa e Santa Rita.
Cinque storie diverse, ma una stessa direzione: Dio.
Da San Francesco mi porto la libertà di lasciare andare ciò che mi appesantisce per scegliere Dio con tutto il cuore.
Da Santa Chiara mi porto la bellezza della semplicità, della fedeltà e delle piccole cose vissute con amore.
Da Sant’Angela mi porto la speranza che anche dalle ferite e dalle sofferenze possa nascere una nuova vita, se affidata a Dio.
Da Santa Teresa mi porto l’importanza del silenzio e della preghiera, per imparare a guardare la mia vita con gli occhi di Dio.
Da Santa Rita mi porto la certezza che non bisogna mai smettere di sperare, perché anche un legno secco, nelle mani di Dio, può tornare a fiorire.
Proprio questa immagine del legno secco mi ha colpita profondamente.
Mi ha fatto pensare a tutte quelle situazioni che nella nostra vita consideriamo ormai perdute:
una relazione da ricucire,
un’amicizia da ritrovare,
una ferita da affidare,
una paura da lasciare andare o un sogno che abbiamo smesso di coltivare.
Noi possiamo vedere soltanto un legno ormai morto, mentre Dio vede ancora ciò che può nascere. Forse non vedremo subito il fiore, ma possiamo continuare ad annaffiare con fiducia, lasciando a Dio la possibilità di far rifiorire ciò che pensavamo ormai perduto.
Da tutto questo ho compreso che la santità non è perfezione.
Non significa non avere paure, dubbi o fragilità, ma scegliere Dio ogni giorno, anche quando non comprendiamo ciò che accade, cadendo e trovando la forza di rialzarci.
Sono tornata a casa con uno zaino pieno di volti, sorrisi, parole, preghiere, emozioni e tanta gratitudine. Ma soprattutto con il desiderio che il pellegrinaggio non rimanga soltanto un ricordo.
Il vero cammino comincia ora, nella quotidianità: continuare a fidarmi, a sperare e a scegliere Dio ogni giorno.Tra le parole ascoltate durante questa settimana, una continua a risuonare nel cuore:
«Siate felici». ❤️
Non perché la vita sarà sempre facile, ma perché Dio c’è, anche nella fatica e nell’incertezza, e non siamo soli.
Santi si diventa un passo alla volta, una scelta alla volta, attraverso le cadute, le ripartenze e le persone che Dio mette sulla nostra strada.
Sono partita da sola, ma non sono mai stata davvero sola.
Il pellegrinaggio è finito, ma il cammino continua.

Noemi Dainese

 

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Santi si diventa

I sorrisi, gli abbracci, le confidenze, le testimonianze, le riflessioni, i giochi, la preghiera, i volti. Sono a casa ormai da quattro giorni, ma i miei pensieri non fanno che tornare all’esperienza appena conclusa.

Un pellegrinaggio dal 16 al 22 agosto in centro Italia, di cui ho visto la locandina un giorno, quasi per caso. Ma la proposta esplicita di una mia amica e di un membro dell’equipe non mi hanno impedito di iscrivermi dopo il termine ultimo, tanta era la mia titubanza nel partecipare all’esperienza. Si trattava infatti di un gruppo, quello dei giovani del Carmelo di Treviso, che non conoscevo, e, considerata la mia timidezza e riservatezza, temevo di non riuscire ad integrarmi e a vivermi bene il tempo in compagnia. In quanto diciannovenne, poi, mi sarei trovata tra le due più giovani in un gruppo che includeva persone fino ai trentacinque anni. Più forte, però, è stata la percezione che questo pellegrinaggio avrebbe potuto portare qualcosa di buono nella mia vita, e sono davvero grata di essermi alla fine iscritta, perché così è stato.

A discapito delle mie aspettative, ciò che mi porto più nel cuore dell’esperienza vissuta è proprio il gruppo con cui l’ho condivisa. Fin dal primo giorno sono rimasta profondamente colpita dall’atmosfera che si respirava: un’aria di famiglia, di calda accoglienza, di leggerezza, di affetto, di attenzione, di cura da parte di chi era più grande di me. Questo mi ha permesso di sentirmi libera come non mai di essere me stessa, di aprirmi, di parlare con ognuno dei miei compagni di viaggio, di ascoltarli, di accogliere le loro battute e di custodire le loro difficoltà. Ognuno con la propria sensibilità, con la propria storia, col proprio carattere e le proprie ferite, a comporre un’unica armonia. Sorelle e fratelli. La differenza di età, che temevo di percepire negativamente, si è rivelata una ricchezza; le condivisioni, momenti per creare legami profondi.

È stato un viaggio organizzato in maniera capillare da un’equipe che non ha fatto trapelare gli inevitabili imprevisti e cambi di programma, guidandoci, nelle numerose tappe, in un percorso che ci ha fatto conoscere più da vicino la santità. A La Verna, Assisi e Foligno abbiamo incontrato San Francesco, nella sua povertà, Santa Chiara e Sant’Angela; a Cascia abbiamo conosciuto Santa Rita, nella sua obbedienza; a Roma abbiamo affrontato il tema della castità, avvicinandoci alle figure di San Filippo Neri, Sant’Agostino e Santa Teresa. Preziose vie di accesso ai loro messaggi e insegnamenti sono state le catechesi e le testimonianze dei consacrati che ci hanno accompagnati durante tutto il pellegrinaggio e di quelli che abbiamo incontrato nelle città visitate.

A colpirmi nel profondo è stata soprattutto la testimonianza di due monache clarisse di clausura a Foligno: mi sono ritrovata a commuovermi e a sorridere ininterrottamente nel corso del dialogo che hanno instaurato con noi, per la gioia piena che hanno saputo incarnare e trasmettere. Le loro sono state parole leggere, ma allo stesso dense di fede, amore e santità. Ci hanno portato a riflettere sulla figura di Santa Chiara, sull’esperienza della fede, sulla gestione dei nostri limiti come spazi fecondi e sulla felicità, oltre a raccontarci della loro scelta ed esperienza di vita. A lasciarmi e a lasciarci senza parole è stata soprattutto la risposta che ci hanno dato quando abbiamo chiesto cosa potessimo fare per loro: “Essere felici”. È stato come vedere l’amore di Dio raggiungerci attraverso i loro occhi.

Nel nostro percorso, poi, abbiamo riscoperto la santità come qualcosa di molto più concreto e accessibile di quanto immaginavamo. Abbiamo compreso quanto i santi siano state persone estremamente umane, fragili, lontane dalla nostra idea di perfezione, e quindi simili a noi. In particolare, mi è rimasta impressa la storia di Santa Teresa, che ha vissuto per quindici anni con una fede “mediocre”. Incarnando l’amore e il messaggio di

Dio, affidandosi a Lui e rispondendo alla Sua chiamata, pur nei nostri limiti, potremo anche noi diventare santi.

Ora sono tornata a casa, ma non sono la stessa persona che ha preparato le valigie prima della partenza. Mi anima una diversa consapevolezza, un diverso rapporto col Signore, una diversa percezione di me e di chi mi sta attorno. Porto con me una fiamma che non vedo l’ora di riuscire ad alimentare ed accrescere, a partire dalla vita di tutti i giorni. Un Amore che non avevo mai vissuto così forte, e che mi si è manifestato in particolar modo attraverso le persone con cui ho camminato in questi giorni, nei loro sguardi, nelle loro parole, nei loro abbracci. Tornati a Treviso, i saluti, vissuti con l’amaro in bocca, sono stati testimonianza evidente dell’opera dello Spirito Santo nel nostro gruppo, che ha saputo intessere legami indissolubili tra le anime, facendoci vivere in gioia e fraternità.

 

Letizia Marton

 

 

 

 

 

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In aiuto al Libano

Collège N.D. du Mont Carmel
des Srs Carmélites de Ste Thérèse
-Fanar- Liban

“Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo…” (Isaia 41:10)

Carissimi amici,
rinnoviamo la nostra riconoscenza per il vostro sostegno spirituale e materiale, che ci da’ forza e speranza per andare avanti in questi tempi difficilissimi che sta attraversando il Libano.

Desideriamo condividere con voi la nostra situazione attuale nel Libano:
Dal 2 marzo scorso più di un millione di persone hanno dovuto lasciare le loro case perché distrutte completamente dai bombardamenti, e hanno poca speranza di poter ritornare .
I morti sono circa 2000 e i feriti più di 6000. La paura, la tristezza e l’incertezza pesano su tutti. L’unico nostro sostegno è la fede in Dio.
Numerose persone hanno perso il lavoro; c’è un caro vita pazzesco e incontrollabile.

Tante famiglie benestanti si sono impoverite all’improvviso. L’economia del paese versa in una condizione di emorragia incontrollata e non si sa fino a quando.
All’inizio di marzo abbiamo dovuto chiudere la scuola per una settimana, come tutte le altre scuole del Libano, a causa della guerra riaccesa violentemente. Abbiamo fatto di tutto per non interrompere l’opera educativa: inizialmente continuando ad insegnare a distanza per qualque giorno, e poi riprendendo l’insegnamento in presenza, prendendo tutte le precauzioni possibili per la sicurezza degli allievi. Riaprire la scuola è stato un dono grande del Signore e un bene immenso per gli alunni, i genitori e gli insegnanti.

Questo tempo è stato valorizzato al massimo; ci ha aperto a una nuova speranza che sconfigge ogni giorno il dolore e la tristezza della guerra, ha rafforzzato in noi la volontà di vivere e di credere che il bene è più forte del male. La scuola è diventata luogo sempre più ricercato dai ragazzi, dove trovano volti sereni, parole confortanti, mani tese per sorreggere ed abbracciare…

Pur essendo obbligati a cancellare tutte le attività fuori della struttura scolastica ( le missioni per aiutare i poveri e visitare strutture caritative , i ritiri spirituali in preparazione alla Pasqua, le gite educative…), abbiamo potuto gioire di qualche festa insieme agli alunni e i loro parenti a scuola, come pure abbiamo vissuto la preghiera con più intensità ( l’adorazione eucaristica, le confessioni, il cammino quaresimale …).

Moltissimi genitori hanno perso il lavoro, e non hanno nessun’altro mezzo di sostegno.

Inoltre tutti i soldati libanesi, che hanno i loro figli da noi a scuola -e che sono una bella percentuale -, non riescono a pagare la scolarità, visto che lo Stato libanese non riesce a dare loro i dovuti contributi. Dall’altra parte le spese della scuola sono aumentati sproporzionalmente, a causa del caro vita accennato sopra. La scuola cerca di sostenere tante famiglie, affidandosi alla Provvidenza.

Uniamoci nella preghiera per la pace e per un’alba nuova per il Libano e il Medio Oriente.

Grazie per tutto quello che fate e farete per noi.
Con tanta riconoscenza vi ricordiamo nella preghiera.
Il Signore vi benedica e vi ricompensi.

Un cordiale saluto
Le Suore Carmelitane

Libano – Fanar
Aprile 2026

Per eventuale aiuto:

Istituto suore Carmelitane di Santa Teresa di Firenze

IBAN:
IT56 H030 6909 6061 0000 0018 364

Intesa Sanpaolo

Tel: +961-01-681301/2/3 E-mail : contact@ndmc.edu.lb http : www.ndmc.edu.lb

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Dal 25 gennaio al 1º febbraio, tra palafitte e fiumi immensi e comunità raggiungibili solo in barca, si è svolta la 2ª Missione Florescer, un’esperienza che ha assunto il volto concreto della sinodalità e la profondità della spiritualità carmelitana. Il tema che ha guidato ogni incontro è stato:“La Famiglia: una chiamata alla santità alla luce della Famiglia Martin di Santa Teresina” è stato una luce capace di illuminare le sfide reali vissute dalle comunità.

La missione ha avuto inizio presso la Parocchia Santa Croce, a Macapá, grazie alla comunione tra le Suore Carmelitane, un Padre Dehoniano, i laici e i giovani della Juventude Carmelitana e del gruppo Florescer. In questa collaborazione si è manifestata una vera sinfonia ecclesiale: vocazioni diverse, un solo cuore missionario. Successivamente, avanzando verso acque più profonde, la missione ha raggiunto la Comunità di Porto Alegre, appartenente alla Parrocchia Nossa Senhora da Conceição, ad Afuá, nella Prelazia do Marajó, con la presenza e il sostegno pastorale di padre Eliton. L’accoglienza calorosa delle comunità e di chi le guida ha rivelato una Chiesa viva e profondamente responsabile.

Durante le visite e i momenti di ascolto è emersa con forza la preoccupazione dei responsabili delle comunità per la realtà dei giovani. Essi parlavano con cuore aperto delle sfide che toccano le nuove generazioni: i tornei di calcio che spesso diventano occasione di eccessi, la diffusione del consumo di bevande alcoliche, le feste notturne che si protraggono fino a tardi. In un contesto segnato dai fiumi e dall’assenza di illuminazione adeguata, molti giovani rientrano di notte, nel buio, su piccole imbarcazioni, esponendosi a rischi concreti.

Questa realtà interpella profondamente le famiglie. Il tema della santità familiare non può essere separato dalla responsabilità educativa. La famiglia è chiamata non solo a custodire la fede, ma anche a orientare, accompagnare e proteggere. La santità, in questo contesto, assume il volto concreto della vigilanza amorosa, del dialogo paziente e della testimonianza coerente. Accanto a queste sfide, è stata riconosciuta anche la presenza attiva dei fratelli protestanti nelle comunità, spesso molto organizzati e presenti nella vita quotidiana del popolo. Questo scenario invita la Chiesa cattolica a rinnovare il proprio impegno missionario, non in spirito di competizione, ma di autenticità evangelica, offrendo una formazione solida, una presenza costante e un accompagnamento reale delle famiglie.

In questo contesto, la celebrazione quotidiana della Santa Messa durante i quattro giorni di missione è stata un dono straordinario. In molte di queste comunità, il sacerdote riesce a essere presente solo una volta all’anno. L’Eucaristia celebrata ogni giorno ha ridato forza, unità e speranza. Le visite mattutine alle famiglie e gli incontri serali di formazione per bambini, giovani e adulti hanno creato spazi di ascolto sincero, dove le preoccupazioni non venivano giudicate, ma accolte e illuminate dalla Parola di Dio.

I giovani della Juventude Carmelitana e del Gruppo Florescer hanno avuto un ruolo fondamentale. La loro presenza ha mostrato che è possibile vivere una giovinezza diversa, radicata nella fede e nella responsabilità. Essi sono diventati segno di speranza per altri giovani, dimostrando che la santità non è estranea alla giovinezza, ma ne è il compimento più autentico.

La missione si è conclusa con una serata culturale, espressione della ricchezza e dell’identità locale. Tra canti e danze tradizionali si è percepito che la cultura può diventare spazio di evangelizzazione e di valorizzazione della vita comunitaria. La 2ª Missione Florescer ha lasciato una consapevolezza profonda: la famiglia è realmente chiamata alla santità proprio nelle sfide concrete del suo tempo. Educare, accompagnare, proteggere, perseverare nella fede: tutto questo è cammino di santificazione. Quando giovani, laici, religiose e sacerdoti camminano insieme, la Chiesa diventa presenza viva anche nelle realtà più lontane. E lì, tra le fragilità e le speranze, continua a fiorire la grazia di Dio.

sr Nilma di Gesù

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Suor Anna, da dove vieni e dove sei cresciuta?

Sono cresciuta in Slovacchia, in una famiglia cattolica. Ho avuto un percorso tradizionale: battesimo pochi giorni dopo la nascita e poi, via via, gli altri sacramenti. Mi aiutò molto il fatto che, dopo la maturità, sia andata a studiare a Praga e abbia potuto scoprire che la Chiesa può funzionare molto bene anche come “minoranza” ed elemento marginale della società, e che al suo interno si può respirare liberamente. Allo stesso tempo ho avuto la possibilità di lasciare che la mia fede infantile si trasformasse in qualcosa di nuovo e di capire che la mia vita spirituale è una questione di mia personale responsabilità. Tuttavia, me ne rendo conto solo a posteriori: in quel periodo la fede non era per me così importante, mi godevo gli studi, gli amici e la libertà rispetto al mio ambiente d’origine.

Dove hai messo radici a Praga, tanto che la Chiesa ti è sembrata il luogo a cui voler legare la tua vita, in tutto e per tutto?

Ho cercato il mio posto nella vita piuttosto a lungo: prima in una relazione durata diversi anni e poi viaggiando. Forse suonerà un po’ come un cliché, ma in Africa, dove per alcuni mesi ho fatto volontariato presso le suore di Madre Teresa, ho capito che la vita riguarda qualcosa di diverso dal garantirsi il benessere materiale. Ho sentito finalmente che qualcosa si muoveva non solo all’esterno, ma anche dentro di me, e che questo aveva a che fare con la mia vocazione. Detto semplicemente, mi sono innamorata di Dio. Dopo il ritorno a Praga ho iniziato a cercare più intensamente luoghi in cui poter coltivare questa relazione e sono giunta così a conoscere le suore carmelitane di S. Teresa di Firenze e a partecipare agli esercizi spirituali che organizzavano. E così il mio cammino è proseguito. Mi sono appassionata alla preghiera contemplativa, ho trovato una guida spirituale e ho iniziato a frequentare il Carmelo di Praga. Le mie radici le ho poste, più che su un luogo concreto, su una domanda: come vivere la mia vita in pienezza. Ho capito che dovevo intraprendere un cammino verso il mio mondo interiore, aprire una porta dopo l’altra e accogliere tutto ciò che vi avrei trovato. Oltre a molte cose belle e gioiose, ho scoperto in me anche dei ripostigli piuttosto ingombranti, con cui a prima vista non si può fare molto. Eppure, continuo l’esplorazione, perché sento che tutto ha un senso e che Dio mi dice: sì, vai avanti, sono con te.

Associamo la scelta religiosa a una risposta definitiva, per cui la persona “non cercherà più nient’altro”. In che senso un consacrato può continuare a “cercare” anche dopo i voti perpetui?

Questo te lo dirò tra qualche anno, se Dio vorrà (sono infatti ancora una suora di voti temporanei, che rinnovo di anno in anno). Ma fin d’ora penso che la ricerca è una questione che dura tutta la vita. La ricerca di Dio è poi molto particolare: ti sembra di averlo quasi “raggiunto” e poi scopri che si è “spostato” un po’ più in là e che il paesaggio verso cui cammini è di nuovo diverso e attraente. In altre parole: una nuova sfida ogni giorno, su misura.

Il Carmelo è un luogo in cui ci si può sentire a casa.  Ma non è detto che per questo ci si debba fare carmelitane! Ti sei mai chiesta quale fosse la strada giusta e, se la vita religiosa, in quale forma?

Non è stato un gesto avventato: ho fatto un discernimento sulla mia vocazione per diversi anni. All’inizio avevo alcuni criteri; per esempio, sapevo che non sarei stata capace di pregare otto ore al giorno (a meno che non si trattasse degli esercizi spirituali) e che il lavoro mi aiuta a uscire da me stessa e a non chiudermi in un circolo vizioso. Sapevo anche di voler vivere in una comunità “normale”, cioè con i piedi ben piantati per terra ma allo stesso tempo con una certa spinta in avanti, in modo da potermi permettere una crescita sana. E tenevo conto anche dei consigli della mia guida spirituale, che mi ha aiutata a trovare il ritmo giusto: a non affrettare le cose, ma allo stesso tempo a compiere altri piccoli o grandi passi. Osservavo le mie reazioni, esploravo il terreno davanti a me e intuivo che la direzione era quella giusta, perché nel profondo di me stessa sentivo pace.

In questa scelta, che cosa si è rivelato più facile di quanto ti aspettassi e che cosa invece è stato faticoso? C’è qualcosa di specifico della vita religiosa? O è semplicemente una vita normale in una casa condivisa con altre persone e con Dio?

Sì, che cammino sarebbe se non fosse faticoso! Ma è bello! Ho provato un gran sollievo quando ho scoperto (e verificato) che nessuno vuole trasformarmi in una pecorella che debba comportarsi come tutte le altre. Era una paura stereotipata dell’uniformità e della perdita dell’identità. E ciò che per me è davvero faticoso? Il lavoro su me stessa. Una fatica che dura tutta la vita. Inoltre, già solo il fatto che io sia cresciuta con due fratelli maggiori con cui andavo a vedere le partite di calcio e l’hockey, e che poi mi sia ritrovata all’improvviso in un gruppo tutto femminile, con caratteri e interessi diversi, per di più di culture differenti, è stato un grosso elemento di novità! Ma funziona perché condividiamo lo stesso desiderio radicale. Sì, questo potrebbe essere uno degli aspetti specifici della vita religiosa: mettere radici e crescere dentro la vita di Dio.

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Perseveranti nell’Adorare

La prima serata del triduo di festeggiamento dei 124 anni di adorazione perpetua nella Chiesa del Corpus Domini è stata accompagnata da una meditazione di padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, di cui riportiamo solo alcuni succintissimi appunti:

L’adorazione implica un’intimità “bocca a bocca”, os oris. La bocca è la parte che usiamo per scambiarci baci e parole, per esprimere la nostra vita interiore, è una straordinaria finestra che mostra ciò che è nel nostro cuore ed è una porta per portare qualcosa dentro al cuore.

Questa è quella profonda intimità che viviamo nella nostra relazione con Gesù riservandogli uno sguardo contemplativo ma anche aprendo la bocca in un bacio. Il bacio secondo i padri della Chiesa Orientale è il timbro spirituale mediante il quale entriamo più in profonda comunione con Gesù. Labbra, bocca e l’apertura del nostro cuore anche nelle sue dimensioni emotive: tutto ciò ci dice che abbiamo bisogno di una dimensione integrale nella relazione con Dio. L’incarnazione chiede un coinvolgimento con la pienezza di Gesù, con la pienezza di noi stessi, dai nostri sensi esteriori ai sensi interiori.

Il nostro tempo è segnato da un approccio superficiale alla realtà che ci circonda, da una sorta di narcosi della soglia dell’attenzione nella collettività. Ci mostra che spesso noi abbiamo a disposizione strumenti raffinati che colgono la realtà, e tuttavia, tale ricchezza tecnologica con cui possiamo carpirla, non corrisponde a una medesima dimensione interiore, a una medesima capacità di cogliere il potenziale spirituale della realtà come via per arrivare al Signore e giungere a capire quel che ci vuole dire.

Cosa dice un adoratore? Un adoratore può dire qualcosa circa il modo necessario per cogliere tutto quello che la realtà può comunicarci se lo sguardo si fa meno distratto.

Durante l’adorazione, la persona dona e riceve dei baci nello Spirito. La vita spirituale non è solo qualche minuto di vita teologale, o di pratica devota, di ascolto della Parola o liturgia, ma è esperienza che rilancia la nostra umanità.

Guardini parla di due forme di conoscenza: l’una conduce ad immergersi nell’oggetto che si vuole conoscere e nel suo contesto; l’altra raduna le cose, le decompone, le possiede e le domina. L’uomo con quest’ultima modalità perde tutti i legami interiori. Nel suo essere interiore diviene senza contorni, senza misure. Viene da chiedersi: una vita così può rimanere vivente?

La prima forma di conoscenza di cui parla Guardini sembra invece una descrizione di cosa significa adorare Gesù, ovvero è un immergersi nell’oggetto (Gesù) e nel suo contesto, cercando di vivere in Lui. L’adorazione è esperienza di conoscenza in cui non abbiamo pretesa di incasellare, decomporre o possedere. Mette infatti in luce il limite, che è segnato dallo Spirito Santo, di essere di fronte a un mistero assoluto. Proprio questa consapevolezza del limite ci porta a una conoscenza che non è presuntuosa, ma è immersione nell’altro. Grazie all’incontro con quel limite noi viviamo di tutto quello che il Signore ci consegna, che è gratuità del dono. E coltiviamo uno sguardo grato, eucaristico, teso alla lode e alla meraviglia.

Si tratta di un’sperienza in cui non sono io a impossessarmi della realtà, ma è la realtà che mi viene incontro e mi accorgo che tutto è grazia, tutto è dono, e io posso avere solo un atteggiamento di umile arresa. Si tratta di una qualificazione della nostra umanità che ci dona coscienza del limite e che ci fa sentire destinatari della rivelazione. Vogliamo essere consapevoli che se lasciamo spazio al Signore come vero Signore della nostra storia e protagonista della nostra realtà, allora la nostra storia potrà partorire il domani che Maria ha cantato nel suo Magnificat.

Nella Veglia di Natale i padri ci fanno notare che come il bambino viene deposto sulle lenzuola della mangiatoia, quello stesso corpo verrà deposto sull’altare, perchè il popolo di Dio lo possa mangiare e assimilarsi a Lui. L’evento storico viene posto in una rilettura liturgico-simbolica. Qual è il segno che davvero l’Emmanuele è con noi e non ci abbandona più? Un bambino avvolto in fasce. Ma possiamo esser certi che il segno vale anche per noi? Il segno dato ai pastori per noi diventa verificabile quando partecipiamo alla S. Eucaristia, quando vediamo la sua ostia Santa. Così anche noi siamo come i pastori nella notte di Natale e la correlazione è data dall’eucaristia. Acquisiamo una conoscenza estatica mediante la quale è ciò che è fuori di noi che modella il nostro cuore, e noi accogliamo una realtà intrisa dell’amore del Signore, e ciò ci addestra a vedere la realtà nel suo insieme. Come Maria che mette tutto insieme, medita, nel suo cuore. L’adorazione diviene un luogo di decifrazione della realtà.

L’incontro con il Signore non si può isolare da tutto il resto, anzi chiede un amore caldo, coivolgente, sponsale. La vita vivente non sta nel sapere “tante cose”, ma nell’essere immersi nella cosa che vogliamo conoscere, così che questa ci trasforma, per cui il soggetto è Dio e noi siamo l’oggetto, noi siamo l’oggetto creato dal proprio creatore.

Papa Leone parla di “preparazione”: anche oggi come allora c’è una cena da preparare, si tratta della nostra disponibilità ad entrare in un gesto che ci supera. L’Eucaristia non si celebra solo sull’altare, ma anche nella realtà, “lasciando spazio”. I preparativi rendono possibile un incontro. Preparativo è cura del desiderio, rimanendo con umiltà di fronte alla realtà di Dio, e adorandola, così che questa ci trasforma. San Basilio affermava che la nostra vera immagine la acquisiamo quando ci specchiamo di fronte al Bambino Gesù. Così guardando all’Eucaristia vediamo la carne di Gesù, e possiamo lasciarci assimilare a Cristo. E i selfie ci dicono sì qualcosa di noi, ma in modo insufficiente, giammai con questa pienezza. Riceviamo una visione alta delle nostre potenzialità umane in Cristo.

Estendere questa conoscenza anche quando l’Eucaristia è finita, è fondamentale. Finisce l’agire umano e si lascia fare all’agire di Dio, e questa esperienza inonda la nostra umanità e la trasforma dal di dentro. Ciò accade anche di fronte al tabernacolo: non si tratta di una convinzione cerebrale e dottrinale che lì è veramente presente Gesù nel suo corpo, ma è la partecipazione alla sua vita, è diventare ciò che mangiamo.

Che l’Eucaristia diventi l’opportunità di far operare il Signore nella nostra vita, lavorando nelle nostre relazioni fraterne perchè siano la trascrizione di questa vita eucaristica.

Come sottolineano le preghiere eucaristiche, si tratta di diventare un solo corpo e un solo spirito. Dobbiamo essere appassionati di unità! Fermento di unità! L’Eucaristia ci fa capire chi siamo veramente! Pur essendo molti, formiamo un corpo solo!

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I MAGI E LA STELLA

Il Vangelo dei Magi non inizia con una nascita, ma con una constatazione: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode…” (Mt 2,1) è un inizio che sorprende! Matteo dice semplicemente che Gesù è già nato. Questo dettaglio non è casuale, è importantissimo: Gesù è già nato. La storia è già iniziata.  Dio è già entrato nel mondo. Colui che cerchiamo già c’è.

Il Natale non è “fare finta che Gesù rinasce”: Il Natale non è una rievocazione teatrale, “Gesù non rinasce ogni anno: è nato una volta per sempre.” Il Natale è memoria viva, non una recita: ricordiamo un fatto reale che ha cambiato la storia e che continua a parlare alla nostra vita di oggi. Gesù è già nato… La vera domanda non è “nasce o non nasce”, ma: Io che posto gli do nella mia vita? E ancora più concretamente: “Davanti a questa nascita, io che cosa faccio?” Che atteggiamento assumo: resto spettatore o mi lascio coinvolgere? Continua tutto come prima o scelgo di mettermi in gioco?

«Dov’è colui che è nato?» chiedono i Magi. Questa domanda li rende particolari/speciali. Non si accontentano di quello che già sanno, non restano fermi, non dicono: “Va bene così”. Dentro di loro c’è un’inquietudine sana che li spinge a cercare e a continuare la loro ricerca. I Magi non hanno tutto chiaro, non sanno già dove arrivare, ma continuano a cercare, anche quando il cammino è lungo e faticoso, anche quando fa buio. È proprio questa inquietudine che li mette in movimento. Anche per noi è così. Chi smette di farsi domande si ferma. Chi si accontenta non cammina più. Il Natale ci ricorda che la fede non è avere tutte le risposte, ma non smettere di cercare. E quella domanda — “Dov’è?” — può diventare anche la nostra: Dov’è Gesù, oggi, nella mia vita? Dove posso trovare colui che è nato?

«Abbiamo visto spuntare la sua STELLA e siamo venuti ad adorarlo». I Magi riescono a vedere la stella perché alzano lo sguardo. Non fissano solo il buio, non restano chiusi nei loro pensieri o nei loro problemi: guardano in alto e intorno. Ed è proprio nel buio della notte che la stella diventa visibile.

Anche per noi è così. Se restiamo sempre piegati su noi stessi, sul nostro ombelico, sulle preoccupazioni, sul caos della vita, rischiamo di non vedere nulla.
Ma quando alziamo lo sguardo, qualcosa può accendersi anche nel buio.

La stella non toglie il caos, non cancella la confusione della vita, ma indica una direzione. Non risolve tutto, ma guida. Il Natale ci chiede proprio questo: alzare lo sguardo, smettere di guardarci solo addosso, per accorgerci che anche dentro il caos della nostra vita c’è una stella che ci guida a incontrare Gesù.

I Magi vedono spuntare la stella perché è notte/buio. Se fosse stato sempre giorno, probabilmente non l’avrebbero notata. È proprio il buio a rendere visibile la luce. Questo è molto importante anche a noi.
Non tutte le notti che attraversiamo sono disgrazie, anzi, possono diventare un luogo di rivelazione. Per questo possiamo dire, senza idealizzare il dolore: benedetta ogni notte oscura che attraverso, non perché è facile o divertente, ma perché se la vivo senza chiudermi, senza smettere di cercare, potrei vedere spuntare una stella. Il buio non ha l’ultima parola. Può diventare lo spazio in cui una luce si accende
e mi rimette in cammino verso Gesù, anche dentro il caos e la confusione della mia vita. Si tratta di non fuggire le nostre notti oscure, ma imparare ad abitarle. La grandezza dei Magi non sta solo nell’aver visto la stella, ma nel fatto che non si fermano allo stupore. Avrebbero potuto dire: “Che cosa bella”, emozionarsi un attimo e poi tornare alla loro vita. Invece no. Vanno oltre. La stella accende una domanda, non una semplice emozione. E quella domanda li porta in profondità. La loro ricerca non resta in superficie, non scivola nella mediocrità. I Magi prendono sul serio quello che hanno visto.
Si mettono in cammino, rischiano, sbagliano strada, ma continuano. L’importante per loro non perdere ciò che hanno trovato. Perché chi cerca davvero non si accontenta.

Questo vale anche per noi. Possiamo vivere il Natale come un momento bello che passa, oppure come un invito ad andare più a fondo, a non restare spettatori, a non fermarci a una fede di superficie.

La stella non è fatta per essere guardata, ma per essere seguita.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre» (Mt 2,11). I Magi devono entrare per poter vedere. Da fuori non si vede il Bambino. Restare sulla soglia significa restare spettatori. Per incontrare davvero Gesù bisogna entrare, mettere in gioco la propria vita, smettere di guardare da lontano, avere finalmente il coraggio di varcare la soglia ed entrare nella casa… Santa Teresa d’Avila dice che molte persone passano tutta la vita fuori dalla casa
e non entrano mai davvero dentro. Restano sulla soglia: sanno che c’è qualcosa, ne parlano, ma non fanno mai il passo decisivo. E poi «Si prostrarono»: prostrarsi significa cambiare posizione. Non stare dritti, rigidi, convinti di sapere già tutto. Ma abbassarsi, farsi piccoli, diventare flessibili, accettare di non essere al centro. Ed è significativo che i Magi facciano questo gesto davanti a un Bambino. Non davanti a un re potente, non davanti a qualcuno che impone paura o forza, ma davanti alla grandezza di un Dio che si fa piccolo.

I Magi si inchinano perché riconoscono che la vera grandezza non sta nel potere, ma nell’amore che si abbassa. Davanti a Gesù imparano che Dio non schiaccia, ma chiede spazio nel cuore.

Chi cerca davvero Gesù deve essere disposto a questo: cambiare postura, cioè mentalità, atteggiamento, modo di guardare sé stessi, gli altri e Dio. Solo chi si abbassa riesce davvero a vedere la grandezza nascosta di un Dio Bambino.

«Lo adorarono»: L’adorazione è un atto profondamente intimo. È riconoscere che Gesù non è “una cosa in più” nella mia vita, ma il mio Familiare, Qualcuno davanti a cui mi fermo e a cui affido il cuore, senza difese. Adorare infatti significa entrare in relazione, passare dalla ricerca all’Incontro, dallo stupore a un legame vero. È un gesto così forte che coinvolge tutto di noi: non solo la mente, ma anche il corpo. Prostrarsi, inginocchiarsi, fermarsi in silenzio è dire con il corpo ciò che a volte le parole non riescono a esprimere: «Mi fido, mi affido, mi consegno». Avere intimità con Dio significa lasciarsi raggiungere da Lui così come siamo, fino a diventare — nel modo più vero possibile — una cosa sola con Lui. L’adorazione è questo: non fare qualcosa per Dio, ma stare con Dio.

Alla fine, «Aprirono i loro scrigni e gli offrirono i loro doni»: i Magi aprono. Non tengono tutto per sé. Aprire i loro scrigni è la vera meta del viaggio.
Non hanno camminato solo per vedere una stella, ma per arrivare a questo punto: riconoscere che davanti a quel Bambino tutto cambia. Gli scrigni rappresentano ciò che abbiamo di più prezioso: talenti, fragilità, tempo, sogni, paure, sicurezze.

Riconoscendo che quel Bambino è Dio, i Magi capiscono che davanti a Lui nulla è più prezioso.
Ogni possesso diventa relativo, ogni sicurezza perde importanza.

Per questo aprono: perché davanti a Gesù non si trattiene nulla, non ci si difende, non si tiene qualcosa per sé. L’incontro vero con Gesù porta sempre qui: aprire il proprio tesoro e offrire ciò che si è, non quello che si vorrebbe essere.

Suor Dina della Santa Famiglia

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Suor Sara della Trinità rinnova oggi, solennità della Madre di Dio, i voti di castità, povertà e obbedienza nella nostra famiglia religiosa. E Maria è il più bell’esempio di donna che ha consacrato il suo corpo e la sua vita al Dio che cresceva in lei. Ecco le parole di padre Paolo OCD all’omelia:

“I pastori all’invito del canto degli angeli, ad accorrere a Betlemme, rispondono dirigendosi senza perdere tempo verso Betlemme. Quello che trovano è un bambino, come era stato loro annunciato, e i suoi genitori. Se i pastori ci insegnano a intraprendere nuovi percorsi, Maria è colei che conserva il legame fra la storia, e ciò che Dio comunica. Avrebbe potuto vivere quella nascita come una sciagura, invece mostra come si fosse impegnata a comprendere quanto le era stato annunciato, quando con il suo sì decise di fidarsi delle parole di Dio. Noi spesso nella realtà vogliamo delle soluzioni immediate, dei percorsi già stabiliti, ma agendo in questo modo non lasciamo intervenire Dio, non gli diamo spazio, non riconosciamo la sua opera in questo tempo, di conseguenza è difficile pensare che la nostra storia sia nelle mani di Dio.

Il Vangelo odierno suggerisce alcuni atteggiamenti concreti per affrontare il nuovo anno. Il primo è delineato dalla determinazione con cui i pastori hanno creduto al messaggio ricevuto da Dio, e dalla disponibilità a fare partecipi altri della loro esperienza, perché il loro stupore raggiunga tutti quelli che hanno un cuore di poveri.

L’altro atteggiamento è il comportamento pensoso e meditativo di Maria, che custodisce e protegge il ricordo delle parole udite e degli eventi vissuti, perché nulla vada dimenticato o perduto. E’ una memoria attiva, che approfondisce e collega gli eventi perché il disegno di Dio appaia più nitido. Non ha solo raccolto i fatti, ma anche le reazioni provocate da essi nelle persone, e questo permette di comprendere il lento lavoro interiore che ha dovuto affrontare per continuare a compiere la volontà di Dio, e a vivere il suo essere madre.

Nel silenzio ha pazientemente cercato di collegare la grandezza dell’annuncio udito, la straordinarietà degli eventi accaduti in lei, e le manifestazioni di stupore a cui ha assistito. L’azione del custodire presuppone che ci sia qualcosa da proteggere, conservare. E’ un tesoro che si riceve, si scopre. Maria ha accolto un bambino, una carne fragile che invoca presenza e cura, non un qualcosa di preconfezionato. La madre del Signore deve custodire suo Figlio, lo deve crescere. La custodia non è un’attività puramente intellettuale, è operosità nell’interiorità, è una creatività del cuore, che poi si esplicita negli affetti e nelle decisioni. Custodire il figlio di Dio comporta azioni, gesti, decisioni coraggiose, che nascono dalla capacità di leggere dentro i fatti e le persone.

Maria custodisce perché in prima persona avverte di essere custodita. Affidandosi a Dio, custodisce quanto le è stato donato. Custodire significa creare uno spazio in cui volti, parole, sogni, progetti, desideri, si possono incontrare. In questo modo l’altro ha la possibilità di esistere, di rivelarsi, di mostrarsi per quello che è. Questo lavoro interiore è una palestra che allena a una donazione senza riserve, e apre nuovi orizzonti. Sono le prime ore del nuovo anno e Maria indica che nella custodia del Figlio di Dio diamo concretezza alla fiducia, perché in Lui ognuno di noi trova il necessario per essere sé stesso e diventare ciò che Dio gli ha proposto.”

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La Famiglia Carmelitana ha vissuto un tempo singolare di grazia con la realizzazione del Pellegrinaggio Giubilare, un vero itinerario spirituale segnato dalla preghiera, dalla contemplazione e dalla profonda comunione fraterna. Questo momento forte del cammino di fede è stato anche occasione per la solenne apertura dell’Anno Giubilare di San Giovanni della Croce, celebrato nel contesto di due ricorrenze di grande rilievo per il Carmelo e per tutta la Chiesa: i 300 anni della sua canonizzazione e i 100 anni della proclamazione di Dottore della Chiesa.

Riunendo religiose, Terzo Ordine Carmelitano, giovani, bambini e amici del Carmelo, il pellegrinaggio ha espresso la ricchezza e la varietà della Famiglia Carmelitana, unita come popolo di Dio in cammino. Alla luce del Giubileo, ogni passo è diventato segno di conversione, riconciliazione e rinnovamento della speranza, rafforzando il desiderio comune di seguire Cristo con un cuore indiviso e totalmente donato.

Le meditazioni che hanno accompagnato il pellegrinaggio sono state ispirate alla poesia “Fiamma Viva d’Amore”, una delle espressioni più alte della mistica di San Giovanni della Croce. Questo testo, profondamente radicato nell’esperienza dell’amore trasformante di Dio, ha illuminato il cammino dei pellegrini, invitandoli a riconoscere l’azione della grazia che purifica, illumina e unisce l’anima a Dio. Lungo il cammino, i pellegrini sono stati chiamati a lasciarsi toccare da questo amore ardente, a presentare a Dio le proprie fragilità personali e comunitarie e a rinnovare l’impegno per una vita cristiana più coerente, semplice e profondamente radicata nella preghiera.

Il cammino verso il Santuario della Madonna di Fatima ha assunto un forte valore simbolico e spirituale. Maria, Madre del Carmelo e compagna di tutti coloro che camminano nella fede, ha accompagnato ogni passo del pellegrinaggio. Sotto il suo sguardo materno sono state affidate intenzioni, ringraziamenti e suppliche, in un clima di fiducia filiale e di abbandono alla volontà di Dio.

Le soste meditative hanno favorito momenti intensi di ascolto della Parola, di silenzio orante e di preghiera comunitaria, permettendo a ciascun partecipante di compiere anche un pellegrinaggio interiore. È stato un tempo propizio per rileggere il proprio cammino di fede, rafforzare la speranza e rinnovare il seguito di Gesù Cristo.

Il Pellegrinaggio Giubilare ha trovato il suo vertice nella celebrazione della Santa Messa, che ha concluso il cammino spirituale vissuto lungo il percorso. Riuniti attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, i pellegrini hanno presentato al Signore le gioie, le intenzioni e i frutti del cammino, riconoscendo nell’Eucaristia la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana.

La celebrazione eucaristica ha sigillato questo tempo di grazia, rafforzando la comunione fraterna e rinnovando l’invio missionario della Famiglia Carmelitana, chiamata a portare nel mondo la testimonianza di una fede viva, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione.

Al termine del pellegrinaggio, è stato rinnovato l’impegno a continuare il cammino cristiano con coraggio e speranza, lasciandosi guidare dalla Fiamma Viva dell’Amore, che illumina i passi, purifica il cuore e conduce alla piena comunione con Dio. Ispirati da San Giovanni della Croce e sotto la protezione materna della Madonna del Carmelo, proseguiamo come popolo pellegrino, chiamato a testimoniare una fede viva, profonda e trasformante.

Sr. Nilma di Gesù

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