Ottobre porta con sé un grido che emoziona i cuori: È Círio un’altra volta! A Macapá, il Círio di Nazaré trasforma la città in uno scenario di fede, devozione e speranza. Fin dal 1934, anno della sua prima edizione, il Círio è diventato una delle più grandi manifestazioni religiose dell’Amazzonia, segno della profonda devozione del popolo alla Vergine di Nazaré, Regina dell’Amazzonia.
Le vie di Macapá si vestono di fede, di colori e di canti. Ancora una volta, il cuore dell’Amazzonia batte all’unisono com quello di Maria di Nazaré, la Madre che visita i suoi figli e li guida con passo dolce e sicuro verso il Figlio.
Tutto comincia con il cammino di Maria, quando l’immagine della Vergine lascia la Basilica e si fa pellegrina tra le famiglie, le scuole, gli ospedali e gli uffici pubblici. È la Madre che entra nelle case, benedice i sogni e consola le ferite. Ogni incontro diventa una piccola festa di fede; un rosario condiviso, un sorriso, un gesto di pace.
Poi, le acque del grande fiume si aprono alla Processione Fluviale, dove barche adornate di fiori e bandiere trasportano la statua di Nazaré. È un pellegrinaggio che unisce cielo e fiume, popolo e natura, memoria e speranza. La Vergine naviga tra le correnti del tempo come segno di presenza e di amore che non passa, creando uno spettacolo di fede e bellezza. Le preghiere e i canti si mescolano al suono delle sirene, trasformando il fiume in un grande sagrato. È la Madre che visita i suoi figli e benedice gli abitanti che abitano sulle rive del fiume.
Un altro momento molto bello è la Messa della sostituzione del Manto nel sabato, segno di rinnovamento e gratitudine, ogni manto porta un messaggio spirituale e una promessa di amore. Dopo la messa, si fa la Traslazione dell’immagine al Santuario di Fatima che nel giorno dopo la Vergine di Nazaré esce per le strade di Macapá nel suo cammino di fede.
La domenica è il giorno culminante, la grande processione del Círio. Quest’ anno 150 mila persone hanno percorso le vie della città con emozione e fede profonda, famiglie intere camminano insieme, ringraziando e pregando. Il Círio è il volto della fede amazzonica, semplice, forte e pienamente Mariana.
La Corda del Círio è un legame di fede e promessa. Simbolo centrale della processione, la corda rappresenta per i devoti un gesto di sacrificio e riconoscenza, toccarla, portarla, trascinarla significa offrire la propria promessa e ringraziare per una grazia ricevuta.
Ogni passo compiuto con fatica e lacrime è una preghiera silenziosa: Grazie, Madre di Nazaré, perchè cammini con me. La corda unisce migliaia di persone in un unico cammino di fede e speranza, è il cuore pulsante del Círio, una catena viva che lega i cuori al cielo.
Durante l’ ottava del Cirio ci sono tanti altri eventi, fra questi c’è la Romaria dei Giovani, una processione che non è solo un camminare, ma un grido di vita, un canto che dice al mondo: Maria cammina con noi! Insieme, ragazzi e ragazze percorrono le strade della città portando il Vangelo con il linguaggio del cuore e dell’allegria.
Alla fine del pellegrinaggio, la Festa dei Colori trasforma la piazza in un mosaico vivente. Polveri colorate si alzano al cielo come preghiere di gioia, e ogni sfumatura racconta qualcosa: il giallo della speranza, il rosso dell’amore, il verde della vita, l’azzurro della pace. In questo incontro tra fede e festa, la gioventù amazzonica mostra il suo protagonismo, non resta spettatrice, ma diventa voce, luce e movimento. Con Maria, la Regina dell’Amazzonia, i giovani imparano a dire sì alla vita, sì a Dio, sì al servizio e alla speranza, una Chiesa che canta, danza e cammina per le strade con il cuore acceso perché la fede, quando è vera, ha sempre i colori dell’amore.
Il ciclo delle feste si chiude con il Recírio, la processione delle luci. Le strade si illuminano con le candele, come un mare di stelle che accompagna il ritorno della Vergine. È un addio che non è fine, ma promessa: Maria continuerà a camminare tra il suo popolo.
Così, Macapá si rinnova ogni anno in questa grande sinfonia di fede, cultura e devozione. È Círio un’altra volta e ogni volta è come la prima, perché l’amore per la Regina dell’Amazzonia non conosce tramonto.
Viva la Regina dell’Amazzonia! Viva il Círio di Nazaré!
Sr. Nilma di Gesú















































































Penso che Dio abbia inventato noi persone consacrate, come tutti gli altri credenti, per portare la luce del Vangelo a modo nostro nei diversi tempi, culture, luoghi, situazioni in cui viviamo: per essere infine quella stessa luce. Siamo qui per mostrare che la ricerca di Dio è assolutamente essenziale e che questa ricerca dà un centro a tutte le altre “ricerche”: il bisogno e il desiderio di Dio è come un centro di gravità, senza il quale ci disintegreremmo e ci frantumeremmo in un universo di desideri, bisogni, pensieri, emozioni…
Ma per certi versi nei nostri conventi non siamo diversi da qualsiasi altro credente – in fondo, vogliamo tutti seguire Cristo. Abbiamo tutti bisogno di abbandonarci alla corrente d’amore che ci anima, ci attraversa e continua ad animare il mondo in cui Dio ci ha posto. Non siamo molto diversi nelle nostre relazioni interpersonali: viviamo i nostri drammi individuali e sociali e spesso non sappiamo affatto vivere insieme come vorremmo, ci feriamo a vicenda, deludiamo le nostre aspettative e quelle degli altri, sappiamo esattamente cosa dovremmo fare ma non lo facciamo… Siamo fragili e miserabili come qualsiasi altro essere umano, nonostante i nostri voti di castità, povertà, obbedienza… o qualsiasi cosa abbiamo scritto nei nostri ordini religiosi. Il più delle volte non siamo migliori delle altre persone, umanamente parlando. Vivere in una comunità religiosa a volte può essere, se non un inferno, almeno un purgatorio.
Dai primi secoli a oggi è vero che le persone consacrate ci sono per Dio e per gli altri: ma forse in modo diverso da come pensiamo. Consacrare la propria vita a Dio significa principalmente permettere allo Spirito di Dio di operare con me, di “disturbarmi” costantemente. Significa accettare di lasciare che lo Spirito mi conduca continuamente a uscire dalle mie certezze. Significa consentirgli di guarirmi affrontando il mio passato, le mie cadute, le mie paure, le mie tensioni interiori e integrandole nell’insieme della vita, affinché Dio, a cui nulla rimane nascosto, possa finalmente risplendere. Dargli tutto significa, a volte, raccogliere tutto
il mio coraggio e lanciarmi proprio nell’epicentro di ciò che temo di più. Essere religiosi, oggi, significa accogliere la chiamata alla lotta spirituale, non tirarsi indietro e persistere in essa con la speranza che tutto vada bene. Siamo nelle mani di Dio.
na scelta per sempre, che mi sono dovuta sbilanciare verso un terreno insicuro, non conosciuto, che mi faceva paura. Perché nessuno sa, cosa sarà. La leva su cui ho fatto forza per compiere questo salto, è stata una rilettura del percorso fatto fino a questo momento. Un cammino, nel mio caso, fatto sicuramente di determinazione e tenacia. Ma ero arrivata ad un punto in cui tutta la buona volontà non mi era sufficiente per proseguire. È stato il momento della crisi. Quel punto in cui tocchi il fondo e arrivi all’essenziale, e come si dice, o la va o la spacca. Allora percepivo quel tempo come un grosso buco nero. Ora lo considero come una svolta, una benedizione. È stato il momento favorevole per entrare finalmente in contatto con me stessa, con le mie zone d’ombra e di luce. Quel momento che ha attivato un lavoro interiore, di consapevolezza, guarigione, accoglienza, con tutta la sua componente di fatica e dolore, ma non solo. Il Signore sembrava rimettere insieme i pezzi della mia interiorità un po’ spaccata, che poi rendeva difficili anche le mie relazioni. Parlo di momento, ma forse sarebbe più corretto parlare di un processo che era maturato al suo culmine. E il tempo della mia più grande fragilità, si è rivelato quello della più grande forza, che ora sostiene la mia scelta, per cui ora posso andare incontro al mio futuro con serena fiducia.
La chiave mi sembra proprio questa: entrare, finalmente entrare in questo spazio interiore, seppure confuso o dolorante. Concedermi il tempo per restarci, per prenderne contatto, per lasciare che il Signore vi posi il suo sguardo e la sua azione amorevole. Questo rapporto così personale con il Signore e me stessa, è stata la grande chiave per una progressiva riconciliazione, che si rinnova di giorno in giorno. Convertire lo sguardo interiore, lasciando spazio a quello di Dio, ha poi convertito anche il mio sguardo sugli altri e sulla realtà che vivo. Questo è ora il mio più grande punto di forza. So che se in futuro mi troverò in momenti di aridità, difficoltà o conflitto, questo spazio interiore e questo rapporto intimo con il Signore sarà il luogo dove attingere perdono, riconciliazione, speranza, forza, capacità di amare.
La vita consacrata è bella. La vita in compagnia del Signore e dei fratelli e sorelle è davvero bella. Dunque, “Eccomi, Signore, si compia in me la tua Parola”. E ancora, citando la Seconda Lettera ai Corinzi: “se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”. (2Cor5,17-18) Sr Marta del Verbo di Dio




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