Gennaio 2025

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Io ero lì,

nel Giubileo del mondo della comunicazione

 

“Per raccontare una storia bisogna consumare la suola delle scarpe” dice Etto Mo.

Dal 24 al 26 gennaio c’è stato il primo dei grandi eventi dell’Anno Santo, il giubileo del Mondo della Comunicazione, dove si sono radunati giornalisti e comunicatori dei social media di tutto il mondo. L’evento si è aperto venerdì 24 sera nella Basilica di San Giovanni in Laterano con la liturgia penitenziale e la messa internazionale.

E’ una grazia essere presenti a questo Giubileo, partecipare, commuoversi, raccogliere ogni singolo momento per provare a raccontare la vita con uno sguardo nuovo. Io ero lì, insieme a tanti giornalisti e comunicatori, condividendo la stessa esperienza di un evento che certamente cambierà il mondo, perché ogni persona che attraversa la Porta Santa è chiamata a essere portatore di speranza.

La giornata di sabato è iniziatain Piazza Pia con la consegna della croce pellegrina e con la preghiera: “Il Dio della speranza, che nel Verbo fatto carne, ci riempie di ogni gioia e pace nella nostra fede, per la potenza dello Spirito Santo, sia in mezzo a noi.” Ci siamo messi in cammino non da soli, ma in piccoli gruppi, seguendo l’invito di Papa Francesco di essere compagni di strada nella comunicazione, condividendo con mitezza la speranza che alberga nell’interiorità.

Ora tocca a ciascuno di noi attraversare la via della Conciliazione per varcare la Porta Santa di San Pietro in un clima di raccoglimento e preghiera.  Nell’avvicinarsi alla Porta Santa abbiamo pregato il salmo 23, “Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua Salvezza, ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto Dio de Giacobbe, ed ecco abbiamo varcato la Porta Santa!

Dopo la professione di fede nella tomba dell’Apostolo Pietro e la benedizione finale, ci siamo ritrovati nell’Aula Paolo VI per riflettere sul modo in cui comunicare la speranza oggi. Maria Ressa, cofondatrice del Website e giornalista Rappler, nonchèPremio Nobel della Pace nel 2021 e lo scrittore irlandese Colum McCann hanno  condiviso la loro esperienza di vita e di fede con i comunicatori, richiamandoci sul  coraggio della trasparenza e della responsabilità.

Al termine dell’esibizione del Maestro Uto Ughi, Papa Francesco ha espresso ai comunicatori che comunicare è uscire un po’ da se stessi per dare un po’ del mio all’altro. Ma è anche “l’incontro con l’altro. Il Santo Padre continua “Il vostro lavoro è un lavoro che costruisce la società, la Chiesa, fa andare avanti tutti, a patto che sia vero. “Padre, io sempre dico le cose vere”…”Ma tu, sei vero? Non solo le cose che tu dici, ma tu, nel tuo interiore, nella tua vita, sei vero? È una prova tanto grande. Comunicare quello che fa Dio con il Figlio, e la comunicazione di Dio con il Figlio e lo Spirito Santo”.

Il Giubileo del Mondo della Comunicazione si è concluso con la Santa Messa nella Basilica di San Pietro, presieduta da Papa Francesco, nella giornata in cui si celebrava la Domenica della Parola di Dio. Una esperienza emozionante per tutti, un scambio di vita vissuta, di riflessione, un’occasione per spalancare lo sguardo e la mente su come usare la comunicazione come strumento di speranza e trasformazione, di interazione reale e di narrazione di storia autentica. Adesso tocca a te, a lei…a me…a noi! Essere portatore della Parola che è Cristo Gesù in una comunicazione che diviene divina, piena di speranza nel futuro.

Sr Nilma di Gesù

 

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Nella vita non raccogli ciò che semini, raccogli ciò che curi

Mi è arrivata questa frase anonima e mi ha trasmesso un senso di amore e l’amore spesso porta con sé la pace profonda del cuore. Come faccio a non pensare ai miei ragazzi, quando si parla di cura? Ai ragazzi di V che lo scorso settembre hanno preso il volo per le medie. Bambini cresciuti sotto i miei occhi, in un percorso particolarmente coinvolgente, impegnativo e in qualche momento davvero in salita, ma anche pieno di sorrisi, di conquiste, di condivisioni con loro, con i genitori e in particolare con le mie colleghe, con le quali siamo davvero state fianco a fianco in questo percorso formativo. Strada culminata con la recita finale di giugno “Una storia infinita”… ciò che sono loro, ciò che hanno capito, che i nostri legami non finiranno mai, perché sono fatti per l’eternità. Un recital che nasce dalla sinergia di più forze e risorse, che presenta ciò che è la Scuola san Giuseppe all’intera città: una squadra, una famiglia, un centro educativo che cerca di valorizzare i talenti di ciascuno, che unisce le competenze delle insegnanti, dei bambini, per esprimere la bellezza della vita in crescita attraverso un racconto, che si dispiega nella recita, nei canti, nelle coreografie.  Sforzo di fine anno che fa scoppiare di gioia e gratitudine, perché ti porta a realizzare qualcosa insieme, qualcosa che abbia valore per gli altri e ti faccia felice, qualcosa che esprime all’ennesima potenza, ciò che ogni giorno è più nascosto, perché più quotidiano, ciò che ogni insegnante in classe cerca di aiutare ad avviare e sostenere: la crescita formativa e relazionale di ogni alunno, fatta di impegno, sacrificio, cadute e vittorie.

La gioia più grande di una maestra è poi vederli tornare con il sorriso, cresciuti, e sentire che i prof. sono contenti di loro, li trovano preparati, ma anche educati, qualcuno brilla davvero, altri sono trascinatori, altri svolgono ruoli positivi nelle relazioni. Ecco i tuoi ragazzi sbocciare, fiorire, in una vita certo complessa, ma che dopo questo salto ti auguri che li spaventi un po’ meno.

Loro che non avresti mai pensato di riuscire a lasciare, che invece hanno fatto da ponte hanno preso per mano altri più piccoli, altri 27 occhietti, che si affidano a te e ripartono pieni di voglia di imparare, giocare, scoprire…

Questa è la vita di una maestra, che vivo come mia missione, essendo consacrata e avendo avuto il dono di una ulteriore chiamata educativa, assieme alla comunità attualmente di 9 sorelle che vive a san Giuseppe, Istituto a Prato.

Mi occupo di insegnamento nella scuola primaria, ma c’è chi con me prende i bimbi più piccoli, dal nido, all’infanzia, fino quest’ultima tappa educativa. Passano ormai generazioni da noi. Le sfide sono molte e  vanno dai percorsi personali di ciascun allievo, dall’ascoltare i loro bisogni, comprendere le loro storie, accompagnarli nella crescita, nella consapevolezza di sé, del valore delle relazioni e la gestione dei conflitti, della cura dell’amicizia, del rispetto dell’altro, dell’accoglienza del diverso, della bellezza della collaborazione, del senso delle cose, della vita, della responsabilità verso il mondo, dei sogni e dei desideri… alla parte che sostiene tutta l’impalcatura che permette la relazione educativa ovvero l’organizzazione di una scuola, il suo sostentamento, la relazione con i genitori, i dipendenti, i rapporti con il territorio, le reti educative, il ministero. Un universo!!!

Direi che proprio qui si esprime quel lato del Vangelo che vede Gesù prediligere i piccoli e che Bettina riviveva con la cura per le orfane e poi per i più piccoli, attraverso le sue opere educative che oggi sono arrivate a questa, una scuola paritaria.

Ma la nostra missione educativa non si ferma a questo. Il rapporto con la Diocesi di Prato è di stima reciproca, di appartenenza e di collaborazione. La presenza nella parrocchia attigua alla scuola, parrocchia di san Giuseppe attraverso il catechismo, la formazione liturgica dei ministranti, la visita ai malati e la distribuzione dell’Eucaristia, la cura del rapporto con le altre realtà religiose, la partecipazione alla vita della chiesa locale ci ha sempre viste impegnate, in ascolto e sostegno.

Da un anno e mezzo abbiamo avuto un’altra chiamata educativa: la presenza di due sorelle al Polo educativo Sant’Anna, sorto come oratorio legato alla Parrocchia di Santa Maria delle Carceri, ma diventato una realtà con molte sfaccettature, che ha al centro la cura per i ragazzi. Oratorio, Scout, catechismo, centro Santa Rita per sostegno a ragazzi in difficoltà, stranieri, disabili, gruppo famiglie. Realtà ricca che ha chiesto la presenza delle consacrate semplicemente per esserci, non per ruoli particolari, ma per stare con loro e accompagnarli. Doposcuola per sostegno nei compiti, gioco in cortile, estate ragazzi con centri estivi e campi, iniziative formative, uscite. La cura educativa, la passione per i giovani fa nascere così fili di collaborazione, condivisione e ancor più amicizia vera, bella. Altri sorrisi che si intrecciano, voglia di stare insieme e camminare insieme per realizzare un sogno per il futuro dei ragazzi, di tutti i ragazzi, perchè abbiano un luogo in cui si sentano amati, accolti, uno spazio di appartenenza, una casa in cui trovare sempre accoglienza, un porto, un trampolino di lancio, un prato dove fiorire. E qui sperimenti l’altra passione del Signore, ovvero anche l’altro lato del carisma, l’apertura ai poveri, perché spesso qui arrivano i più feriti o svantaggiati, luogo in cui le culture si moltiplicano, specchio della città di Prato, cantiere di culture che richiede sforzo di conoscenza reciproca. Ma i più poveri oggi forse sono proprio i giovani, ricchi di futuro e potenzialità, poveri forse di esempi e adulti che siano compagni ed educatori veri, ricchi di vita da schiudere.

Cosa puoi fare tu semplice suora, dentro tutto questo? Prima di tutto ringraziare di esserci, visto che è molto quello che ricevi e poi … semplicemente stare, perché questo verbo è voce del verbo Amare.

Sr. Paola di Gesù Risorto

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I venerdì di Belo Horizonte

Ecco alcune foto dalla comunità di Belo Horizonte: gli incontri dell’ultimo venerdì del mese per i giovani: c’è un tema che viene sviluppato insieme, musica e attività. I ragazzi stessi sono responsabili di organizzare gli incontri, e così c’è chi si occupa dei canti, chi delle dinamiche e chi lava i piatti dopo i pasti 🙂 Ricordiamo dunque nella preghiera la Chiesa in Brasile, perchè possa fiorire sempre più!

 

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La luce è venuta per te Gerusalemme,

su di te si è levata la gloria del Signore:

nella tua luce cammineranno le genti,

alleluia.

 

Il simbolo della luce sta al centro del tempo liturgico del Natale, ma è anche presente nell’atmosfera natalizia che rende le strade delle nostre città più colorate e luminose. Si accendono tante luci, a Natale. In effetti, la luce è una realtà che sempre si trova nelle tradizioni religiose. Essa significa vita, calore, ed è il segno distintivo della divinità. La luce si irradia su tutto e tutti, non si può arrestare facilmente, e non la si può “catturare”. Ma c’è di più: la luce è anche simbolo di verità, quasi un suo sinonimo. Fare luce su qualcosa vuol dire portare allo scoperto la verità dei fatti, smascherare sotterfugi, reticenze e menzogne. Davvero, nel mondo “immerso nelle tenebre”, la luce è l’unica fonte di orientamento e di vita. Perciò diciamo che Dio è la luce. Nel Credo di Nicea, quello che abitualmente si recita alla Messa la domenica, l’equazione Dio-luce è affermata con forza e quasi a svelare il mistero dell’unione delle tre persone divine: Dio da Dio, luce da luce …

Se Dio si svela sotto il simbolo della luce, quello della tenebra rispecchia bene la situazione realistica della storia umana. Nelle sue mille contraddizioni, l’avventura degli uomini (dei singoli come delle nazioni) appare irrimediabilmente opaca, oscura e perfino impenetrabile. Ci sono, infatti, le tenebre della violenza. Quanti uomini e quante donne sono inghiottiti ogni giorno dalla furia cieca e inarrestabile della guerra, dello sfruttamento, della persecuzione.

La luce nel mondo si fa, poi, ancor più flebile a causa delle tenebre dell’ignoranza. Non soltanto per tutti coloro che non hanno accesso all’istruzione, ma anche per la disinformazione e la manipolazione delle notizie. Troppo spesso i mezzi di comunicazione diventano strumenti di potere, capaci di portare messaggi e stili di vita molto discutibili, perfino distruttivi, fin dentro le case degli uomini.

Il buio pare farsi più fitto a causa dei conflitti sociali o culturali che preoccupano i grandi della terra…

La Scrittura, però, ci avverte: a niente vale tentare di risolvere i mali del mondo, se non si riesce a disinnescare, per così dire, l’origine della tenebra che a volte sembra sopraffare ogni cosa e precipitare tutto nell’oscurità. Gesù diceva che non tutto ciò che entra nel corpo dell’uomo lo contamina, ma ciò che esce dal suo cuore ferito dal peccato. Ecco, allora, che la luce di Cristo si è accesa, prima di tutto, nel cuore degli uomini. È qui che essa è venuta ad abitare, per rischiarare i pensieri e quel luogo profondo di noi stessi dove nascono le intenzioni e i propositi, dove si consuma l’eterna lotta tra la seduzione del tentatore e le deboli forze dell’uomo. Se leggiamo bene i vangeli del Natale, troviamo innanzitutto anime accoglienti e pronte a mettersi in cammino seguendo la luce della parola divina che li ha visitati. Così fu per Maria, la madre di Gesù. Così per Giuseppe, destato dal suo sconcerto dalla voce dell’angelo e poi condotto fino in Egitto. Così per i pastori di Betlemme, raggiunti dal misterioso canto angelico e guidati da esso fino alla visione del “segno” della loro salvezza, ai piedi del bambino nato nella grotta. E così fu anche per i Magi che seguendo la stella luminosa più di tutte le altre giunsero a colmare la loro attesa di sapienza e di meraviglia dinanzi al più umile e inaspettato dei re: un bambino e la sua povera famiglia, braccati e fuggiaschi. La più regale delle situazioni umane, cioè l’amore non accolto, travisato dalla superbia dei potenti e che non ha altra difesa se non in Dio.

La luce di Cristo, nonostante tutto, splende nelle tenebre. E se le tenebre non sembrano accoglierla, non così avviene per coloro che scorgono in essa un richiamo potente alla fiducia nell’avvenire tracciato da Dio. Come un abile pilota, la divina Provvidenza traccia la sua rotta, segna i suoi punti di riferimento e le sue luci sono sempre accese per i pellegrini di ogni tempo e di ogni cultura. Non dobbiamo rinunciare a scorgere, perfino nel buio fitto della storia umana, i segni accesi dalla grazia di Cristo. Non dobbiamo perdere la traccia del nostro cammino. Anzi, come la sentinella che nella notte scruta dall’alto delle mura l’impenetrabile muro delle tenebre, attendiamo il primo segnale dell’alba per annunciare alla città la visita di un nuovo giorno, quello voluto da Dio e da lui creato.

 

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Nel cammino di juniorato i voti di castità, povertà e obbedienza vengono rinnovati annualmente. Così suor Sara ha rinnovato nella nostra comunità di Firenze durante la S. Messa celebrata nella Chiesa dell’adorazione perpetua.

E’ stata un’ occasione piena di gratitudine per fare memoria del cammino dall’inizio fino ad ora in questa sequela di Cristo particolare, nella vita religiosa. Il pensiero che mi ha accompagnato è stato questo: è una vita in cui io sono chiamata a donare tutto il bello di me al Signore, ma sempre più faccio esperienza che è più Lui che dona. Sr Sara

 

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