Gennaio 2026

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Perseveranti nell’Adorare

La prima serata del triduo di festeggiamento dei 124 anni di adorazione perpetua nella Chiesa del Corpus Domini è stata accompagnata da una meditazione di padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, di cui riportiamo solo alcuni succintissimi appunti:

L’adorazione implica un’intimità “bocca a bocca”, os oris. La bocca è la parte che usiamo per scambiarci baci e parole, per esprimere la nostra vita interiore, è una straordinaria finestra che mostra ciò che è nel nostro cuore ed è una porta per portare qualcosa dentro al cuore.

Questa è quella profonda intimità che viviamo nella nostra relazione con Gesù riservandogli uno sguardo contemplativo ma anche aprendo la bocca in un bacio. Il bacio secondo i padri della Chiesa Orientale è il timbro spirituale mediante il quale entriamo più in profonda comunione con Gesù. Labbra, bocca e l’apertura del nostro cuore anche nelle sue dimensioni emotive: tutto ciò ci dice che abbiamo bisogno di una dimensione integrale nella relazione con Dio. L’incarnazione chiede un coinvolgimento con la pienezza di Gesù, con la pienezza di noi stessi, dai nostri sensi esteriori ai sensi interiori.

Il nostro tempo è segnato da un approccio superficiale alla realtà che ci circonda, da una sorta di narcosi della soglia dell’attenzione nella collettività. Ci mostra che spesso noi abbiamo a disposizione strumenti raffinati che colgono la realtà, e tuttavia, tale ricchezza tecnologica con cui possiamo carpirla, non corrisponde a una medesima dimensione interiore, a una medesima capacità di cogliere il potenziale spirituale della realtà come via per arrivare al Signore e giungere a capire quel che ci vuole dire.

Cosa dice un adoratore? Un adoratore può dire qualcosa circa il modo necessario per cogliere tutto quello che la realtà può comunicarci se lo sguardo si fa meno distratto.

Durante l’adorazione, la persona dona e riceve dei baci nello Spirito. La vita spirituale non è solo qualche minuto di vita teologale, o di pratica devota, di ascolto della Parola o liturgia, ma è esperienza che rilancia la nostra umanità.

Guardini parla di due forme di conoscenza: l’una conduce ad immergersi nell’oggetto che si vuole conoscere e nel suo contesto; l’altra raduna le cose, le decompone, le possiede e le domina. L’uomo con quest’ultima modalità perde tutti i legami interiori. Nel suo essere interiore diviene senza contorni, senza misure. Viene da chiedersi: una vita così può rimanere vivente?

La prima forma di conoscenza di cui parla Guardini sembra invece una descrizione di cosa significa adorare Gesù, ovvero è un immergersi nell’oggetto (Gesù) e nel suo contesto, cercando di vivere in Lui. L’adorazione è esperienza di conoscenza in cui non abbiamo pretesa di incasellare, decomporre o possedere. Mette infatti in luce il limite, che è segnato dallo Spirito Santo, di essere di fronte a un mistero assoluto. Proprio questa consapevolezza del limite ci porta a una conoscenza che non è presuntuosa, ma è immersione nell’altro. Grazie all’incontro con quel limite noi viviamo di tutto quello che il Signore ci consegna, che è gratuità del dono. E coltiviamo uno sguardo grato, eucaristico, teso alla lode e alla meraviglia.

Si tratta di un’sperienza in cui non sono io a impossessarmi della realtà, ma è la realtà che mi viene incontro e mi accorgo che tutto è grazia, tutto è dono, e io posso avere solo un atteggiamento di umile arresa. Si tratta di una qualificazione della nostra umanità che ci dona coscienza del limite e che ci fa sentire destinatari della rivelazione. Vogliamo essere consapevoli che se lasciamo spazio al Signore come vero Signore della nostra storia e protagonista della nostra realtà, allora la nostra storia potrà partorire il domani che Maria ha cantato nel suo Magnificat.

Nella Veglia di Natale i padri ci fanno notare che come il bambino viene deposto sulle lenzuola della mangiatoia, quello stesso corpo verrà deposto sull’altare, perchè il popolo di Dio lo possa mangiare e assimilarsi a Lui. L’evento storico viene posto in una rilettura liturgico-simbolica. Qual è il segno che davvero l’Emmanuele è con noi e non ci abbandona più? Un bambino avvolto in fasce. Ma possiamo esser certi che il segno vale anche per noi? Il segno dato ai pastori per noi diventa verificabile quando partecipiamo alla S. Eucaristia, quando vediamo la sua ostia Santa. Così anche noi siamo come i pastori nella notte di Natale e la correlazione è data dall’eucaristia. Acquisiamo una conoscenza estatica mediante la quale è ciò che è fuori di noi che modella il nostro cuore, e noi accogliamo una realtà intrisa dell’amore del Signore, e ciò ci addestra a vedere la realtà nel suo insieme. Come Maria che mette tutto insieme, medita, nel suo cuore. L’adorazione diviene un luogo di decifrazione della realtà.

L’incontro con il Signore non si può isolare da tutto il resto, anzi chiede un amore caldo, coivolgente, sponsale. La vita vivente non sta nel sapere “tante cose”, ma nell’essere immersi nella cosa che vogliamo conoscere, così che questa ci trasforma, per cui il soggetto è Dio e noi siamo l’oggetto, noi siamo l’oggetto creato dal proprio creatore.

Papa Leone parla di “preparazione”: anche oggi come allora c’è una cena da preparare, si tratta della nostra disponibilità ad entrare in un gesto che ci supera. L’Eucaristia non si celebra solo sull’altare, ma anche nella realtà, “lasciando spazio”. I preparativi rendono possibile un incontro. Preparativo è cura del desiderio, rimanendo con umiltà di fronte alla realtà di Dio, e adorandola, così che questa ci trasforma. San Basilio affermava che la nostra vera immagine la acquisiamo quando ci specchiamo di fronte al Bambino Gesù. Così guardando all’Eucaristia vediamo la carne di Gesù, e possiamo lasciarci assimilare a Cristo. E i selfie ci dicono sì qualcosa di noi, ma in modo insufficiente, giammai con questa pienezza. Riceviamo una visione alta delle nostre potenzialità umane in Cristo.

Estendere questa conoscenza anche quando l’Eucaristia è finita, è fondamentale. Finisce l’agire umano e si lascia fare all’agire di Dio, e questa esperienza inonda la nostra umanità e la trasforma dal di dentro. Ciò accade anche di fronte al tabernacolo: non si tratta di una convinzione cerebrale e dottrinale che lì è veramente presente Gesù nel suo corpo, ma è la partecipazione alla sua vita, è diventare ciò che mangiamo.

Che l’Eucaristia diventi l’opportunità di far operare il Signore nella nostra vita, lavorando nelle nostre relazioni fraterne perchè siano la trascrizione di questa vita eucaristica.

Come sottolineano le preghiere eucaristiche, si tratta di diventare un solo corpo e un solo spirito. Dobbiamo essere appassionati di unità! Fermento di unità! L’Eucaristia ci fa capire chi siamo veramente! Pur essendo molti, formiamo un corpo solo!

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I MAGI E LA STELLA

Il Vangelo dei Magi non inizia con una nascita, ma con una constatazione: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode…” (Mt 2,1) è un inizio che sorprende! Matteo dice semplicemente che Gesù è già nato. Questo dettaglio non è casuale, è importantissimo: Gesù è già nato. La storia è già iniziata.  Dio è già entrato nel mondo. Colui che cerchiamo già c’è.

Il Natale non è “fare finta che Gesù rinasce”: Il Natale non è una rievocazione teatrale, “Gesù non rinasce ogni anno: è nato una volta per sempre.” Il Natale è memoria viva, non una recita: ricordiamo un fatto reale che ha cambiato la storia e che continua a parlare alla nostra vita di oggi. Gesù è già nato… La vera domanda non è “nasce o non nasce”, ma: Io che posto gli do nella mia vita? E ancora più concretamente: “Davanti a questa nascita, io che cosa faccio?” Che atteggiamento assumo: resto spettatore o mi lascio coinvolgere? Continua tutto come prima o scelgo di mettermi in gioco?

«Dov’è colui che è nato?» chiedono i Magi. Questa domanda li rende particolari/speciali. Non si accontentano di quello che già sanno, non restano fermi, non dicono: “Va bene così”. Dentro di loro c’è un’inquietudine sana che li spinge a cercare e a continuare la loro ricerca. I Magi non hanno tutto chiaro, non sanno già dove arrivare, ma continuano a cercare, anche quando il cammino è lungo e faticoso, anche quando fa buio. È proprio questa inquietudine che li mette in movimento. Anche per noi è così. Chi smette di farsi domande si ferma. Chi si accontenta non cammina più. Il Natale ci ricorda che la fede non è avere tutte le risposte, ma non smettere di cercare. E quella domanda — “Dov’è?” — può diventare anche la nostra: Dov’è Gesù, oggi, nella mia vita? Dove posso trovare colui che è nato?

«Abbiamo visto spuntare la sua STELLA e siamo venuti ad adorarlo». I Magi riescono a vedere la stella perché alzano lo sguardo. Non fissano solo il buio, non restano chiusi nei loro pensieri o nei loro problemi: guardano in alto e intorno. Ed è proprio nel buio della notte che la stella diventa visibile.

Anche per noi è così. Se restiamo sempre piegati su noi stessi, sul nostro ombelico, sulle preoccupazioni, sul caos della vita, rischiamo di non vedere nulla.
Ma quando alziamo lo sguardo, qualcosa può accendersi anche nel buio.

La stella non toglie il caos, non cancella la confusione della vita, ma indica una direzione. Non risolve tutto, ma guida. Il Natale ci chiede proprio questo: alzare lo sguardo, smettere di guardarci solo addosso, per accorgerci che anche dentro il caos della nostra vita c’è una stella che ci guida a incontrare Gesù.

I Magi vedono spuntare la stella perché è notte/buio. Se fosse stato sempre giorno, probabilmente non l’avrebbero notata. È proprio il buio a rendere visibile la luce. Questo è molto importante anche a noi.
Non tutte le notti che attraversiamo sono disgrazie, anzi, possono diventare un luogo di rivelazione. Per questo possiamo dire, senza idealizzare il dolore: benedetta ogni notte oscura che attraverso, non perché è facile o divertente, ma perché se la vivo senza chiudermi, senza smettere di cercare, potrei vedere spuntare una stella. Il buio non ha l’ultima parola. Può diventare lo spazio in cui una luce si accende
e mi rimette in cammino verso Gesù, anche dentro il caos e la confusione della mia vita. Si tratta di non fuggire le nostre notti oscure, ma imparare ad abitarle. La grandezza dei Magi non sta solo nell’aver visto la stella, ma nel fatto che non si fermano allo stupore. Avrebbero potuto dire: “Che cosa bella”, emozionarsi un attimo e poi tornare alla loro vita. Invece no. Vanno oltre. La stella accende una domanda, non una semplice emozione. E quella domanda li porta in profondità. La loro ricerca non resta in superficie, non scivola nella mediocrità. I Magi prendono sul serio quello che hanno visto.
Si mettono in cammino, rischiano, sbagliano strada, ma continuano. L’importante per loro non perdere ciò che hanno trovato. Perché chi cerca davvero non si accontenta.

Questo vale anche per noi. Possiamo vivere il Natale come un momento bello che passa, oppure come un invito ad andare più a fondo, a non restare spettatori, a non fermarci a una fede di superficie.

La stella non è fatta per essere guardata, ma per essere seguita.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre» (Mt 2,11). I Magi devono entrare per poter vedere. Da fuori non si vede il Bambino. Restare sulla soglia significa restare spettatori. Per incontrare davvero Gesù bisogna entrare, mettere in gioco la propria vita, smettere di guardare da lontano, avere finalmente il coraggio di varcare la soglia ed entrare nella casa… Santa Teresa d’Avila dice che molte persone passano tutta la vita fuori dalla casa
e non entrano mai davvero dentro. Restano sulla soglia: sanno che c’è qualcosa, ne parlano, ma non fanno mai il passo decisivo. E poi «Si prostrarono»: prostrarsi significa cambiare posizione. Non stare dritti, rigidi, convinti di sapere già tutto. Ma abbassarsi, farsi piccoli, diventare flessibili, accettare di non essere al centro. Ed è significativo che i Magi facciano questo gesto davanti a un Bambino. Non davanti a un re potente, non davanti a qualcuno che impone paura o forza, ma davanti alla grandezza di un Dio che si fa piccolo.

I Magi si inchinano perché riconoscono che la vera grandezza non sta nel potere, ma nell’amore che si abbassa. Davanti a Gesù imparano che Dio non schiaccia, ma chiede spazio nel cuore.

Chi cerca davvero Gesù deve essere disposto a questo: cambiare postura, cioè mentalità, atteggiamento, modo di guardare sé stessi, gli altri e Dio. Solo chi si abbassa riesce davvero a vedere la grandezza nascosta di un Dio Bambino.

«Lo adorarono»: L’adorazione è un atto profondamente intimo. È riconoscere che Gesù non è “una cosa in più” nella mia vita, ma il mio Familiare, Qualcuno davanti a cui mi fermo e a cui affido il cuore, senza difese. Adorare infatti significa entrare in relazione, passare dalla ricerca all’Incontro, dallo stupore a un legame vero. È un gesto così forte che coinvolge tutto di noi: non solo la mente, ma anche il corpo. Prostrarsi, inginocchiarsi, fermarsi in silenzio è dire con il corpo ciò che a volte le parole non riescono a esprimere: «Mi fido, mi affido, mi consegno». Avere intimità con Dio significa lasciarsi raggiungere da Lui così come siamo, fino a diventare — nel modo più vero possibile — una cosa sola con Lui. L’adorazione è questo: non fare qualcosa per Dio, ma stare con Dio.

Alla fine, «Aprirono i loro scrigni e gli offrirono i loro doni»: i Magi aprono. Non tengono tutto per sé. Aprire i loro scrigni è la vera meta del viaggio.
Non hanno camminato solo per vedere una stella, ma per arrivare a questo punto: riconoscere che davanti a quel Bambino tutto cambia. Gli scrigni rappresentano ciò che abbiamo di più prezioso: talenti, fragilità, tempo, sogni, paure, sicurezze.

Riconoscendo che quel Bambino è Dio, i Magi capiscono che davanti a Lui nulla è più prezioso.
Ogni possesso diventa relativo, ogni sicurezza perde importanza.

Per questo aprono: perché davanti a Gesù non si trattiene nulla, non ci si difende, non si tiene qualcosa per sé. L’incontro vero con Gesù porta sempre qui: aprire il proprio tesoro e offrire ciò che si è, non quello che si vorrebbe essere.

Suor Dina della Santa Famiglia

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Suor Sara della Trinità rinnova oggi, solennità della Madre di Dio, i voti di castità, povertà e obbedienza nella nostra famiglia religiosa. E Maria è il più bell’esempio di donna che ha consacrato il suo corpo e la sua vita al Dio che cresceva in lei. Ecco le parole di padre Paolo OCD all’omelia:

“I pastori all’invito del canto degli angeli, ad accorrere a Betlemme, rispondono dirigendosi senza perdere tempo verso Betlemme. Quello che trovano è un bambino, come era stato loro annunciato, e i suoi genitori. Se i pastori ci insegnano a intraprendere nuovi percorsi, Maria è colei che conserva il legame fra la storia, e ciò che Dio comunica. Avrebbe potuto vivere quella nascita come una sciagura, invece mostra come si fosse impegnata a comprendere quanto le era stato annunciato, quando con il suo sì decise di fidarsi delle parole di Dio. Noi spesso nella realtà vogliamo delle soluzioni immediate, dei percorsi già stabiliti, ma agendo in questo modo non lasciamo intervenire Dio, non gli diamo spazio, non riconosciamo la sua opera in questo tempo, di conseguenza è difficile pensare che la nostra storia sia nelle mani di Dio.

Il Vangelo odierno suggerisce alcuni atteggiamenti concreti per affrontare il nuovo anno. Il primo è delineato dalla determinazione con cui i pastori hanno creduto al messaggio ricevuto da Dio, e dalla disponibilità a fare partecipi altri della loro esperienza, perché il loro stupore raggiunga tutti quelli che hanno un cuore di poveri.

L’altro atteggiamento è il comportamento pensoso e meditativo di Maria, che custodisce e protegge il ricordo delle parole udite e degli eventi vissuti, perché nulla vada dimenticato o perduto. E’ una memoria attiva, che approfondisce e collega gli eventi perché il disegno di Dio appaia più nitido. Non ha solo raccolto i fatti, ma anche le reazioni provocate da essi nelle persone, e questo permette di comprendere il lento lavoro interiore che ha dovuto affrontare per continuare a compiere la volontà di Dio, e a vivere il suo essere madre.

Nel silenzio ha pazientemente cercato di collegare la grandezza dell’annuncio udito, la straordinarietà degli eventi accaduti in lei, e le manifestazioni di stupore a cui ha assistito. L’azione del custodire presuppone che ci sia qualcosa da proteggere, conservare. E’ un tesoro che si riceve, si scopre. Maria ha accolto un bambino, una carne fragile che invoca presenza e cura, non un qualcosa di preconfezionato. La madre del Signore deve custodire suo Figlio, lo deve crescere. La custodia non è un’attività puramente intellettuale, è operosità nell’interiorità, è una creatività del cuore, che poi si esplicita negli affetti e nelle decisioni. Custodire il figlio di Dio comporta azioni, gesti, decisioni coraggiose, che nascono dalla capacità di leggere dentro i fatti e le persone.

Maria custodisce perché in prima persona avverte di essere custodita. Affidandosi a Dio, custodisce quanto le è stato donato. Custodire significa creare uno spazio in cui volti, parole, sogni, progetti, desideri, si possono incontrare. In questo modo l’altro ha la possibilità di esistere, di rivelarsi, di mostrarsi per quello che è. Questo lavoro interiore è una palestra che allena a una donazione senza riserve, e apre nuovi orizzonti. Sono le prime ore del nuovo anno e Maria indica che nella custodia del Figlio di Dio diamo concretezza alla fiducia, perché in Lui ognuno di noi trova il necessario per essere sé stesso e diventare ciò che Dio gli ha proposto.”

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