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“La Fraternità (concreta, fatta di volti e storie precise) è un fardello, è un’esperienza molto scarnificante ma Benedetta” (Suor Maria Cristina, monaca clarissa)

“Alla Santità, cioè nel cammino della vita, nel cammino di fede si arriva e si viaggia solo insieme” (Suor Fulvia, monaca agostiniana)

Queste sono alcune delle frasi che mi hanno colpito maggiormente del Pellegrinaggio che ho avuto la grazia di vivere insieme ad altri giovani carmelitani dal 16 al 22 agosto.

È stato un viaggio a tappe in cui abbiamo avuto modo di incontrare e avvicinarci alla figura di diversi Santi e di entrare nelle loro storie e nella loro umanità.

Da La Verna a Roma passando per Assisi, Foligno e Cascia. Da San Francesco d’Assisi a Sant’Agostino incontrando Santa Chiara, Sant’Angela da Foligno, Santa Rita da Cascia, San Filippo Neri, Santa Teresa d’Avila.

Di queste tappe, di questi incontri mi sono rimaste impresse due esperienze in particolare: la testimonianza ascoltata a Foligno di Suor Maria Cristiana, monaca di clausura clarissa, e la testimonianza a Roma di Suor Fulvia, anch’ella monaca di clausura ma Agostiniana. Entrambe, seppur in maniera diversa hanno parlato – a partire dalla spiritualità di Santa Chiara e di Sant’Agostino – della fraternità e dell’amicizia come cammino di santificazione.

Suor Maria Cristiana ha detto una cosa che mi ha scosso particolarmente: la fraternità può essere percepita come un fardello pesante, come un’esperienza scarnificante. Ma è anche, e forse soprattutto, una benedizione. Perché è proprio grazie ad essa, grazie all’altro, che posso diventare pienamente me stessa. Ed è per questo che l’altro è un dono di Dio.

Suor Fulvia invece ha detto un’altra cosa che mi ha fatto riflettere molto: solo insieme si può viaggiare nel cammino della vita, nel cammino di fede per arrivare alla santità. In questo viaggio è importante riconoscere il limite non come ostacolo, come impedimento alla nostra libertà, ma come una benedizione perché, come dice suor Fulvia, una vita senza argini diventa un acquitrino, una palude. Motivo per cui è solo insieme che si arriva alla Santità, perché quel limite, che ci impedisce di finire male e di far finire male con noi chi ci sta accanto, viene messo dall’altro.

Ed è proprio vero… L’altro è veramente un dono, la fraternità è un dono, anche se a volte non lo capisco subito.

Ho bisogno che questo mi scarnifichi, che mi metta alla prova, che tolga via da me tutto ciò che in profondità non è verità: il bisogno di sentirmi all’altezza, di essere più brava, di apparire sempre al meglio, il bisogno di controllo, di certezze.

Ho bisogno dell’altro che mi spinga a uscire da me stessa, dalle mie comfort zone, dai miei porti sicuri, che mi porti a disobbedire alle mie paure — nonostante l’istinto di fuggire, di rinchiudermi — per andargli incontro, per amare veramente. Ho bisogno dell’altro, della fraternità come esperienza concreta, per morire a me stessa.

Tutto questo è molto faticoso, perché vuol dire morire all’egoismo, all’orgoglio, alla superbia, al proprio io; vuol dire guardarsi con umiltà per quello che si è, con misericordia, e guardare così anche gli altri.

Ma anche se costa davvero tanto, ne vale veramente la pena, perché solo così possiamo aprirci completamente all’amore di Dio e solo così possiamo amare veramente, diventare santi.

Cosa fondamentale è che tutto questo non lo possiamo fare da soli, basandoci solo sulle nostre forze: bisogna prima accogliere la grazia di Dio, lasciarci amare in primis da Lui, nutrirci di questo amore per poi viverlo fino in fondo, per poi amare gli altri.

La santità, infatti, non si basa sulla perfezione, sul non cadere mai, sul non sbagliare mai, ma sul riconoscere di essere figli fragili, imperfetti, ma profondamente amati da un Padre — e su questa fiducia, su questo amore, ripartire sempre, lasciarci rialzare da Lui. La santità è un cammino: accogliere con umiltà la nostra umanità, le nostre cadute e le nostre risalite; è un percorso dinamico in cui non ci resta che ricominciare, riprovare sempre ad amare partendo dal Suo amore.

Quindi la santità, come dice Suor Maria Cristiana, non si basa su una prova di muscoli, ma è un dono di Dio da saper accogliere.

Elisabetta Santamaura (Bettina)

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Dal 16 al 22 agosto ho avuto la grazia di vivere un pellegrinaggio che è stato molto più di una semplice settimana lontana da casa.
È stato un cammino di preghiera, catechesi, testimonianze, incontri, fatica e condivisione, che poco alla volta è diventato un cammino dentro di me. Sono partita da sola, senza conoscere nessuno e senza sapere cosa avrei trovato.
Proprio questo mi ha insegnato ad affidarmi a Dio, a uscire dalle mie sicurezze e a lasciarmi sorprendere dalle persone che avrei incontrato. Quelle che all’inizio erano sconosciute sono diventate compagni di cammino, con cui condividere preghiere, risate, pensieri e momenti di fatica.
Ho capito ancora una volta che santi non si diventa da soli.
Un dono particolare sono state anche le catechesi e le testimonianze di persone, capaci attraverso le loro parole e le loro esperienze di farmi riflettere e guardare la mia vita con occhi nuovi.
Durante la settimana abbiamo incontrato le vite di San Francesco, Santa Chiara, Sant’Angela, Santa Teresa e Santa Rita.
Cinque storie diverse, ma una stessa direzione: Dio.
Da San Francesco mi porto la libertà di lasciare andare ciò che mi appesantisce per scegliere Dio con tutto il cuore.
Da Santa Chiara mi porto la bellezza della semplicità, della fedeltà e delle piccole cose vissute con amore.
Da Sant’Angela mi porto la speranza che anche dalle ferite e dalle sofferenze possa nascere una nuova vita, se affidata a Dio.
Da Santa Teresa mi porto l’importanza del silenzio e della preghiera, per imparare a guardare la mia vita con gli occhi di Dio.
Da Santa Rita mi porto la certezza che non bisogna mai smettere di sperare, perché anche un legno secco, nelle mani di Dio, può tornare a fiorire.
Proprio questa immagine del legno secco mi ha colpita profondamente.
Mi ha fatto pensare a tutte quelle situazioni che nella nostra vita consideriamo ormai perdute:
una relazione da ricucire,
un’amicizia da ritrovare,
una ferita da affidare,
una paura da lasciare andare o un sogno che abbiamo smesso di coltivare.
Noi possiamo vedere soltanto un legno ormai morto, mentre Dio vede ancora ciò che può nascere. Forse non vedremo subito il fiore, ma possiamo continuare ad annaffiare con fiducia, lasciando a Dio la possibilità di far rifiorire ciò che pensavamo ormai perduto.
Da tutto questo ho compreso che la santità non è perfezione.
Non significa non avere paure, dubbi o fragilità, ma scegliere Dio ogni giorno, anche quando non comprendiamo ciò che accade, cadendo e trovando la forza di rialzarci.
Sono tornata a casa con uno zaino pieno di volti, sorrisi, parole, preghiere, emozioni e tanta gratitudine. Ma soprattutto con il desiderio che il pellegrinaggio non rimanga soltanto un ricordo.
Il vero cammino comincia ora, nella quotidianità: continuare a fidarmi, a sperare e a scegliere Dio ogni giorno.Tra le parole ascoltate durante questa settimana, una continua a risuonare nel cuore:
«Siate felici». ❤️
Non perché la vita sarà sempre facile, ma perché Dio c’è, anche nella fatica e nell’incertezza, e non siamo soli.
Santi si diventa un passo alla volta, una scelta alla volta, attraverso le cadute, le ripartenze e le persone che Dio mette sulla nostra strada.
Sono partita da sola, ma non sono mai stata davvero sola.
Il pellegrinaggio è finito, ma il cammino continua.

Noemi Dainese

 

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Santi si diventa

I sorrisi, gli abbracci, le confidenze, le testimonianze, le riflessioni, i giochi, la preghiera, i volti. Sono a casa ormai da quattro giorni, ma i miei pensieri non fanno che tornare all’esperienza appena conclusa.

Un pellegrinaggio dal 16 al 22 agosto in centro Italia, di cui ho visto la locandina un giorno, quasi per caso. Ma la proposta esplicita di una mia amica e di un membro dell’equipe non mi hanno impedito di iscrivermi dopo il termine ultimo, tanta era la mia titubanza nel partecipare all’esperienza. Si trattava infatti di un gruppo, quello dei giovani del Carmelo di Treviso, che non conoscevo, e, considerata la mia timidezza e riservatezza, temevo di non riuscire ad integrarmi e a vivermi bene il tempo in compagnia. In quanto diciannovenne, poi, mi sarei trovata tra le due più giovani in un gruppo che includeva persone fino ai trentacinque anni. Più forte, però, è stata la percezione che questo pellegrinaggio avrebbe potuto portare qualcosa di buono nella mia vita, e sono davvero grata di essermi alla fine iscritta, perché così è stato.

A discapito delle mie aspettative, ciò che mi porto più nel cuore dell’esperienza vissuta è proprio il gruppo con cui l’ho condivisa. Fin dal primo giorno sono rimasta profondamente colpita dall’atmosfera che si respirava: un’aria di famiglia, di calda accoglienza, di leggerezza, di affetto, di attenzione, di cura da parte di chi era più grande di me. Questo mi ha permesso di sentirmi libera come non mai di essere me stessa, di aprirmi, di parlare con ognuno dei miei compagni di viaggio, di ascoltarli, di accogliere le loro battute e di custodire le loro difficoltà. Ognuno con la propria sensibilità, con la propria storia, col proprio carattere e le proprie ferite, a comporre un’unica armonia. Sorelle e fratelli. La differenza di età, che temevo di percepire negativamente, si è rivelata una ricchezza; le condivisioni, momenti per creare legami profondi.

È stato un viaggio organizzato in maniera capillare da un’equipe che non ha fatto trapelare gli inevitabili imprevisti e cambi di programma, guidandoci, nelle numerose tappe, in un percorso che ci ha fatto conoscere più da vicino la santità. A La Verna, Assisi e Foligno abbiamo incontrato San Francesco, nella sua povertà, Santa Chiara e Sant’Angela; a Cascia abbiamo conosciuto Santa Rita, nella sua obbedienza; a Roma abbiamo affrontato il tema della castità, avvicinandoci alle figure di San Filippo Neri, Sant’Agostino e Santa Teresa. Preziose vie di accesso ai loro messaggi e insegnamenti sono state le catechesi e le testimonianze dei consacrati che ci hanno accompagnati durante tutto il pellegrinaggio e di quelli che abbiamo incontrato nelle città visitate.

A colpirmi nel profondo è stata soprattutto la testimonianza di due monache clarisse di clausura a Foligno: mi sono ritrovata a commuovermi e a sorridere ininterrottamente nel corso del dialogo che hanno instaurato con noi, per la gioia piena che hanno saputo incarnare e trasmettere. Le loro sono state parole leggere, ma allo stesso dense di fede, amore e santità. Ci hanno portato a riflettere sulla figura di Santa Chiara, sull’esperienza della fede, sulla gestione dei nostri limiti come spazi fecondi e sulla felicità, oltre a raccontarci della loro scelta ed esperienza di vita. A lasciarmi e a lasciarci senza parole è stata soprattutto la risposta che ci hanno dato quando abbiamo chiesto cosa potessimo fare per loro: “Essere felici”. È stato come vedere l’amore di Dio raggiungerci attraverso i loro occhi.

Nel nostro percorso, poi, abbiamo riscoperto la santità come qualcosa di molto più concreto e accessibile di quanto immaginavamo. Abbiamo compreso quanto i santi siano state persone estremamente umane, fragili, lontane dalla nostra idea di perfezione, e quindi simili a noi. In particolare, mi è rimasta impressa la storia di Santa Teresa, che ha vissuto per quindici anni con una fede “mediocre”. Incarnando l’amore e il messaggio di

Dio, affidandosi a Lui e rispondendo alla Sua chiamata, pur nei nostri limiti, potremo anche noi diventare santi.

Ora sono tornata a casa, ma non sono la stessa persona che ha preparato le valigie prima della partenza. Mi anima una diversa consapevolezza, un diverso rapporto col Signore, una diversa percezione di me e di chi mi sta attorno. Porto con me una fiamma che non vedo l’ora di riuscire ad alimentare ed accrescere, a partire dalla vita di tutti i giorni. Un Amore che non avevo mai vissuto così forte, e che mi si è manifestato in particolar modo attraverso le persone con cui ho camminato in questi giorni, nei loro sguardi, nelle loro parole, nei loro abbracci. Tornati a Treviso, i saluti, vissuti con l’amaro in bocca, sono stati testimonianza evidente dell’opera dello Spirito Santo nel nostro gruppo, che ha saputo intessere legami indissolubili tra le anime, facendoci vivere in gioia e fraternità.

 

Letizia Marton

 

 

 

 

 

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Suor Anna, da dove vieni e dove sei cresciuta?

Sono cresciuta in Slovacchia, in una famiglia cattolica. Ho avuto un percorso tradizionale: battesimo pochi giorni dopo la nascita e poi, via via, gli altri sacramenti. Mi aiutò molto il fatto che, dopo la maturità, sia andata a studiare a Praga e abbia potuto scoprire che la Chiesa può funzionare molto bene anche come “minoranza” ed elemento marginale della società, e che al suo interno si può respirare liberamente. Allo stesso tempo ho avuto la possibilità di lasciare che la mia fede infantile si trasformasse in qualcosa di nuovo e di capire che la mia vita spirituale è una questione di mia personale responsabilità. Tuttavia, me ne rendo conto solo a posteriori: in quel periodo la fede non era per me così importante, mi godevo gli studi, gli amici e la libertà rispetto al mio ambiente d’origine.

Dove hai messo radici a Praga, tanto che la Chiesa ti è sembrata il luogo a cui voler legare la tua vita, in tutto e per tutto?

Ho cercato il mio posto nella vita piuttosto a lungo: prima in una relazione durata diversi anni e poi viaggiando. Forse suonerà un po’ come un cliché, ma in Africa, dove per alcuni mesi ho fatto volontariato presso le suore di Madre Teresa, ho capito che la vita riguarda qualcosa di diverso dal garantirsi il benessere materiale. Ho sentito finalmente che qualcosa si muoveva non solo all’esterno, ma anche dentro di me, e che questo aveva a che fare con la mia vocazione. Detto semplicemente, mi sono innamorata di Dio. Dopo il ritorno a Praga ho iniziato a cercare più intensamente luoghi in cui poter coltivare questa relazione e sono giunta così a conoscere le suore carmelitane di S. Teresa di Firenze e a partecipare agli esercizi spirituali che organizzavano. E così il mio cammino è proseguito. Mi sono appassionata alla preghiera contemplativa, ho trovato una guida spirituale e ho iniziato a frequentare il Carmelo di Praga. Le mie radici le ho poste, più che su un luogo concreto, su una domanda: come vivere la mia vita in pienezza. Ho capito che dovevo intraprendere un cammino verso il mio mondo interiore, aprire una porta dopo l’altra e accogliere tutto ciò che vi avrei trovato. Oltre a molte cose belle e gioiose, ho scoperto in me anche dei ripostigli piuttosto ingombranti, con cui a prima vista non si può fare molto. Eppure, continuo l’esplorazione, perché sento che tutto ha un senso e che Dio mi dice: sì, vai avanti, sono con te.

Associamo la scelta religiosa a una risposta definitiva, per cui la persona “non cercherà più nient’altro”. In che senso un consacrato può continuare a “cercare” anche dopo i voti perpetui?

Questo te lo dirò tra qualche anno, se Dio vorrà (sono infatti ancora una suora di voti temporanei, che rinnovo di anno in anno). Ma fin d’ora penso che la ricerca è una questione che dura tutta la vita. La ricerca di Dio è poi molto particolare: ti sembra di averlo quasi “raggiunto” e poi scopri che si è “spostato” un po’ più in là e che il paesaggio verso cui cammini è di nuovo diverso e attraente. In altre parole: una nuova sfida ogni giorno, su misura.

Il Carmelo è un luogo in cui ci si può sentire a casa.  Ma non è detto che per questo ci si debba fare carmelitane! Ti sei mai chiesta quale fosse la strada giusta e, se la vita religiosa, in quale forma?

Non è stato un gesto avventato: ho fatto un discernimento sulla mia vocazione per diversi anni. All’inizio avevo alcuni criteri; per esempio, sapevo che non sarei stata capace di pregare otto ore al giorno (a meno che non si trattasse degli esercizi spirituali) e che il lavoro mi aiuta a uscire da me stessa e a non chiudermi in un circolo vizioso. Sapevo anche di voler vivere in una comunità “normale”, cioè con i piedi ben piantati per terra ma allo stesso tempo con una certa spinta in avanti, in modo da potermi permettere una crescita sana. E tenevo conto anche dei consigli della mia guida spirituale, che mi ha aiutata a trovare il ritmo giusto: a non affrettare le cose, ma allo stesso tempo a compiere altri piccoli o grandi passi. Osservavo le mie reazioni, esploravo il terreno davanti a me e intuivo che la direzione era quella giusta, perché nel profondo di me stessa sentivo pace.

In questa scelta, che cosa si è rivelato più facile di quanto ti aspettassi e che cosa invece è stato faticoso? C’è qualcosa di specifico della vita religiosa? O è semplicemente una vita normale in una casa condivisa con altre persone e con Dio?

Sì, che cammino sarebbe se non fosse faticoso! Ma è bello! Ho provato un gran sollievo quando ho scoperto (e verificato) che nessuno vuole trasformarmi in una pecorella che debba comportarsi come tutte le altre. Era una paura stereotipata dell’uniformità e della perdita dell’identità. E ciò che per me è davvero faticoso? Il lavoro su me stessa. Una fatica che dura tutta la vita. Inoltre, già solo il fatto che io sia cresciuta con due fratelli maggiori con cui andavo a vedere le partite di calcio e l’hockey, e che poi mi sia ritrovata all’improvviso in un gruppo tutto femminile, con caratteri e interessi diversi, per di più di culture differenti, è stato un grosso elemento di novità! Ma funziona perché condividiamo lo stesso desiderio radicale. Sì, questo potrebbe essere uno degli aspetti specifici della vita religiosa: mettere radici e crescere dentro la vita di Dio.

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“Sono grata di aver condiviso con voi quest’esperienza, mi sono sentita nel posto giusto al momento giusto. Senza ognuno di voi non sarebbe stato lo stesso. Grazie!”.

Quest’emozionante condivisione ce la lascia una ragazza che vuole ringraziare per la sua esperienza di pellegrinaggio.

Noi gruppo di giovani desiderosi di un’incontro con il vero volto della speranza, ci siamo messi in cammino verso Roma per vivere in compagnia un’importante esperienza. Siamo in dieci ragazzi e ragazze con età differenti, che affida il proprio percorso a delle guide spirituali e ad alcuni educatori, decidiamo di lasciarci sorprendere della vita stessa.

Ai colori caldi dell’alba estiva, il 27 Luglio 2025, inizia la nostra avventura!

Dopo qualche ora di viaggio in auto arriviamo a Firenze, prima tappa di questo pellegrinaggio, dove ci attendevano le Suore Carmelitane di Firenze. Le sorelle ci accolgono con grande entusiasmo, e preparano per noi diversi momenti di attività. Tra catechesi, momenti di preghiera, canti, testimonianze, chiacchierate, visite verso nuovi luoghi come la Cattedrale di Santa Maria del Fiore o la visita ai Frati carmelitani ad Arcetri: scopriamo l’intreccio fra arte e fede. Assaporando i momenti di catechesi, ed ascoltando la voce del cuore cominciamo a scoprire l’identità della speranza: ascoltandone il rumore, toccandone l’essenza, guardando il suo viso per scegliere di seguirla! Impariamo che la speranza ha a che fare con l’alzarsi, mettersi in movimento, decidere di seguire qualcuno di cui fidarsi ciecamente perché la speranza è fatta di grandi orizzonti. La speranza è salvare l’essenziale, salvare ciò che porta frutto e amore nella propria vita ed in quella altrui. Con questi preziosissimi insegnamenti, tra sorrisi e abbracci salutiamo con tanta gratitudine le sorelle che ci hanno ospitati con molta gioia.

Riprendiamo il nostro cammino sotto il sole cuocente toscano che con sudore e fatica ci porta ad Assisi, seconda tappa della nostra avventura. Come prima fermata, il maestoso Eremo delle Carceri crea attorno a noi un clima di silenzio e preghiera. Un luogo perfetto per ascoltare le parole di Padre Piero e Suor Dina, guide spirituali del nostro cammino, lasciando che ci entrino in profondità. Il silenzio ci consente di sentire molte più cose, ci aiuta a spogliarci di tante maschere, ci mostra le vie della verità perché seguire la speranza implica una scelta, e per scegliere dobbiamo rinunciare a qualcosa.

Girovagando per le strade del borgo, ripercorrendo i passi di San Francesco e di Santa Chiara riusciamo a fare conoscenza delle vite di questi santi, guardando alla sanità come un qualcosa che lascia un segno attraverso grandi opere, tipo la riparazione di vecchie chiese in rovina, ma soprattuto con gesti semplici ed umili. Le piazze di Assisi ci regalano dei momenti di spensieratezza, tra canti e balli allegri, in compagnia di altri giovani di differenti culture. Ma ci regala anche, grandi esempi di fraternità, come il rapporto tra Francesco e Chiara che non è un’amicizia basata sul “io” dipendente da “te”, o di un “te” bisognoso di “me”: ma di un’io e te a Dio! Un’amicizia in cui ci si aiuta a vicenda soprattuto nell’errore, perché solo assieme si può concorrere alla santità. Una santità che non aspetta il futuro, non aspetta d’essere compiuta in grandi cose, non aspetta il domani o la perfezione.

La santità chiama al presente, ognuno con la propria vita come luogo perfetto per incontrare Cristo.

Nei momenti di condivisione in gruppo, e nei momenti di vita comunitaria ordinaria abbiamo l’opportunità di sperimentare in prima persona la relazione di fraternità, riconoscendo il significato reale dell’essere Chiesa, del diventare un’unico corpo. Si creano dei legami autentici tra noi, che ci portano ad un’arricchimento interiore e spirituale, un po’ come il rapporto tra S. Francesco e S. Chiara.

La mattina del 31 Luglio cominciamo con la celebrazione della Santa Messa adornata da canti meravigliosi, e poi con un’abbonante colazione con caffè latte e cornetto riprendiamo il nostro viaggio. Con sosta pranzo in riva al lago Trasimeno finalmente arriviamo alla nostra meta: Roma.

Nuovamente ad accoglierci ci aspettano le Suore Carmelitane di Roma che ci lasciano spazio e tempo per vivere con leggerezza la grande capitale italiana. Dopo un pranzo veloce in gruppo, ci dirigiamo a Piazza San Pietro per goderci il primo evento del Giubileo dei Giovani: Tu sei Pietro, tenuto dal cardinale Matteo Maria Zuppi. L’entusiasmo è alla stelle, questo evento indica l’inizio del Giubileo per i giovani. La nostra carica e la nostra energia, assieme a quella degli altri pellegrini, si sparge per tutta la città romana. Ascoltiamo differenti testimonianze di vita basate sulla speranza, di persone piene di fede e di carità verso il prossimo, e poi balliamo e cantiamo a squarciagola, sorridendo e ridendo, per lodare il nome di Gesù. Verso sera il cardinal Zuppi sale sul palco, davanti all’altare per pronunciare assieme a cento mila giovani italiani il Confessio.

“Io sono perché Tu sei! Siamo noi stessi quando ci pensiamo per gli altri” C. Zuppi

I giorni a seguire sono una preparazione fondamentale al momento della veglia con Papa Leone XVI, e vivere ogni momento in comunione con altri amici per noi ragazzi è un dono immenso. Camminando per il centro storico di Roma ci fermiamo difronte alla Basilica di San Paolo, attraversiamo la Porta Santa uno accanto all’altro come se fossimo una famiglia. È un momento molto forte quello che viviamo quel giorno, quando ognuno di noi si mette a confronto con le proprie debolezze, con le proprie fragilità, le mancanze d’amore, gli sbagli, i difetti, i peccati. Comprendiamo d’essere amati oltretutto il disprezzo provato per se stessi, d’essere amati nelle proprie difficoltà e nei vuoti. Capiamo che essere soli nel cammino della vita è solo un’illusione, la verità è fatta di fraternità.

A seguire nel pomeriggio, la catechesi tenuta da Don Fabio Rosini colpisce i nostri cuori, quando lui parla dello sguardo di Dio su ogni essere umano, dell’importanza del battesimo in quanto costituisce l’essere figlio di Dio e l’inizio di una vita nuova, una vita vera. Ci racconta del suo incontro personale con Cristo, ch’esso l’ha portato ad incontrare la sua vera e propria identità.

Le parole di Fabio entrano nei nostri cuori e nei cuori di chi lo ascolta, illumina gli occhi ed apre una porta verso la luce eterna.

“Quando scopri chi sei per Gesù Cristo, varchi la soglia del disprezzo per te stesso. Gesù ti ha chiamato perché ti vuole in paradiso, ti vuole in paradiso perché senza di te non sarebbe lo stesso. Lui ti ha creato perché il mondo non sarebbe lo stesso senza di te. I figli di Dio sono pezzetti di cielo sulla terra!” Don F. Rosini

Con lo spirito pieno di nuova consapevolezza decidiamo di vivere assieme un momento di divertimento, ceniamo in una piccola trattoria del posto per festeggiare tutti assieme il compleanno di una nostra amica.

2 Agosto 2025 il grande giorno è alle porte, non c’è più niente d’aspettare. Tra le fermate delle metro, per i vicoli della città, nei parchi romani, in mezzo alle piazze e fra le strade solitamente trafficate: più di un milione di giovani provenienti da tutto il mondo si muove! Tutti camminiamo sotto il sole rovente, con sudore e fatica, ma con il sorriso sul viso per raggiungere Tor Vergata, luogo dove il Papa vuole accoglierci per testimoniare la speranza ed incoraggiare all’evangelizzazione.

Noi ragazzi guidati da P. Piero e S. Dina troviamo un punto perfetto per accamparci durante quest’importante evento, le ultime ore d’attesa sotto il caldo atroce sembrano infinite ma la stanchezza viene sostituita da belle canzoni e da incontri inaspettati con altri pellegrini. Sul palco salgono i The Sun e i Reali, che scaldano l’energia nell’aria e il clima inizia a scaldarsi rallegrando e ravvivando la situazione. Differenti cantanti e musicisti, ballerini e artisti si esibiscono sul palco fino all’arrivo del Papa.

Ed ecco! Finalmente Papa Leone atterra con l’elicottero, passa con l’auto per salutare i giovani che corrono, saltano, si agitano e si esaltano al suo arrivo. Vedere la folla di giovani muoversi verso l’incontro con Dio, sentirsi parte ed essere parte di questo movimento così grande che significa divenire Chiesa, per noi è un’emozione immensa. Il sole cala, regalando un’atmosfera colorata, romantica, così puramente bella che apre le porte per la veglia. Papa Leone risponde ad alcune domande dei giovani del Giubileo, dando a tutti noi presenti prospettive nuove e positive della vita, dei sogni, del valore dell’amicizia, dell’amore autentico. Dopo s’inginocchia davanti al Santissimo, di conseguenza ogni ragazzo e ragazza presente si prostra davanti al tanto atteso incontro con Gesù.

Pregare assieme a tanti altri ragazzi, divenire un’unico corpo nonostante le diverse culture o provenienze, realizzare di non essere mai stati soli nella fede, lodare il Signore con gioia ed in comunione con l’altro, udire le parole del Papa ed essere in preghiera anche con lui: nutre la nostra anima, apre i nostri cuori all’incontro con Cristo attraverso il rapporto con l’altro, accresce la nostra mente e disseta i nostri bisogni. Papa Leone, concluso il momento di silenzio, decide di dare la buonanotte ad ognuno ricordandoci che siamo venuti al mondo per amare, che siamo stati scelti! La nottata finisce con qualche altro canto e ballo, con tanti sorrisi, dialoghi sinceri, abbracci e anche con qualche lacrima di gioia.

La mattina seguente tutti i giovani si svegliano e Papa Leone accorre a Tor Vergata molto presto, per salutare al meglio tutti i giovani presenti e per prepararsi alla celebrazione della Santa Messa. Ultimo importante evento di questo Giubileo dei giovani, e partecipare ad una Messa svolta dal Papa, ascoltare l’imponente coro cantare in latino, poter sentire una predica del Santo Padre: risveglia gli animi.

Una volta finita la celebrazione, Papa Leone ci saluta con delle parole commuoventi che rimarranno sempre impresse in ogni cuore.

“Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle cose di lassù per renderci conto che tutto ha senso. Tra le realtà del mondo solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità. Facendo crescere in noi sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di perdono, di pace come quelli di Cristo. Aspirate a cose grandi, alla Santità ovunque siate. Non accontentatevi di meno, e allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo.” Papa Leone XVI

Il rientro a casa porta con sé sempre un po’ di malinconia, quella lieve tristezza che ci rende grati per ogni cosa vissuta, ma che lascia scendere qualche lacrima sul volto perché sembra un’avventura ormai terminata. Anche se, in verità la vera avventura comincia proprio da qui: questo è solo il nostro inizio!

Noi giovani pellegrini abbiamo incontrato il vero volto della speranza: Gesù! Ci siamo fidati, lasciandoci sorprendere per imparare ad accogliere, lasciandoci guardare per imparare ad osservare, lasciandoci toccare per imparare a donarsi all’altro, lasciandoci perdonare per imparare a perdonare, lasciandoci amare per imparare ad amare.

Questa è la gioventù del Papa, questo è il vero volto della Chiesa cattolica, questa è l’esperienza di noi giovani oggi quando desideriamo essere ascoltati e accolti, questa è la voce di chi vuole diffondere la luce, questa è la fede, questo è il significato autentico di essere fraternità, questo è l’amore che parla per mezzo di Gesù, questa è speranza!

Maria Candiotto

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Eccomi dopo la professione perpetua,  condivido con voi il salmo responsoriale della mia vita; aiutatemi a lodare il Signore per tutti i suoi benefici, per crescere nel suo amore, e rinvigorirci nei momenti difficili

Alleluia, lodate il Signore perché è buono,

perché eterna è la sua misericordia.

Lodate il Signore dei signori,

perché eterna è la sua misericordia.

Egli solo ha compiuto meraviglie usando ogni momento di buio per una nuova alba,

perché eterna è la sua misericordia.

Ha creato il mondo con arte e sapienza,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha formato nel seno di mia madre, ed è stato l’amico della mia infanzia e la sete della mia adolescenza,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha liberato da tanti mali, e soprattutto dai mali più grandi: “la disperazione” e “il credere di potermi salvare da me stessa” ,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha dato una famiglia e degli amici, poveri ma ricchi di Lui,

perché eterna è la sua misericordia.

Ha abitato le mie gioie e le mie sofferenze,

perché eterna è la sua misericordia.

E quando tutto si è aperto davanti a me (specializzazione, lavoro, amore, relazioni…), mi sono accorta che non vivevo veramente in quello che mi sembrava bello, buono e appagante,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha fatto iniziare un cammino serio di ricerca vocazionale,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha accompagnato silenziosamente con la Sua Parola e il Suo Pane Eucaristico, attraverso le persone e gli eventi,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha dato forza per lasciare tutto ed entrare in convento,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi ha accompagnato con pazienza lungo il cammino di formazione in Italia e nel Libano,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi chiama a vivere da contemplativa, attenta a Lui e con i piedi per terra, in mezzo al mondo,  in unione con le mie sorelle,

perché eterna è la sua misericordia.

Mi chiama a vivere da sposa, madre e sorella come e con Maria,

perché eterna è la sua misericordia.

Essere suora carmelitana missionaria, è un cammino di gioia, per essere tutta di Dio, tutta al servizio della Chiesa e dell’umanità,  tutta realizzata come donna, umana, debole, ma forte in Colui che le dà forza.

Per questo lodate con me il Dio del cielo, che abita nel più profondo dei nostri cuori,

perché eterna è la sua misericordia!

Suor Maria della Resurrezione

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Questa notte è stata luce che illumina i cuori, solamente grazie alla Sua presenza viva tra noi! Perciò rendiamo grazie al Signore perché senza il suo amore questa notte sarebbe rimasta scura. Ed ognuno di noi oggi si è accampato al suo fianco. Restiamo saldi nella nostra fede ed ogni notte sarà notte di luce!

Questo ci annuncia uno dei ragazzi che ha partecipato all’intera celebrazione del 15 Marzo, condividendo con noi un’emozione molto forte.

Si è all’altare che t’incontro, sono pronto, portami lì. Qui all’altare io mio offro ad ogni costo, accettami. – Davide Lecce

Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia. Lc 9,28b-36

Sabato 15 Marzo un gruppo di giovani ha dedicato diverse ore della sera alla preghiera, più precisamente con adorazione al Santissimo e Santa Messa. Nella chiesa del Convento delle Suore Carmelitane all’Istituto Zanotti di Treviso dalle 20.00 alle 24.00, alcuni ragazzi del gruppo giovani Carmelo TV hanno deciso di vivere una notte di preghiera, in comunione con il Signore ed in compagnia di altri ragazzi e ragazze. Le Suore ed i Padri Carmelitani hanno messo a disposizione spazio, tempo ed energie aprendo le porte della chiesa e del loro cuore per accogliere i giovani. Tra preghiera, catechesi e tanti canti hanno illuminato i cuori di alcuni Trevigiani, ma sopratutto hanno adorato Gesù Cristo.

Sabato 15 Marzo Treviso ha vissuto una notte di luce, che ha regalato un po’ della sua luce ad ognuno di noi.

Noi ogni notte diciamo grazie per tutta la luce, diciamo grazie per tutta la luce! – THE SUN

Notte di luce, ma la notte che è buia e scura come può essere una notte che illumina? La notte è quel momento della giornata vuoto, che inquieta timore, fa vedere i mostri ai bambini e da spazio ai pensieri della mente. E’ quel momento dove tutto si ferma, gli animali si rifugiano nella loro tane, i negozii chiudono, le luci nelle strade si spengono, la gente finisce di lavorare: il mondo si ferma, e tutto tace. La notte trasmette un po’ del suo buio anche a noi, annebbia le menti che a fine giornata vagano per mille pensieri. E ci rendiamo conto degli errori commessi, cominciamo ad avere paura di scavare a fondo nei nostri cuori, e guardiamo in faccia le nostre debolezze. Come possiamo dare luce ai nostri bui, illuminare la nostra notte? Affidandoci. Affidando i nostri pensieri, errori e dolori all’unico uomo che è capace di risplendere anche nelle tenebre. Quell’uomo che ha dato la vita per noi, che si è fatto piccolo e povero per amore. Se affidiamo tutto a Lui, e nelle preghiera di mettiamo nelle sue mani anche la notte più scura può divenire notte di luce.

Questo è ciò che abbiamo vissuto noi. Nella notte di sabato mentre il buio fuori arrivava e tutto sembrava mutare o spegnersi, nella casa del Signore si è fatto festa, lodando e pregando il suo nome. Affidando tutto a Lui, anche le nostre ombre più nere che ha reso spiragli di sole.

Gesù ha reso la nostra notte una luce che illumina!

Maria Candiotto

 

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14 dicembre 2024: Mary entra nella tappa del postulandato nella comunità di Dronka in Egitto. Questo primo passo del cammino di consacrazione permette di approfondire il proprio discernimento sulla scelta di vita facendo un’esperienza diretta della vita religiosa: vita di preghiera, vita di comunità e apostolato.

Durante questo periodo si viene accompagnati a fare un cammino di maturazione umana e spirituale, e a conoscere e comprendere progressivamente l’identità della vita religiosa e del nostro carisma.

Si conosce più direttamente la preghiera carmelitana e liturgica tipica della nostra Famiglia religiosa, così da scoprire la bellezza di un’amicizia intima e personale con Gesù Cristo, cuore dell’esperienza carmelitana.

Mary, che ha già vissuto per dei brevi periodi nella comunità di Dronka e ha inoltre trascorso alcuni mesi nella comunità di Firenze, ha la possibilità così di verificare ulteriormente la propria chiamata alla consacrazione e proseguire nel cammino di appartenenza e sponsalità.

Accompagniamola con la preghiera.

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18 novembre 2023: solo a pensare a quel giorno, il mio cuore trabocca di gratitudine e gioia: era il giorno della mia professione perpetua, il giorno del mio sì per sempre al Signore, mio Sposo.

Prima della celebrazione, avvenuta nella nostra Cattedrale in Egitto, mi rendevo conto che tutto in me era particolarmente connesso con il Signore, stavo alla Sua Presenza mentre mi preparavo. Ero molto felice e parlavo con Lui continuamente. È stata questa la Grazia più grande, che mi ha reso molto serena e mi ha dato pace interiore. Non posso negare, né dimenticare che anche lungo il cammino di preparazione, ho ricevuto sempre “Grazia su Grazia” ad ogni passo; pertanto, la gratitudine mi ha fatto gustare ogni particolare di questo giorno e mi ha aiutato a viverlo in pienezza: la grande gioia della vocazione, le tante emozioni che si intrecciavano tra loro, la folla di pensieri che ronzava nella mia testa … e che dire? Sono profondamente grata e riconoscente per il dono di Dio: “tutto quello che è in me, benedica il suo santo nome.” (Sal 103)

Pochi minuti prima della celebrazione sono scappata in cappella e mi sono fermata a guardare sorridente il tabernacolo ripetendo la frase che avevo scelta come risposta all’appello dalla madre durante la Messa: “Eccomi, sono tutta tua. Nata per te, vivo per benedirti in ogni tempo.” Ogni parola dice tanto del mio vissuto e del mio cammino lungo il tempo di formazione.

Eccomi: è la parola di Maria, Madre di Gesù e modello della vita consacrata, alla quale guardo con molta stima. Desidero imitarne la docilità nel realizzare e incarnare la Volontà di Dio nella mia vita.

Sono tutta tua: è un modo per esprimere il mio abbandono totale al Signore, la mia disponibilità ad accogliere tutto e la prontezza nel mettermi completamente a sua disposizione. Volevo dirgli che tutto ciò che sono e possiedo, lo restituisco a Lui, perché faccia ciò che vuole con molta libertà.

Nata per te: io credo e sono convinta di essere nata per diventare sposa di Cristo seguendo la spiritualità carmelitana, di cui sono molto innamorata.

Vivo per benedirti in ogni tempo: qui è racchiuso tutto il mio desiderio. Ho voluto aggiungerlo, anche se ha allungato la frase, proprio perché sono parole molto importanti e preziose. Non solo sono parole che mi hanno accompagnato nei giorni più difficili della mia vita, ma sono state per me come il respiro che mi dava vita e speranza, erano la preghiera del cuore che mi univa al Signore. Infatti il desiderio più profondo che mi abita è di continuare a benedirlo e ringraziarlo in OGNI tempo e per sempre. Non voglio smettere mai di lodarlo e di amarlo, sia nelle circostanze facili, che in quelle difficili e in quelle che sembrano impossibili da affrontare. Questo significa che il mio amore per il Signore non dipende dalla mia condizione di vita, né dalle circostanze. Io amo il Signore perché Lui mi ha amato per primo e merita il mio amore. Dunque non mi importa se fuori “piove ed è grigio”, perché dentro di me c’è il Sole che scalda il mio cuore.

Sono molto consapevole della mia debolezza e delle mille volte al giorno in cui tradisco questa mia promessa di amarlo, ma conto sempre sulla Sua fedeltà perché “La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; non temerai i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno.” (Sal 90) Perciò nessuna notte, né il buio, mi fanno paura e neanche la mia fragilità mi spaventa perché: “Il Signore completerà per me l’opera sua” (Sal 137). Sono fiduciosa e abbandonata nelle sue mani perché “Tutto concorre al bene” (Rom 8,28).

Ho gustato ogni parola e ogni gesto della Celebrazione, che è stata un momento intenso di preghiera. Le parole non bastano per spiegare quanta grazia e benedizione ho ricevuto in quel momento.

“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo” (Sal 115): davvero il Signore è stato, è e sarà molto generoso con me. Io non ho altro da fare che cercare di amarlo con tutto il cuore in modo casto, obbediente e povero, custodendo sempre il mio rapporto personale e intimo con Lui. Prego perché altre anime possono toccare questa felicità e sperimentare l’amore grande con cui ci ama il Padre, che ha dato suo Figlio in riscatto per tutti. Voglio dire che vale la pena seguire Gesù in questo modo esclusivo che è la vita consacrata!

Sr Dina della Santa Famiglia

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“Radici di Amore” è stato il tema del campo famiglie di Azione Cattolica della diocesi di Treviso che si è svolto per una settimana a Caviola di Falcade BL – Casa Giovanni XXIII. È stata un’ esperienza nuova, ricca e preziosa. Sono proprio grata di aver partecipato a questo campo, porto nel cuore ogni volto e ogni condivisione. Sicuramente niente viene per caso, perché tutto è grazia ed io ho vissuto un tempo di grazia su grazia. Iniziavo la giornata con la preghiera con i bambini delle scuole elementari e medie, preghiera molto semplice ma piena della presenza di Dio. Mi emozionava ascoltare le loro condivisioni e commenti, sono proprio bravi. Poi andavo con i 3 ragazzi della scuola superiore: oltre alla semplice preghiera di inizio giornata ci fermavamo a chiacchierare e parlare partendo dal brano della parola di Dio che si leggeva durante la preghiera mattutina. Porto nel cuore ogni loro condivisione e soprattutto custodisco nella mia preghiera ogni difficoltà e paura che mi hanno consegnato. Invece con i genitori abbiamo avuto la possibilità di condividere la bellezza e le difficoltà della vita matrimoniale verso la santità, è stato un viaggio di crescita attraverso la figliolanza e la genitorialità. Ascoltare le loro condivisioni sincere e profonde era molto commovente, vederli lavorare in coppie e poi in gruppo era solo da contemplare. La loro consapevolezza che prima di essere genitori, sono figli e lo saranno per sempre, era da ammirare. Ho un cuore traboccante di gratitudine per questa esperienza indimenticabile; è stata un’occasione di arricchimento e ho avuto modo di ringraziare il Signore per i miei genitori e la mia famiglia di origine e soprattutto di pregare per tutte le coppie e le famiglie che conosco affinché seguano l’esempio della Santa Famiglia e arrivino a realizzare il sogno di Dio sui loro figli per discernere la via per arrivare alla Santità.

Sr Dina della Santa Famiglia

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