Pregare il Vangelo della XXX Domenica: Unico amore a due volti

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Pregare il Vangelo della XXX Domenica: Unico amore a due volti

Questa domenica ci vengono consegnate le letture che da una parte sembrano semplici. Sono due comandamenti dell’amore e li sappiamo persino a memoria. In realtà sono letture le più impegnative perché non sono da capire ma da vivere!

Come abbiamo letto è “amore” l’elemento comune a questi die brani. Possiamo definirlo “unico amore a due volti”, amore verso Dio e verso il prossimo. Il Vangelo non ci dice soltanto che dobbiamo amare vedercela noi come (sarebbe pericolosa questa cosa), ma ci rimanda alla lettura dell’Esodo che ci dà indicazioni pratiche di come amare: non molestare il forestiero, non maltrattare la vedova e l’orfano, non comportarsi da usurai. E qui possiamo aggiungere tante altre cose che ci riguardano.

Possiamo vedere che amore non sono delle belle parole pronunciate, ma sono atti concreti, o meglio le parole “ti voglio bene” non rimangono buttare all’aria in un momento di intenso sentimento, ma sono parole trasformate in accoglienza, in solidarietà e giustizia.

Amare significa limitarsi da una parte: “non fare” certe cose, però dall’altra parte significa espandersi a tutti i 360° perché il bene che scaturisce dall’amore non ha limiti né i confini. Tale amore da parole si trasforma in testimonianza credibile negli ambienti che abitiamo: casa, lavoro, scuola…

Tornando al Vangelo vediamo che un gruppetto vuole mettere Gesù alla prova, credendosi abbastanza forti nella conoscenza della Legge; vivono nella dinamica di legalizzare o moralizzare tutta la vita e i suoi minimi movimenti preoccupandosi soltanto dell’apparenza, ma Gesù li spiazza usando il loro stesso linguaggio. «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Ci può sembrare una domanda troppo banale visto che sono esperti della Legge (sotto legge si intende la Scrittura) dovrebbero sapere, ma già al tempo di Gesù esistevano ben 613 precetti da osservare oltre il Decalogo.

Gesù prende sul serio questa domanda dando la possibilità di conversione del cuore a questa gente che fa tutto, ma manca di amore.

LA risposta Gesù gliela dà citando la preghiera ebraica più importante (lo Shema Israel): “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”, sottolineando un amore totale, che coinvolge l’affettività, lo spirito e l’intelligenza, in sostanza coinvolge tutta la persona. Però non si ferma sul primo comandamento perché sa che in qualche modo loro lo vivono e coglie il momento per introdurre la novità, la grande rivoluzione: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Così  facendo unisce indissolubilmente due aspetti. Non esiste un amore per Dio che scavalchi il fratello, né un amore per il prossimo che si chiuda al Divino.

Amare Dio non significa chiudersi in un’intimità individualista e disincarnata. Se diciamo di amare Dio ma giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti a chi è in difficoltà la nostra fede rischia di diventare un’illusione.

Il prossimo per noi è lo “specchio” di Dio, è il criterio di verifica del nostro rapporto con il Signore, è la qualità delle nostre relazioni con gli altri. L’altro è il luogo in cui l’amore di Dio si fa concreto come ce lo dice la prima lettura e in modo un po’ più vicino a noi lo dice anche s. Teresa d’Avila:

 «Se volete sapere se progredite nell’amore di Dio, guardate come amate il vostro prossimo. Il Signore non esige da noi altro che due cose: l’amore della Sua Maestà e quello del prossimo… La prova più sicura per sapere se osserviamo questi due comandamenti è senza dubbio quella dell’amore del prossimo.» (Castello Interiore, V Dimora, cap. 3)

Queste parole di Teresa, che le ha vissuto in pieno, ci dicono che il Vangelo non è un romanzo che dopo essere letto alla fine si dice che bella storia, è invece vita concreta.

E che cosa ci muove se non amore per Dio? Se vogliamo bene Dio lo vogliamo bene anche nelle persone che ci stanno attorno, se non è così ci dobbiamo fare qualche domanda.

Un altro esempio concreto è S. Teresa di Gesù Bambino, che dopo una lunga riflessione arriva al punto da dire non voglio soltanto amare ma voglio essere amore, possiamo tradurlo in questo modo: sì, amo Dio e amo il mio prossimo nei piccoli gesti quotidiani con lo sforzo di non giudicare, di sorridere a chi ci risulta difficile, di fare con amore cose ordinarie… ma aspiro anche ad essere amore per chi non ama, voglio amare anche al posto loro.

Amare non è adempiere un dovere che ci è stato imposto dai comandamenti, né andare dietro ai sentimenti del momento e poi svanisce, amore nostro dovrebbe essere una risposta, un ricambio all’amore che ci viene donato. Amo perché sono amato.

Quindi dobbiamo stare attenti a non cadere negli estremi cioè nello spiritualismo o nel puro filantropismo. Ricordarci che Dio è la fonte dell’amore e l’amore per il prossimo è il frutto e la verifica del primo.

Per comprendere meglio l’intreccio dei due amori, l’immagine più immediata è la Croce:

  • Il braccio verticale: rappresenta l’apertura a Dio, l’ascolto, la preghiera.
  • Il braccio orizzontale: rappresenta l’apertura ai fratelli, l’accoglienza, la solidarietà.

I due bracci si incrociano in un unico punto centrale: il cuore di Cristo. Togliere uno dei due bracci significa distruggere la Croce stessa, che è il segno massimo dell’amore.

Unica cosa di cui dovremo rendere conto non è la quantità delle buone opere fatte ma come dice S. Giovanni della Croce: alla sera della vita saremo giudicare sull’amore.

Sr. M. Viktoria di Gesù

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