Chiara Corbella muore il 13 giugno 2012; il mattino dell’ultimo giorno, verso le otto del mattino, Enrico, suo marito, le chiede: «Amore mio, ma davvero il giogo del Signore è dolce?». Respirava e parlava a fatica, ma ha risposto chiaramente, sorridendo: «Sì, Enrico, molto dolce».
Il giogo è una struttura in legno utilizzata per unire una coppia di animali da tiro, come i buoi, permettendo loro di trainare aratri o carri. Mantenendoli uniti e orientati verso un’unica direzione, il giogo convoglia la loro forza in un lavoro comune: l’aratro può così tracciare i solchi nel terreno, preparandolo ad accogliere il seme.
Nel linguaggio comune è dunque immagine di sottomissione o dipendenza da un’autorità oppressiva.
Nell’Antico Testamento, e più esplicitamente nella tradizione ebraica, il giogo diventa anche simbolo della legge di Dio: la sua osservanza può apparire esigente e gravosa, ma guida l’uomo sulla via retta, educandolo attraverso una disciplina impegnativa ma orientata al bene.
Gesù rivela il senso più profondo della Legge, mostrando che essa trova il suo compimento nell’amore. Le sue esigenze non vengono meno, ma cessano di essere un peso vissuto come semplice osservanza esteriore: diventano la risposta libera a un rapporto personale con lui. Il centro non è più l’adempimento formale di norme o comportamenti, bensì la comunione con Cristo, dalla quale scaturisce un modo nuovo di vivere.
Per questo seguire Gesù significa accogliere un “giogo dolce”: un cammino che può essere anche esigente e attraversare prove e difficoltà, ma che è sostenuto da un legame d’amore capace di dare senso, forza e speranza a ogni passo. Il giogo di Cristo non è “leggero” perché la vita diventa facile, ma perché è condivisa con lui.
“Venite a me”: Egli ci chiama a sè, alla sua persona, dicendoci che nel rapporto con Lui troviamo riposo, sollievo, la pace che aneliamo nel profondo.
“Prendete il mio giogo sopra di voi”: ci invita a prendere il suo giogo come nostra scelta libera, che ci permette di camminare insieme legati dal legame del suo amore.
“imparate da me, che sono mite e umile di cuore”: qui Gesù parla com il Maestro, ci invita a entrare in un rapporto di fiducia con Lui, tale che ci permetta di imparare, di lasciarci da Lui formare. Ed Egli è maestro di quell’amore relazionale che lo lega al Padre nello Spirito Santo. Il suo cuore infatti è mite ed umile. La mitezza è una grande forza interiore che permette di rispondere a qualsiasi evento con bontà, nel segno della pace, con pazienza. L’umiltà è la qualità di chi sa dare il giusto valore a se stesso e agli altri: siamo Figli di Dio, questa è la nostra dignità, il nostro valore.
Gesù non offre anzitutto un insegnamento, ma sé stesso; il giogo è la relazione con Lui; da questa relazione nasce un modo nuovo di vivere, mite e umile.
Ma uno sguardo al cuore di Cristo ci è offerto anche dai primi versetti del Vangelo di oggi: è un cuore che effonde nella lode al Padre. Gesù pronuncia parole di benedizione per il dono che Dio ci fa della sua vita di comunione trinitaria. Noi, come “i piccoli”, possiamo ripetere in cuor nostro questa sola parola: Padre, papà, abbà. E porci dunque in una passività attiva, di ricezione del dono che Dio ci fa di sè, e della sua vita.
suor Marta del Verbo di Dio
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