Bettina

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Dal 16 al 22 agosto ho avuto la grazia di vivere un pellegrinaggio che è stato molto più di una semplice settimana lontana da casa.
È stato un cammino di preghiera, catechesi, testimonianze, incontri, fatica e condivisione, che poco alla volta è diventato un cammino dentro di me. Sono partita da sola, senza conoscere nessuno e senza sapere cosa avrei trovato.
Proprio questo mi ha insegnato ad affidarmi a Dio, a uscire dalle mie sicurezze e a lasciarmi sorprendere dalle persone che avrei incontrato. Quelle che all’inizio erano sconosciute sono diventate compagni di cammino, con cui condividere preghiere, risate, pensieri e momenti di fatica.
Ho capito ancora una volta che santi non si diventa da soli.
Un dono particolare sono state anche le catechesi e le testimonianze di persone, capaci attraverso le loro parole e le loro esperienze di farmi riflettere e guardare la mia vita con occhi nuovi.
Durante la settimana abbiamo incontrato le vite di San Francesco, Santa Chiara, Sant’Angela, Santa Teresa e Santa Rita.
Cinque storie diverse, ma una stessa direzione: Dio.
Da San Francesco mi porto la libertà di lasciare andare ciò che mi appesantisce per scegliere Dio con tutto il cuore.
Da Santa Chiara mi porto la bellezza della semplicità, della fedeltà e delle piccole cose vissute con amore.
Da Sant’Angela mi porto la speranza che anche dalle ferite e dalle sofferenze possa nascere una nuova vita, se affidata a Dio.
Da Santa Teresa mi porto l’importanza del silenzio e della preghiera, per imparare a guardare la mia vita con gli occhi di Dio.
Da Santa Rita mi porto la certezza che non bisogna mai smettere di sperare, perché anche un legno secco, nelle mani di Dio, può tornare a fiorire.
Proprio questa immagine del legno secco mi ha colpita profondamente.
Mi ha fatto pensare a tutte quelle situazioni che nella nostra vita consideriamo ormai perdute:
una relazione da ricucire,
un’amicizia da ritrovare,
una ferita da affidare,
una paura da lasciare andare o un sogno che abbiamo smesso di coltivare.
Noi possiamo vedere soltanto un legno ormai morto, mentre Dio vede ancora ciò che può nascere. Forse non vedremo subito il fiore, ma possiamo continuare ad annaffiare con fiducia, lasciando a Dio la possibilità di far rifiorire ciò che pensavamo ormai perduto.
Da tutto questo ho compreso che la santità non è perfezione.
Non significa non avere paure, dubbi o fragilità, ma scegliere Dio ogni giorno, anche quando non comprendiamo ciò che accade, cadendo e trovando la forza di rialzarci.
Sono tornata a casa con uno zaino pieno di volti, sorrisi, parole, preghiere, emozioni e tanta gratitudine. Ma soprattutto con il desiderio che il pellegrinaggio non rimanga soltanto un ricordo.
Il vero cammino comincia ora, nella quotidianità: continuare a fidarmi, a sperare e a scegliere Dio ogni giorno.Tra le parole ascoltate durante questa settimana, una continua a risuonare nel cuore:
«Siate felici». ❤️
Non perché la vita sarà sempre facile, ma perché Dio c’è, anche nella fatica e nell’incertezza, e non siamo soli.
Santi si diventa un passo alla volta, una scelta alla volta, attraverso le cadute, le ripartenze e le persone che Dio mette sulla nostra strada.
Sono partita da sola, ma non sono mai stata davvero sola.
Il pellegrinaggio è finito, ma il cammino continua.

Noemi Dainese

 

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In aiuto al Libano

Collège N.D. du Mont Carmel
des Srs Carmélites de Ste Thérèse
-Fanar- Liban

“Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo…” (Isaia 41:10)

Carissimi amici,
rinnoviamo la nostra riconoscenza per il vostro sostegno spirituale e materiale, che ci da’ forza e speranza per andare avanti in questi tempi difficilissimi che sta attraversando il Libano.

Desideriamo condividere con voi la nostra situazione attuale nel Libano:
Dal 2 marzo scorso più di un millione di persone hanno dovuto lasciare le loro case perché distrutte completamente dai bombardamenti, e hanno poca speranza di poter ritornare .
I morti sono circa 2000 e i feriti più di 6000. La paura, la tristezza e l’incertezza pesano su tutti. L’unico nostro sostegno è la fede in Dio.
Numerose persone hanno perso il lavoro; c’è un caro vita pazzesco e incontrollabile.

Tante famiglie benestanti si sono impoverite all’improvviso. L’economia del paese versa in una condizione di emorragia incontrollata e non si sa fino a quando.
All’inizio di marzo abbiamo dovuto chiudere la scuola per una settimana, come tutte le altre scuole del Libano, a causa della guerra riaccesa violentemente. Abbiamo fatto di tutto per non interrompere l’opera educativa: inizialmente continuando ad insegnare a distanza per qualque giorno, e poi riprendendo l’insegnamento in presenza, prendendo tutte le precauzioni possibili per la sicurezza degli allievi. Riaprire la scuola è stato un dono grande del Signore e un bene immenso per gli alunni, i genitori e gli insegnanti.

Questo tempo è stato valorizzato al massimo; ci ha aperto a una nuova speranza che sconfigge ogni giorno il dolore e la tristezza della guerra, ha rafforzzato in noi la volontà di vivere e di credere che il bene è più forte del male. La scuola è diventata luogo sempre più ricercato dai ragazzi, dove trovano volti sereni, parole confortanti, mani tese per sorreggere ed abbracciare…

Pur essendo obbligati a cancellare tutte le attività fuori della struttura scolastica ( le missioni per aiutare i poveri e visitare strutture caritative , i ritiri spirituali in preparazione alla Pasqua, le gite educative…), abbiamo potuto gioire di qualche festa insieme agli alunni e i loro parenti a scuola, come pure abbiamo vissuto la preghiera con più intensità ( l’adorazione eucaristica, le confessioni, il cammino quaresimale …).

Moltissimi genitori hanno perso il lavoro, e non hanno nessun’altro mezzo di sostegno.

Inoltre tutti i soldati libanesi, che hanno i loro figli da noi a scuola -e che sono una bella percentuale -, non riescono a pagare la scolarità, visto che lo Stato libanese non riesce a dare loro i dovuti contributi. Dall’altra parte le spese della scuola sono aumentati sproporzionalmente, a causa del caro vita accennato sopra. La scuola cerca di sostenere tante famiglie, affidandosi alla Provvidenza.

Uniamoci nella preghiera per la pace e per un’alba nuova per il Libano e il Medio Oriente.

Grazie per tutto quello che fate e farete per noi.
Con tanta riconoscenza vi ricordiamo nella preghiera.
Il Signore vi benedica e vi ricompensi.

Un cordiale saluto
Le Suore Carmelitane

Libano – Fanar
Aprile 2026

Per eventuale aiuto:

Istituto suore Carmelitane di Santa Teresa di Firenze

IBAN:
IT56 H030 6909 6061 0000 0018 364

Intesa Sanpaolo

Tel: +961-01-681301/2/3 E-mail : contact@ndmc.edu.lb http : www.ndmc.edu.lb

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Perseveranti nell’Adorare

La prima serata del triduo di festeggiamento dei 124 anni di adorazione perpetua nella Chiesa del Corpus Domini è stata accompagnata da una meditazione di padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, di cui riportiamo solo alcuni succintissimi appunti:

L’adorazione implica un’intimità “bocca a bocca”, os oris. La bocca è la parte che usiamo per scambiarci baci e parole, per esprimere la nostra vita interiore, è una straordinaria finestra che mostra ciò che è nel nostro cuore ed è una porta per portare qualcosa dentro al cuore.

Questa è quella profonda intimità che viviamo nella nostra relazione con Gesù riservandogli uno sguardo contemplativo ma anche aprendo la bocca in un bacio. Il bacio secondo i padri della Chiesa Orientale è il timbro spirituale mediante il quale entriamo più in profonda comunione con Gesù. Labbra, bocca e l’apertura del nostro cuore anche nelle sue dimensioni emotive: tutto ciò ci dice che abbiamo bisogno di una dimensione integrale nella relazione con Dio. L’incarnazione chiede un coinvolgimento con la pienezza di Gesù, con la pienezza di noi stessi, dai nostri sensi esteriori ai sensi interiori.

Il nostro tempo è segnato da un approccio superficiale alla realtà che ci circonda, da una sorta di narcosi della soglia dell’attenzione nella collettività. Ci mostra che spesso noi abbiamo a disposizione strumenti raffinati che colgono la realtà, e tuttavia, tale ricchezza tecnologica con cui possiamo carpirla, non corrisponde a una medesima dimensione interiore, a una medesima capacità di cogliere il potenziale spirituale della realtà come via per arrivare al Signore e giungere a capire quel che ci vuole dire.

Cosa dice un adoratore? Un adoratore può dire qualcosa circa il modo necessario per cogliere tutto quello che la realtà può comunicarci se lo sguardo si fa meno distratto.

Durante l’adorazione, la persona dona e riceve dei baci nello Spirito. La vita spirituale non è solo qualche minuto di vita teologale, o di pratica devota, di ascolto della Parola o liturgia, ma è esperienza che rilancia la nostra umanità.

Guardini parla di due forme di conoscenza: l’una conduce ad immergersi nell’oggetto che si vuole conoscere e nel suo contesto; l’altra raduna le cose, le decompone, le possiede e le domina. L’uomo con quest’ultima modalità perde tutti i legami interiori. Nel suo essere interiore diviene senza contorni, senza misure. Viene da chiedersi: una vita così può rimanere vivente?

La prima forma di conoscenza di cui parla Guardini sembra invece una descrizione di cosa significa adorare Gesù, ovvero è un immergersi nell’oggetto (Gesù) e nel suo contesto, cercando di vivere in Lui. L’adorazione è esperienza di conoscenza in cui non abbiamo pretesa di incasellare, decomporre o possedere. Mette infatti in luce il limite, che è segnato dallo Spirito Santo, di essere di fronte a un mistero assoluto. Proprio questa consapevolezza del limite ci porta a una conoscenza che non è presuntuosa, ma è immersione nell’altro. Grazie all’incontro con quel limite noi viviamo di tutto quello che il Signore ci consegna, che è gratuità del dono. E coltiviamo uno sguardo grato, eucaristico, teso alla lode e alla meraviglia.

Si tratta di un’sperienza in cui non sono io a impossessarmi della realtà, ma è la realtà che mi viene incontro e mi accorgo che tutto è grazia, tutto è dono, e io posso avere solo un atteggiamento di umile arresa. Si tratta di una qualificazione della nostra umanità che ci dona coscienza del limite e che ci fa sentire destinatari della rivelazione. Vogliamo essere consapevoli che se lasciamo spazio al Signore come vero Signore della nostra storia e protagonista della nostra realtà, allora la nostra storia potrà partorire il domani che Maria ha cantato nel suo Magnificat.

Nella Veglia di Natale i padri ci fanno notare che come il bambino viene deposto sulle lenzuola della mangiatoia, quello stesso corpo verrà deposto sull’altare, perchè il popolo di Dio lo possa mangiare e assimilarsi a Lui. L’evento storico viene posto in una rilettura liturgico-simbolica. Qual è il segno che davvero l’Emmanuele è con noi e non ci abbandona più? Un bambino avvolto in fasce. Ma possiamo esser certi che il segno vale anche per noi? Il segno dato ai pastori per noi diventa verificabile quando partecipiamo alla S. Eucaristia, quando vediamo la sua ostia Santa. Così anche noi siamo come i pastori nella notte di Natale e la correlazione è data dall’eucaristia. Acquisiamo una conoscenza estatica mediante la quale è ciò che è fuori di noi che modella il nostro cuore, e noi accogliamo una realtà intrisa dell’amore del Signore, e ciò ci addestra a vedere la realtà nel suo insieme. Come Maria che mette tutto insieme, medita, nel suo cuore. L’adorazione diviene un luogo di decifrazione della realtà.

L’incontro con il Signore non si può isolare da tutto il resto, anzi chiede un amore caldo, coivolgente, sponsale. La vita vivente non sta nel sapere “tante cose”, ma nell’essere immersi nella cosa che vogliamo conoscere, così che questa ci trasforma, per cui il soggetto è Dio e noi siamo l’oggetto, noi siamo l’oggetto creato dal proprio creatore.

Papa Leone parla di “preparazione”: anche oggi come allora c’è una cena da preparare, si tratta della nostra disponibilità ad entrare in un gesto che ci supera. L’Eucaristia non si celebra solo sull’altare, ma anche nella realtà, “lasciando spazio”. I preparativi rendono possibile un incontro. Preparativo è cura del desiderio, rimanendo con umiltà di fronte alla realtà di Dio, e adorandola, così che questa ci trasforma. San Basilio affermava che la nostra vera immagine la acquisiamo quando ci specchiamo di fronte al Bambino Gesù. Così guardando all’Eucaristia vediamo la carne di Gesù, e possiamo lasciarci assimilare a Cristo. E i selfie ci dicono sì qualcosa di noi, ma in modo insufficiente, giammai con questa pienezza. Riceviamo una visione alta delle nostre potenzialità umane in Cristo.

Estendere questa conoscenza anche quando l’Eucaristia è finita, è fondamentale. Finisce l’agire umano e si lascia fare all’agire di Dio, e questa esperienza inonda la nostra umanità e la trasforma dal di dentro. Ciò accade anche di fronte al tabernacolo: non si tratta di una convinzione cerebrale e dottrinale che lì è veramente presente Gesù nel suo corpo, ma è la partecipazione alla sua vita, è diventare ciò che mangiamo.

Che l’Eucaristia diventi l’opportunità di far operare il Signore nella nostra vita, lavorando nelle nostre relazioni fraterne perchè siano la trascrizione di questa vita eucaristica.

Come sottolineano le preghiere eucaristiche, si tratta di diventare un solo corpo e un solo spirito. Dobbiamo essere appassionati di unità! Fermento di unità! L’Eucaristia ci fa capire chi siamo veramente! Pur essendo molti, formiamo un corpo solo!

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I MAGI E LA STELLA

Il Vangelo dei Magi non inizia con una nascita, ma con una constatazione: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode…” (Mt 2,1) è un inizio che sorprende! Matteo dice semplicemente che Gesù è già nato. Questo dettaglio non è casuale, è importantissimo: Gesù è già nato. La storia è già iniziata.  Dio è già entrato nel mondo. Colui che cerchiamo già c’è.

Il Natale non è “fare finta che Gesù rinasce”: Il Natale non è una rievocazione teatrale, “Gesù non rinasce ogni anno: è nato una volta per sempre.” Il Natale è memoria viva, non una recita: ricordiamo un fatto reale che ha cambiato la storia e che continua a parlare alla nostra vita di oggi. Gesù è già nato… La vera domanda non è “nasce o non nasce”, ma: Io che posto gli do nella mia vita? E ancora più concretamente: “Davanti a questa nascita, io che cosa faccio?” Che atteggiamento assumo: resto spettatore o mi lascio coinvolgere? Continua tutto come prima o scelgo di mettermi in gioco?

«Dov’è colui che è nato?» chiedono i Magi. Questa domanda li rende particolari/speciali. Non si accontentano di quello che già sanno, non restano fermi, non dicono: “Va bene così”. Dentro di loro c’è un’inquietudine sana che li spinge a cercare e a continuare la loro ricerca. I Magi non hanno tutto chiaro, non sanno già dove arrivare, ma continuano a cercare, anche quando il cammino è lungo e faticoso, anche quando fa buio. È proprio questa inquietudine che li mette in movimento. Anche per noi è così. Chi smette di farsi domande si ferma. Chi si accontenta non cammina più. Il Natale ci ricorda che la fede non è avere tutte le risposte, ma non smettere di cercare. E quella domanda — “Dov’è?” — può diventare anche la nostra: Dov’è Gesù, oggi, nella mia vita? Dove posso trovare colui che è nato?

«Abbiamo visto spuntare la sua STELLA e siamo venuti ad adorarlo». I Magi riescono a vedere la stella perché alzano lo sguardo. Non fissano solo il buio, non restano chiusi nei loro pensieri o nei loro problemi: guardano in alto e intorno. Ed è proprio nel buio della notte che la stella diventa visibile.

Anche per noi è così. Se restiamo sempre piegati su noi stessi, sul nostro ombelico, sulle preoccupazioni, sul caos della vita, rischiamo di non vedere nulla.
Ma quando alziamo lo sguardo, qualcosa può accendersi anche nel buio.

La stella non toglie il caos, non cancella la confusione della vita, ma indica una direzione. Non risolve tutto, ma guida. Il Natale ci chiede proprio questo: alzare lo sguardo, smettere di guardarci solo addosso, per accorgerci che anche dentro il caos della nostra vita c’è una stella che ci guida a incontrare Gesù.

I Magi vedono spuntare la stella perché è notte/buio. Se fosse stato sempre giorno, probabilmente non l’avrebbero notata. È proprio il buio a rendere visibile la luce. Questo è molto importante anche a noi.
Non tutte le notti che attraversiamo sono disgrazie, anzi, possono diventare un luogo di rivelazione. Per questo possiamo dire, senza idealizzare il dolore: benedetta ogni notte oscura che attraverso, non perché è facile o divertente, ma perché se la vivo senza chiudermi, senza smettere di cercare, potrei vedere spuntare una stella. Il buio non ha l’ultima parola. Può diventare lo spazio in cui una luce si accende
e mi rimette in cammino verso Gesù, anche dentro il caos e la confusione della mia vita. Si tratta di non fuggire le nostre notti oscure, ma imparare ad abitarle. La grandezza dei Magi non sta solo nell’aver visto la stella, ma nel fatto che non si fermano allo stupore. Avrebbero potuto dire: “Che cosa bella”, emozionarsi un attimo e poi tornare alla loro vita. Invece no. Vanno oltre. La stella accende una domanda, non una semplice emozione. E quella domanda li porta in profondità. La loro ricerca non resta in superficie, non scivola nella mediocrità. I Magi prendono sul serio quello che hanno visto.
Si mettono in cammino, rischiano, sbagliano strada, ma continuano. L’importante per loro non perdere ciò che hanno trovato. Perché chi cerca davvero non si accontenta.

Questo vale anche per noi. Possiamo vivere il Natale come un momento bello che passa, oppure come un invito ad andare più a fondo, a non restare spettatori, a non fermarci a una fede di superficie.

La stella non è fatta per essere guardata, ma per essere seguita.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre» (Mt 2,11). I Magi devono entrare per poter vedere. Da fuori non si vede il Bambino. Restare sulla soglia significa restare spettatori. Per incontrare davvero Gesù bisogna entrare, mettere in gioco la propria vita, smettere di guardare da lontano, avere finalmente il coraggio di varcare la soglia ed entrare nella casa… Santa Teresa d’Avila dice che molte persone passano tutta la vita fuori dalla casa
e non entrano mai davvero dentro. Restano sulla soglia: sanno che c’è qualcosa, ne parlano, ma non fanno mai il passo decisivo. E poi «Si prostrarono»: prostrarsi significa cambiare posizione. Non stare dritti, rigidi, convinti di sapere già tutto. Ma abbassarsi, farsi piccoli, diventare flessibili, accettare di non essere al centro. Ed è significativo che i Magi facciano questo gesto davanti a un Bambino. Non davanti a un re potente, non davanti a qualcuno che impone paura o forza, ma davanti alla grandezza di un Dio che si fa piccolo.

I Magi si inchinano perché riconoscono che la vera grandezza non sta nel potere, ma nell’amore che si abbassa. Davanti a Gesù imparano che Dio non schiaccia, ma chiede spazio nel cuore.

Chi cerca davvero Gesù deve essere disposto a questo: cambiare postura, cioè mentalità, atteggiamento, modo di guardare sé stessi, gli altri e Dio. Solo chi si abbassa riesce davvero a vedere la grandezza nascosta di un Dio Bambino.

«Lo adorarono»: L’adorazione è un atto profondamente intimo. È riconoscere che Gesù non è “una cosa in più” nella mia vita, ma il mio Familiare, Qualcuno davanti a cui mi fermo e a cui affido il cuore, senza difese. Adorare infatti significa entrare in relazione, passare dalla ricerca all’Incontro, dallo stupore a un legame vero. È un gesto così forte che coinvolge tutto di noi: non solo la mente, ma anche il corpo. Prostrarsi, inginocchiarsi, fermarsi in silenzio è dire con il corpo ciò che a volte le parole non riescono a esprimere: «Mi fido, mi affido, mi consegno». Avere intimità con Dio significa lasciarsi raggiungere da Lui così come siamo, fino a diventare — nel modo più vero possibile — una cosa sola con Lui. L’adorazione è questo: non fare qualcosa per Dio, ma stare con Dio.

Alla fine, «Aprirono i loro scrigni e gli offrirono i loro doni»: i Magi aprono. Non tengono tutto per sé. Aprire i loro scrigni è la vera meta del viaggio.
Non hanno camminato solo per vedere una stella, ma per arrivare a questo punto: riconoscere che davanti a quel Bambino tutto cambia. Gli scrigni rappresentano ciò che abbiamo di più prezioso: talenti, fragilità, tempo, sogni, paure, sicurezze.

Riconoscendo che quel Bambino è Dio, i Magi capiscono che davanti a Lui nulla è più prezioso.
Ogni possesso diventa relativo, ogni sicurezza perde importanza.

Per questo aprono: perché davanti a Gesù non si trattiene nulla, non ci si difende, non si tiene qualcosa per sé. L’incontro vero con Gesù porta sempre qui: aprire il proprio tesoro e offrire ciò che si è, non quello che si vorrebbe essere.

Suor Dina della Santa Famiglia

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Se facciamo un salto nei luoghi dove è iniziata la vita di Teresa Maria della Croce, a Campi Bisenzio (FI), possiamo conoscere i passi della sua avventura con Dio. Al Conventino c’è l’inizio, la scelta di avere un rapporto esclusivo e totale con Dio.

E il nostro cuore per chi è fatto? A chi desideriamo donare tutta la capacità d’amore che è nel nostro cuore?

Nella cappella di San Giusto, ella coltiva il suo rapporto personale con il Signore, e in ascolto della sua voce, discerne i passi del cammino:

che cosa vuoi che io faccia? Cosa vuoi che io diventi? 

Nella stanza dove è vissuta notiamo una grande sobrietà ed essenzialità che rivela la scelta del cuore: l’amore di Cristo, che desidera tenere stretto a sè, vivere in intimità con Lui.

Nella stanza dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita, ha vissuto la consegna totale di se stessa nell’amore, attraversando lo spogliamento e il dolore della malattia, e crescendo nella fiducia e nell’abbandono a Colui che l’aveva scelta come Sposa.

E noi come attraversiamo i deserti e le difficoltà della nostra vita? 

Questi piccoli squarci nella vita di Beata Teresa Maria della Croce, rivelano che la santità è un dono che ciascuno può cogliere a piene mani, senza dover aspettare grandi occasioni per diventarlo. La vita, così com’è, anche quando anonima e nascosta, è occasione di santità, ovvero di unione con Dio, che abita in noi e in ogni istante del nostro tempo.

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La nostra tradizione del Carmelo riconosce in San Giuseppe il patrono e il modello della vita mistica carmelitana.

È innegabile che più di ogni altro Teresa di Gesù ha fatto del culto a san Giuseppe uno degli elementi caratterizzanti la pietà e la fisionomia spirituale del Carmelo. L’incontro con san Giuseppe avvenne in uno dei periodi più duri della sua vita. Teresa ha circa 25 anni, ha sofferto di una lunga e penosa malattia, in cui le cure dei medici terreni si sono rivelate non solo inefficaci ma dannose. È rimasta paralizzata ed è sfinita fisicamente e psicologicamente. Sente di non avere nessun valido aiuto al suo fianco ed è in questo momento che, spinta da un’intuizione interiore, si rivolge a san Giuseppe come al suo “padre e signore” (Vita 6, 6;33, 12).

In effetti, tale egli si dimostrerà nei suoi confronti per tutto il resto della sua vita. Non ci sarà necessità dalla quale egli non la libererà, esercitando su di lei e sulla sua opera la funzione di custode e protettore. Da esperienza privata la devozione a san Giuseppe diventerà un tratto distintivo della riforma teresiana, centrata sull’amicizia con Gesù Cristo. Come Giuseppe ha vegliato sulla relazione tra Maria e Gesù, difendendola dai pericoli esterni e custodendone la dimora, ugualmente egli si impegna a vegliare sui Carmeli, che al modo della famiglia di Nazareth vogliono essere il luogo in cui si accoglie l’umanità di Gesù e si vive solo per essa e con essa. Per questo Giuseppe non è soltanto il patrono, ma anche il maestro di coloro che praticano l’orazione (Vita 6, 8) perché nessuno più di lui sa come si viva una vita in intimità con Gesù e con Maria, avendo passato tanti anni con loro e reso possibile l’esistenza stessa della famiglia di Nazareth. Non sorprende, pertanto, che dieci dei quindici Carmeli fondati direttamente da Teresa portino il titolo di san Giuseppe. Il santo è talmente presente nell’attività di fondatrice di Teresa (che nei suoi viaggi porta sempre con sé una statua di san Giuseppe) da guadagnarsi il titolo di “fondatore” del Carmelo teresiano.  Evidentemente, questo appellativo è da intendersi nel senso che san Giuseppe assistette Teresa nella fondazione dei Carmeli riformati. È certo, però, che accanto alla tradizionale figura del Santo Padre Elia si colloca ora il Santo Padre Giuseppe e questo creò una sorta di incertezza su quale dei due dovesse essere considerato il principale patrono e fondatore dopo la Vergine Maria

Una delle opinioni caratteristiche di Teresa è che mentre altri santi sono destinati da Dio a soccorrere in certe necessità particolari, san Giuseppe ha una sorta di mandato universale, per venire in aiuto a qualsiasi genere di bisogno, materiale e spirituale (Vita 6, 6).

Viviamo in un mondo in cui tendiamo a sfuggire i vincoli di relazioni e impegni stabili e a chiuderci in uno sterile narcisismo, Giuseppe ci indica il cammino della rinuncia a noi stessi, della responsabilità quotidiana, del silenzioso operare perché la famiglia viva e cresca.

Un padre di famiglia cerca di sanare le ferite della propria casa. Il nostro patrono ci mette davanti al bisogno di sanare le ferite dell’umanità, e le ferite all’interno della propria Chiesa. Non c’è Chiesa, non c’è Carmelo senza persone che dimenticandosi di sé stesse lavorano giorno e notte per dare agli altri una base sicura su cui poggiare. Lavorano nell’oscurità, portando nel cuore le proprie ansie e fatiche, spesso senza vedere i frutti né intravvedere la meta, confidando solo in colui da cui la loro paternità proviene e prende nome (cfr. Ef 3,15). Persone così potranno sempre trovare in san Giuseppe il loro patrono e modello, il loro “padre e signore”.

La Parola giunse a Giuseppe in un sogno, che possiamo interpretare come la sua preghiera, la sua interiorità. Si potrebbe dire che ogni Carmelo è un luogo di sogni: la preghiera è come un sogno, che contiene in sé un messaggio segreto. La comunità carmelitana è un gruppo di persone che sogna di fare della propria casa una nuova Gerusalemme, persone che condividono il sogno del profeta per un mondo migliore, persone che si lasciano catturare ogni giorno dal sogno della salvezza.

Ascoltando ogni giorno la Parola della salvezza, ci conformiamo a Cristo nella sua obbedienza e nella sua volontà di servire, lui che non è venuto per essere servito ma per servire, lui che trovava in un bambino piccolo l’esempio di come dobbiamo essere se desideriamo entrare nel regno di Dio. I carmelitani e le carmelitane, come san Giuseppe, conoscono il sogno e mantengono la luce della speranza che brilla per quel nuovo mondo promesso a coloro che sono attenti alla Parola di Dio, perché Dio farà nuove tutte le cose.

Insieme a Maria, Giuseppe è l’icona evangelica nella quale noi carmelitani/e possiamo leggere e comprendere che cosa vuol dire per davvero “vivere nell’ossequio di Gesù Cristo”. E pertanto, a buon diritto, continueremo a rivolgerci a lui come a nostro padre e patrono, ma anche amico fedele e guida esperta nel cammino sulle orme di Gesù.

Brani tratta da: Lettera dei Superiori Generali O.Carm. e O.C.D. alla famiglia carmelitana
nella ricorrenza del 150esimo anniversario della proclamazione del
patrocinio di san Giuseppe sulla Chiesa universale – 2020

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I venerdì di Belo Horizonte

Ecco alcune foto dalla comunità di Belo Horizonte: gli incontri dell’ultimo venerdì del mese per i giovani: c’è un tema che viene sviluppato insieme, musica e attività. I ragazzi stessi sono responsabili di organizzare gli incontri, e così c’è chi si occupa dei canti, chi delle dinamiche e chi lava i piatti dopo i pasti 🙂 Ricordiamo dunque nella preghiera la Chiesa in Brasile, perchè possa fiorire sempre più!

 

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La luce è venuta per te Gerusalemme,

su di te si è levata la gloria del Signore:

nella tua luce cammineranno le genti,

alleluia.

 

Il simbolo della luce sta al centro del tempo liturgico del Natale, ma è anche presente nell’atmosfera natalizia che rende le strade delle nostre città più colorate e luminose. Si accendono tante luci, a Natale. In effetti, la luce è una realtà che sempre si trova nelle tradizioni religiose. Essa significa vita, calore, ed è il segno distintivo della divinità. La luce si irradia su tutto e tutti, non si può arrestare facilmente, e non la si può “catturare”. Ma c’è di più: la luce è anche simbolo di verità, quasi un suo sinonimo. Fare luce su qualcosa vuol dire portare allo scoperto la verità dei fatti, smascherare sotterfugi, reticenze e menzogne. Davvero, nel mondo “immerso nelle tenebre”, la luce è l’unica fonte di orientamento e di vita. Perciò diciamo che Dio è la luce. Nel Credo di Nicea, quello che abitualmente si recita alla Messa la domenica, l’equazione Dio-luce è affermata con forza e quasi a svelare il mistero dell’unione delle tre persone divine: Dio da Dio, luce da luce …

Se Dio si svela sotto il simbolo della luce, quello della tenebra rispecchia bene la situazione realistica della storia umana. Nelle sue mille contraddizioni, l’avventura degli uomini (dei singoli come delle nazioni) appare irrimediabilmente opaca, oscura e perfino impenetrabile. Ci sono, infatti, le tenebre della violenza. Quanti uomini e quante donne sono inghiottiti ogni giorno dalla furia cieca e inarrestabile della guerra, dello sfruttamento, della persecuzione.

La luce nel mondo si fa, poi, ancor più flebile a causa delle tenebre dell’ignoranza. Non soltanto per tutti coloro che non hanno accesso all’istruzione, ma anche per la disinformazione e la manipolazione delle notizie. Troppo spesso i mezzi di comunicazione diventano strumenti di potere, capaci di portare messaggi e stili di vita molto discutibili, perfino distruttivi, fin dentro le case degli uomini.

Il buio pare farsi più fitto a causa dei conflitti sociali o culturali che preoccupano i grandi della terra…

La Scrittura, però, ci avverte: a niente vale tentare di risolvere i mali del mondo, se non si riesce a disinnescare, per così dire, l’origine della tenebra che a volte sembra sopraffare ogni cosa e precipitare tutto nell’oscurità. Gesù diceva che non tutto ciò che entra nel corpo dell’uomo lo contamina, ma ciò che esce dal suo cuore ferito dal peccato. Ecco, allora, che la luce di Cristo si è accesa, prima di tutto, nel cuore degli uomini. È qui che essa è venuta ad abitare, per rischiarare i pensieri e quel luogo profondo di noi stessi dove nascono le intenzioni e i propositi, dove si consuma l’eterna lotta tra la seduzione del tentatore e le deboli forze dell’uomo. Se leggiamo bene i vangeli del Natale, troviamo innanzitutto anime accoglienti e pronte a mettersi in cammino seguendo la luce della parola divina che li ha visitati. Così fu per Maria, la madre di Gesù. Così per Giuseppe, destato dal suo sconcerto dalla voce dell’angelo e poi condotto fino in Egitto. Così per i pastori di Betlemme, raggiunti dal misterioso canto angelico e guidati da esso fino alla visione del “segno” della loro salvezza, ai piedi del bambino nato nella grotta. E così fu anche per i Magi che seguendo la stella luminosa più di tutte le altre giunsero a colmare la loro attesa di sapienza e di meraviglia dinanzi al più umile e inaspettato dei re: un bambino e la sua povera famiglia, braccati e fuggiaschi. La più regale delle situazioni umane, cioè l’amore non accolto, travisato dalla superbia dei potenti e che non ha altra difesa se non in Dio.

La luce di Cristo, nonostante tutto, splende nelle tenebre. E se le tenebre non sembrano accoglierla, non così avviene per coloro che scorgono in essa un richiamo potente alla fiducia nell’avvenire tracciato da Dio. Come un abile pilota, la divina Provvidenza traccia la sua rotta, segna i suoi punti di riferimento e le sue luci sono sempre accese per i pellegrini di ogni tempo e di ogni cultura. Non dobbiamo rinunciare a scorgere, perfino nel buio fitto della storia umana, i segni accesi dalla grazia di Cristo. Non dobbiamo perdere la traccia del nostro cammino. Anzi, come la sentinella che nella notte scruta dall’alto delle mura l’impenetrabile muro delle tenebre, attendiamo il primo segnale dell’alba per annunciare alla città la visita di un nuovo giorno, quello voluto da Dio e da lui creato.

 

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Padre Miguel de María Márquez Calle, generale dell’Ordine Carmelitano, ha celebrato oggi la S. Messa nella chiesa di San Giuda Taddeo a Roma. Durante la Messa ha distribuito i semi della senape di Betlemme alla gente, come simbolo della piccolezza, che nelle mani di Dio può crescere ed essere molto feconda. La nostra debolezza, i nostri limiti, non sono mai un problema. Il problema è solo la fiducia. Lui può fare i miracoli in chi si fida veramente. Pensiamo a Davide: è il più piccolo, ma avrà fiducia in Dio e vincerà Golia. Mi dico: sono piccolo! E il Signore risponde: E’ impossibile per te, non per me! Noi siamo canali: siamo piccoli, poveri, ma diciamo “Eccomi!” e il Signore compie miracoli. Se il Signore trova l’umiltà nel cuore di una persona, farà miracoli! Gesù afferma: “Sono venuto per fare la volontà di Dio”. Ogni giorno anche noi chiediamoci: cosa vuoi dirmi Signore? Icona dell’Avvento è Maria, donna incinta e in cammino, si fida di Dio senza alcuna sicurezza e si mette in cammino, in fretta, ovvero con amore, con il cuore innamorato.

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“Tu ci hai scelto dal mondo

Perché portiamo frutto

Come fosse un incendio

Tu sarai insieme a noi

In ogni attimo per farci tuoi …”

Queste sono le parole che alcuni dei giovani della nostra diocesi di Treviso hanno cantato a squarciagola durante l’adorazione eucaristica, fatta sabato 16 novembre nella chiesa di San Niccolò a Treviso. È stato un momento molto prezioso e pieno di grazia su grazia.

La chiesa era traboccante di giovani di diverse età, eppure c’era un silenzio di tomba e un clima di preghiera che trasmetteva pace e serenità.

La gioia con cui cantavano i ragazzi del coro ha acceso la chiesa di un fuoco d’amore – “come un incenDio” direbbero loro –  le parole infatti sono povere per spiegarlo. Il desiderio che anima il loro cuore per tessere rapporti sani di fraternità ha svegliato l’ attenzione degli adulti che erano presenti.

La mia preghiera è che questo fuoco continui ad ardere nel cuore di ogni persona che ha partecipato a quell’adorazione e i giovani continuino ad essere accessi appartenendo sempre più a Cristo e alla sua chiesa.

È un vero e proprio segno di speranza: loro, i giovani, sono il futuro della chiesa e i portatori di Cristo nel mondo. Sabato sera ho visto con i miei occhi le meraviglie che Gesù ha compiuto e compie continuamente in questi ragazzi.

Mi sento chiamata a custodire il loro fuoco e ad aiutarli a tenerlo sempre acceso affinché illuminino e brillino come astri nell’oscurità.

Noi, chiesa, cerchiamo di accompagnare questi cuori, attratti dall’amore incondizionato di Cristo e desiderosi di conoscerlo più personalmente. Camminiamo accanto a loro, come ha fatto Gesù con i discepoli di Emmaus e se serve proprio parlare, possiamo sussurrare delicatamente all’orecchio per orientare sempre il cammino verso l’Essenziale.

Sogno una primavera per la nostra chiesa e i ragazzi sono proprio il canale attraverso il quale Dio innaffia il suo campo per fiorire e portare frutto. Sono convinta che il Signore completerà l’opera sua in loro e non abbandonerà mai l’opera delle sue mani. Noi continuiamo ad essere disponibili, come madri accoglienti sempre con le braccia aperte.

sr Dina della Santa Famiglia

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