Maggio 2024

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I Santi sono tali perchè sanno indicarci, come una freccia luminosa, l’essenziale della nostra vita. Il rapporto vitale che ci rigenera ad ogni respiro. Questa è l’adorazione perpetua, ogni ora del giorno e della notte. Una follia se ci si pensa, che dura tutt’ora. Eppure questo tempo di silenzio e di continuo esercizio d’amore è quello che feconda le nostre vite personali, e in modo nascosto, anche quella della stessa società in cui viviamo. L’adorazione è la preghiera più essenziale: è amore ricevuto e donato, è uno scambio di sguardi, intimo, profondo. L’Eucarestia che riceviamo nella S. Comunione, ci viene offerta all’adorazione, perchè possiamo sempre più entrare in contatto con la nostra realtà di intima unione con Dio: Egli ci unisce a sè, siamo suoi, e nulla può separarci dal suo amore.

Un giorno, trovandosi poco dopo l’imbocco di via della Scala in Firenze, Bettina vide del terreno disponibile là dove ora è via Bernardo Rucellai, e subito si domandò se non fosse stato quello il luogo scelto da Dio per il grande disegno: una casa per l’adorazione perpetua. Ella incontrò numerose difficoltà nell’iniziare l’adorazione perpetua, ma senza punto turbarsi, passò una notte intera in preghiere e il Signore la confortò con queste parole: “Ti sono mai mancato? E di che temi? L’anno scorso avevi per massima: Niente ti turbi. Quest’anno avrai: Dio solo basta!“.

L’11 gennaio 1902 l’Arcivescovo inaugurava nella Chiesa del Corpus Domini, l’Adorazione perpetua. 

Quella stessa sera la Madre scriveva alle sue figlie: “Quanto è buono Gesù con chi confida in Lui solo!“.

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La preghiera è il momento privilegiato in cui raccoglierci e porci nella luce di Dio. Questa luce illumina il nostro sguardo sulle cose, anche la sofferenza diviene luogo di incontro privilegiato con Colui che custodisce la nostra vita. Riconosciamo il dono di Dio nascosto in ogni evento, in ogni volto. Ci apriamo dunque ad accogliere l’amore di Dio che ci viene incontro in ogni istante, ad ogni respiro. Questa esperienza rasserena il nostro volto,  rilassa la tensione dei nostri tratti, li apre al sorriso. Sperimentiamo il sollievo di essere nelle mani di Dio. Anche il nostro corpo lo avverte. La nostra mente si fa più lucida. Il cuore trova pace. Diveniamo con la nostra presenza gioiosa e rasserenante, un attraente e contagioso annuncio di speranza per chi ci è vicino.

Non servire il Signore con sospiri. Con contentezza e con coraggio, mostra come sia vera la Parola del Signore: “Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero”…Abbi il sorriso sul tuo volto e guarda alla sofferenza in una luce più alta, allora essa diventa un dono di Dio per te e un motivo di contentezza. La felicità non è una virtù, ma l’effetto dell’amore.

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La preghiera di adorazione è molto essenziale e per questo a portata di tutti: sto in silenzio alla presenza di Colui che mi ama, ricambiandogli lo sguardo. Sembra tempo perso, vuoto. Eppure è il tempo più prezioso che ci possiamo concedere: sazia infatti un bisogno e un grido che viene dalla profondità dell’anima, che chiede di amare ed essere amata. Per questo S. Teresa di Gesù ci invita a non rinunciare mai al tempo della meditazione, anche quando ci dovesse sembrare sterile o arido. I frutti di questo esercizio d’amore germoglieranno in noi senza che ce ne accorgiamo. Bettina conosceva bene questa fonte inesauribile di vita e di amore, per questo non mancava di soffermarsi nell’adorazione ogni volta che le era possibile, e facendo questo, ci illumina una strada per il nostro cammino spirituale: la relazione quotidiana e vitale con il nostro Dio, il Dio con noi.

Bettina ascoltava tutti, e appena era possibile togliersi da quell’amoroso assedio, correva a prostrarsi davanti al Ss.mo Sacramento, senza darsi pensiero nè stanchezza, nè del cibo, nè del sonno, rimanendo là immobile, inabissata nell’adorazione del Sacramento. Allora appariva come trasformata e somigliava ad un angelo per l’intensità del suo ardore, della sua preghiera, del suo amore.

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Giungiamo, in questa lettura della biografia della Beata Teresa Maria della Croce, a toccare il cuore della sua spiritualità: il rapporto con l’Eucarestia, ovvero con la presenza viva di Gesù tra noi. Questo rapporto è il fondamento della sua vita e di tutta la sua attività. Qui ella può sentirsi finalmente libera di essere piccola, tanto piccola, ma nelle mani grandi di Dio, pienamente abbandonata alla sua paternità. Questa è la bellezza dell’umiltà: toccare con mano la propria fragilità e al contempo la propria più grande forza, ovvero il rapporto con Colui che ci ha creati e dunque garantisce per la nostra vita. Questo rapporto è quello che la rende madre, amante di un amore fecondo: è il primo effetto della preghiera. Il dialogo con Dio nell’intimità di se stessi apre sempre all’ascolto dell’altro nella sua realtà di bisogno, desiderio, ricerca, e ci invita a donare per questa umanità la nostra stessa vita, per amore.

 

Come tutte le anime sante, la Madre Teresa Maria aveva la convinzione vera e profonda del nulla della creatura davanti alla Santità di Dio e scopriva nell’Eucarestia la sorgente infinita, da cui la povertà spirituale attinge l’umore necessario ad ogni fecondità. Al contatto con l’Eucarestia il suo amore si alimentava; e sempre meglio ella si fortificava in quest’umiltà. 

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Niente vi è di più urgente che abbandonarsi del tutto a Dio, che mettersi totalmente nelle sue mani. Nel suo infinito ed incommensurabile amore… Egli vuole riempirci di se stesso, solo se noi desideriamo essere riempiti da Lui e non cerchiamo di chiudere i nostri cuori a Lui, riempiendoli di cose che non sono Lui. Se noi sapessimo svuotare i nostri cuori da ogni cosa, distaccarci da tutto ciò che non è Dio; allora si resterebbe stupiti davanti al lavoro che Dio opera in noi. Se l’uomo fosse profondamente penetrato da questa verità, allora si lascerebbe totalmente assorbire in Dio. 

(Tito Brandsma – Introduzione a Groenevald, Carmelicht)

Non hanno bisogno di grandi commenti queste parole di Tito Brandsma, ma di un’esperienza. Proviamo a metterci in silenzio, a raccoglierci, e a lasciare andare pensieri e sentimenti. Lasciamo le onde agitate delle preoccupazioni o dei conflitti esteriori o interiori, che stanno nella superficie, per inoltrarci nelle profondità della nostra interiorità, in quello spazio che il Signore riempie della sua presenza. Rimaniamo in questa profondità calma, e abbandoniamoci ad ogni respiro a Lui, che ci dona ad ogni respiro la vita. Questa è ora la nostra sola urgenza.

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Il termine vocazione – chiamata – può riferirsi a realtà di vita differenti: il matrimonio, la vita consacrata, la missione, l’impegno sociale o politico. In ascolto della voce di Dio che parla nei miei desideri più profondi e nella mia vita, posso sentire di voler sposare, ovvero unirmi e donare tutto me stesso/a,  una particolare persona, il Signore (e dunque tutte le persone che Egli mi affida), una particolare realtà. Si tratta di mettere le proprie radici e amare. Bettina è madre e maestra in particolare per chi desidera donare la sua vita a Dio nella vita consacrata, e parla non a caso di sponsalità: quel che ci unisce a Dio è l’amore, e donare a Lui e alla sua Chiesa la propria vita, lo si fa solo per amore. Ogni vocazione è dono e compito, ma è soprattutto quel che ci apre in questa vita ad amare e ad essere amati, per questo, appena ne prendiamo consapevolezza, diviene per noi fonte di grande gioia.

Per far apprezzare alle sue figlie la grazia della vocazione, le animava a “divenire vere imitatrici di Colui che ha dato la stessa vita per noi, e per giunta ci ha chiamate al sublime stato di spose”. “Se tu pensassi spesso – diceva ad una di esse – alle tante grazie che il Signore ti ha elargito avendoti prescelta nel numero delle sue intime spose, credo che i tuoi occhi spesso, come sono pieni di lacrime, li vedrei pieni di gioia”. Ad infervorarle nello spirito del Carmelo leggeva e commentava le opere di S. Teresa di Gesù e di S. Giovanni della Croce, che aveva sempre tra le mani e profondamente amava, sapendone a memoria gli squarci poetici.

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Padre Tito scrive questa poesia nel carcere di Scheveningen, nel 1942, avendo lo sguardo rivolto a Cristo in croce. Esprime l’accoglienza della sofferenza che la vita gli impone, come luogo per unirsi maggiormente a Dio. Nel nostro cammino di preghiera Egli ci indica un luogo molto fecondo per unirci a Cristo e vivere una pace profonda, ed è quello del dolore vissuto non da soli, ma uniti a Cristo, sicuri del suo amore per noi. Arriva a dire: Nel dolore mi sento felice. Sembra paradossale, ma evidentemente l’esperienza del dolore ci spoglia a tal punto che ci unisce all’essenziale. Quando in noi si fa il vuoto, ritroviamo Colui che è sempre presente, Colui che ci è vicino.
O Gesù, quando ti guardo
mi sento rivivere.
Ti voglio bene.
Anche tu mi vuoi bene,
come il tuo miglior amico.
 
La tua amicizia mi porta sofferenza.
Ma ogni sofferenza va bene per me.
Così rassomiglio a te:
verrò dove tu abiti.
 
Nel dolore mi sento felice.
Non lo chiamo più dolore
ma felice occasione 
di essere a te più unito.
 
Mi avvolgano il silenzio,
l’umido, il freddo.
Lasciatemi qui.
Nessuno mi visiti.
Non mi tormenta lo star solo.
 
Tu, infatti, Gesù, sei con me:
mai mi sei stato così vicino.
Resta con me,
qui, accanto a me, dolce Gesù.
La tua presenza mi è pace.
 
(p. Tito Brandsma, Poesia composta nel carcere di Scheveningen, 12-13.2.1942)
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La maternità si esprime nell’atto di dare la vita e custodirla. E’ così che una donna vive pienamente il dono di Dio che è in lei, nel momento in cui ama e genera la vita. Questo è vero per ogni donna. Per la moglie e madre, per la consacrata, per la donna impegnata nella propria professione lavorativa, per la donna anziana o per la donna che vive una grave malattia. Qualunque sia la forma concreta di vita a cui una donna è chiamata, la sostanza del suo donarsi resta. E questo dono di sè, che genera e custodisce la vita, ha molte forme: l’ascolto, il consiglio, il conforto, nonchè l’attenzione ai bisogni dell’altro, fino anche…al buon umore e al sorriso!!!

 

Donna di gran cuore, Bettina sapeva tutto soffrire e affrontare ogni sacrificio per ricondurre la calma nelle menti sconvolte, nelle anime agitate. Per tutte un consiglio, un aiuto, un conforto. “La cara madre si occupava di noi giorno e notte. L’ho veduta molte volte, allorchè ero educanda, entrare nei dormitori, avvicinarsi al letto di ciascuna per vedere se riposavamo e benedirci con l’acqua benedetta. Amava la santa giocondità e durante la ricreazione delle consorelle scherzava e amava cantare lodi sacre e canzoni”.

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La pace del cuore è un frutto dello Spirito Santo, è dunque un dono, che possiamo chiedere e ricercare nella preghiera. Quando rientriamo in noi stessi, infatti, scendiamo in una profondità dove tutto è calmo e silenzioso. In superficie ci possono essere tempeste o maremoti che ci turbano, ma che poi, lo sappiamo bene, passano. Nella profondità di noi stessi, abitata da Dio e ricolma di Spirito Santo, possiamo fare esperienza di un abbandono fiducioso a Dio che ha cura della nostra vita. Questo è il punto di partenza giusto per guardare alle cose e per discernere gli eventi della nostra quotidianità: a partire da questo centro, che è il nostro rapporto con Dio.

Nel cuore delle figlie della Bettina doveva regnare sempre la tranquillità; esse dovevano servire il Signore in letizia. “E’ nella pace che il Signore è solito manifestare ciò che Egli vuole dalle sue dilette. Spero che farete di tutto per non perderla. Nella calma si vedono meglio le cose, mentre con lo spirito turbato i bruscoli sembrano travi”. “Raccomando di stare allegre nel Signore, perchè così potremo con più facilità giungere alla perfezione alla quale il Signore ci ha chiamate. Lo scontento è l’arte che tiene il demonio. Quando non potete fare altro per amore di Dio, fate un salto”. 

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