Matteo 25,1-13
Il Vangelo di questa Domenica ci presenta dieci vergini che hanno una lampada e aspettano lo sposo, tutte nell’attesa si addormentano, ma cinque hanno dell’olio in piccoli vasi e cinque no: la differenza sembra stare tutta qui.
Cosa rappresenta la lampada e cosa rappresenta l’olio?
La lampada serve per illuminare, per fare luce, ma senza l’olio che l’alimenta, si spegne.
L’evangelista Matteo scrive: ”Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).
Potremmo allora dire che la luce sono le opere buone da noi compiute, ma se le opere non sono alimentate dall’olio della preghiera, dell’incontro personale con Cristo, si esauriscono, si spengono. Noi possiamo fare tante cose buone, ma dovremmo sempre chiederci cosa alimenta ciò che facciamo nelle nostre giornate: l’amore per Cristo, il desiderio che Lui sia conosciuto ed amato, o la ricerca di noi stessi? Possiamo infatti fare cose buone, ma con un movente sbagliato: per vanagloria, orgoglio, superbia, per bisogno di stima, perché cerchiamo onore o per avere un ritorno…
Spesso questo accade senza che ne siamo consapevoli, semplicemente perché siamo distratti e viviamo superficialmente.
Possiamo avere una vita piena di cose da fare e un cuore vuoto di Dio. Rischiamo di essere sempre connessi, ma poco in contatto con noi stessi e con Dio.
Possiamo anche partecipare alla Messa, impegnarci nella comunità, ma lentamente e magari senza accorgercene, perdere l’intimità con Gesù.
Il Vangelo parla di “piccoli vasi” in cui è contenuto l’olio. Questo fa pensare a Santa Teresa di Lisieux che non ha compiuto imprese straordinarie agli occhi del mondo, ma ha scoperto che la santità consiste nell’amare Dio nelle piccole cose quotidiane.
La sua piccola via ci insegna che non è necessario fare cose eccezionali per essere santi, ma vivere con un amore straordinario anche ciò che sembra insignificante.
Il Vangelo dice ancora che lo sposo tardava e tutte le vergini si addormentarono, anche le sagge.
Questo per noi è consolante! Anche chi ama Gesù può stancarsi, anche chi prega può attraversare il buio.
San Giovanni della Croce parla della notte oscura: un cammino nel quale Dio può purificare la nostra fede, liberandola dal bisogno continuo di consolazioni.
La fedeltà a Dio non può dipendere soltanto da quello che sentiamo, dalle consolazioni che riceviamo. L’amore maturo rimane anche quando l’emozione diminuisce.
Vegliare è faticoso, richiede costanza, pazienza e tenacia. Vegliare non significa non stancarsi, ma continuare ad attendere Gesù anche nella stanchezza.
Le cinque giovani arrivano in ritardo e lo sposo dice: «Non vi conosco».
Conoscere una persona, nel linguaggio biblico, significa avere un rapporto intimo, personale con lei. Questo sta a cuore a Gesù: entrare in una relazione intima e personale con ciascuno di noi.
“Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né l’ora”. Vegliare non significa sforzarsi di tenere tutto sotto controllo. Nella vita le cose più importanti accadono in tempi e modalità per noi imprevedibili. L’amore, un incontro, la conversione, la malattia, la morte… non dipendono da noi. Questo ci insegna che non tutto è calcolabile e controllabile. La nostra vita è concretamente nelle mani di un Altro.
Domandiamoci allora: “Se Gesù arrivasse oggi, troverebbe in me una persona che ha fatto tante cose religiose oppure qualcuno che ha imparato ad amarlo?”.
Perché alla fine non conterà soltanto quello che abbiamo fatto, conterà l’amore con cui abbiamo vissuto.
Sr Maria Chiara di Gesù Risorto
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