Il Vangelo di questa domenica ci presenta Gesù che spiega ai suoi discepoli che deve soffrire, essere ucciso e che al terzo giorno risorgerà. Pietro però rifiuta queste parole e non riesce ad accettare che possano accadere queste cose a Gesù.
In fondo, possiamo capire bene Pietro. Anche noi facciamo fatica ad accettare la sofferenza, le difficoltà e tutto ciò che non va secondo i nostri programmi. Quando qualcosa ci fa paura, vorremmo che Dio intervenisse e cambiasse subito la situazione. Proprio perché nessun cuore accoglie volentieri il dolore: non ci si abitua mai veramente a soffrire o ad attraversare situazioni difficili, lutti, distacchi, fallimenti…
Dunque, noi vogliamo seguire Gesù, ma magari alle nostre condizioni, decidendo noi che cosa deve accadere e che cosa invece non deve accadere mai. Pietro rimprovera Gesù, esattamente come quando noi ce la prendiamo con il Signore.
Gesù risponde in modo molto forte, quasi per scuotere e svegliare il suo discepolo: «Va’ dietro a me, Satana!». Pietro sembra essersi messo davanti a Gesù e vuole indicargli la strada. E allora Gesù, da bravo Maestro, agisce in modo severo per ricordargli la propria identità: Pietro è il discepolo, non il maestro. È lui che deve seguire Gesù e non il contrario.
Pietro ragiona un po’ come ragioniamo noi: se una cosa fa male, va evitata; se costa fatica, meglio lasciar perdere. Ma la logica di Dio è diversa da quella del mondo: non ci promette una vita senza difficoltà, ma ci insegna che anche attraverso ciò che ci costa possiamo imparare ad amare e a donarci.
Quante volte anche noi vorremmo metterci davanti a Gesù, soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo. Desideriamo capire tutto, avere il controllo e sapere già dove Dio ci sta portando. Ma il discepolo è colui che si mette dietro al Maestro, si fida e cammina con Lui anche quando non comprende fino in fondo tutto.
Gesù poi dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
Prendere la propria croce non significa andare alla ricerca della sofferenza, quasi che soffrire abbia un valore in sé. Significa piuttosto imparare ad accogliere la realtà nella sua totalità: bella e brutta, facile e difficile, interessante e noiosa, piacevole e faticosa. Significa non scappare continuamente da ciò che ci costa, ma imparare ad attraversarlo con Gesù. «Anche quando costa», ripeteva Madre Teresa di Calcutta.
Spesso pensiamo di essere felici quando riusciamo a proteggerci, a ottenere ciò che vogliamo e a evitare tutto quello che ci infastidisce. Gesù, invece, oggi ci dice qualcosa di completamente diverso: la felicità vera si trova quando smettiamo di voler possedere la nostra vita a tutti i costi.
Forse a volte siamo troppo preoccupati di conservare ciò che siamo, ciò che abbiamo, le nostre sicurezze, il nostro tempo e le nostre energie. Gesù ci invita, invece, a imparare a condividere in modo sano e a donare qualcosa di noi agli altri, al mondo e alla Chiesa.
È una strada difficile, perché donarsi significa anche perdere qualcosa delle nostre comodità e delle nostre sicurezze. Ma è proprio su questa strada che possiamo scoprire che la nostra vita non è qualcosa da trattenere gelosamente, ma un dono da vivere e da donare.
«Qual vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» È una domanda che forse vale la pena portare dentro di noi. Possiamo anche avere tante cose, raggiungere i nostri obiettivi, proteggerci da tutto ciò che ci fa soffrire e cercare di costruirci una vita “comoda” secondo i nostri desideri. Ma se, nel farlo, perdiamo la capacità di amare, di donarci e di vivere per gli altri, che cosa abbiamo veramente guadagnato?
Forse seguire Gesù significa proprio questo: non cercare di proteggere “salvare” la nostra vita a tutti i costi, ma imparare a donarla. Perché è proprio quando la doniamo che, paradossalmente, possiamo davvero ritrovarla e vivere finalmente una vita in abbondanza.
suor Dina
Valentina T
Grazie per questo commento al Vangelo.
Imparare a donare la vita per, finalmente, viverla in abbondanza…