Perseveranti nell’Adorare

La prima serata del triduo di festeggiamento dei 124 anni di adorazione perpetua nella Chiesa del Corpus Domini è stata accompagnata da una meditazione di padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, di cui riportiamo solo alcuni succintissimi appunti:

L’adorazione implica un’intimità “bocca a bocca”, os oris. La bocca è la parte che usiamo per scambiarci baci e parole, per esprimere la nostra vita interiore, è una straordinaria finestra che mostra ciò che è nel nostro cuore ed è una porta per portare qualcosa dentro al cuore.

Questa è quella profonda intimità che viviamo nella nostra relazione con Gesù riservandogli uno sguardo contemplativo ma anche aprendo la bocca in un bacio. Il bacio secondo i padri della Chiesa Orientale è il timbro spirituale mediante il quale entriamo più in profonda comunione con Gesù. Labbra, bocca e l’apertura del nostro cuore anche nelle sue dimensioni emotive: tutto ciò ci dice che abbiamo bisogno di una dimensione integrale nella relazione con Dio. L’incarnazione chiede un coinvolgimento con la pienezza di Gesù, con la pienezza di noi stessi, dai nostri sensi esteriori ai sensi interiori.

Il nostro tempo è segnato da un approccio superficiale alla realtà che ci circonda, da una sorta di narcosi della soglia dell’attenzione nella collettività. Ci mostra che spesso noi abbiamo a disposizione strumenti raffinati che colgono la realtà, e tuttavia, tale ricchezza tecnologica con cui possiamo carpirla, non corrisponde a una medesima dimensione interiore, a una medesima capacità di cogliere il potenziale spirituale della realtà come via per arrivare al Signore e giungere a capire quel che ci vuole dire.

Cosa dice un adoratore? Un adoratore può dire qualcosa circa il modo necessario per cogliere tutto quello che la realtà può comunicarci se lo sguardo si fa meno distratto.

Durante l’adorazione, la persona dona e riceve dei baci nello Spirito. La vita spirituale non è solo qualche minuto di vita teologale, o di pratica devota, di ascolto della Parola o liturgia, ma è esperienza che rilancia la nostra umanità.

Guardini parla di due forme di conoscenza: l’una conduce ad immergersi nell’oggetto che si vuole conoscere e nel suo contesto; l’altra raduna le cose, le decompone, le possiede e le domina. L’uomo con quest’ultima modalità perde tutti i legami interiori. Nel suo essere interiore diviene senza contorni, senza misure. Viene da chiedersi: una vita così può rimanere vivente?

La prima forma di conoscenza di cui parla Guardini sembra invece una descrizione di cosa significa adorare Gesù, ovvero è un immergersi nell’oggetto (Gesù) e nel suo contesto, cercando di vivere in Lui. L’adorazione è esperienza di conoscenza in cui non abbiamo pretesa di incasellare, decomporre o possedere. Mette infatti in luce il limite, che è segnato dallo Spirito Santo, di essere di fronte a un mistero assoluto. Proprio questa consapevolezza del limite ci porta a una conoscenza che non è presuntuosa, ma è immersione nell’altro. Grazie all’incontro con quel limite noi viviamo di tutto quello che il Signore ci consegna, che è gratuità del dono. E coltiviamo uno sguardo grato, eucaristico, teso alla lode e alla meraviglia.

Si tratta di un’sperienza in cui non sono io a impossessarmi della realtà, ma è la realtà che mi viene incontro e mi accorgo che tutto è grazia, tutto è dono, e io posso avere solo un atteggiamento di umile arresa. Si tratta di una qualificazione della nostra umanità che ci dona coscienza del limite e che ci fa sentire destinatari della rivelazione. Vogliamo essere consapevoli che se lasciamo spazio al Signore come vero Signore della nostra storia e protagonista della nostra realtà, allora la nostra storia potrà partorire il domani che Maria ha cantato nel suo Magnificat.

Nella Veglia di Natale i padri ci fanno notare che come il bambino viene deposto sulle lenzuola della mangiatoia, quello stesso corpo verrà deposto sull’altare, perchè il popolo di Dio lo possa mangiare e assimilarsi a Lui. L’evento storico viene posto in una rilettura liturgico-simbolica. Qual è il segno che davvero l’Emmanuele è con noi e non ci abbandona più? Un bambino avvolto in fasce. Ma possiamo esser certi che il segno vale anche per noi? Il segno dato ai pastori per noi diventa verificabile quando partecipiamo alla S. Eucaristia, quando vediamo la sua ostia Santa. Così anche noi siamo come i pastori nella notte di Natale e la correlazione è data dall’eucaristia. Acquisiamo una conoscenza estatica mediante la quale è ciò che è fuori di noi che modella il nostro cuore, e noi accogliamo una realtà intrisa dell’amore del Signore, e ciò ci addestra a vedere la realtà nel suo insieme. Come Maria che mette tutto insieme, medita, nel suo cuore. L’adorazione diviene un luogo di decifrazione della realtà.

L’incontro con il Signore non si può isolare da tutto il resto, anzi chiede un amore caldo, coivolgente, sponsale. La vita vivente non sta nel sapere “tante cose”, ma nell’essere immersi nella cosa che vogliamo conoscere, così che questa ci trasforma, per cui il soggetto è Dio e noi siamo l’oggetto, noi siamo l’oggetto creato dal proprio creatore.

Papa Leone parla di “preparazione”: anche oggi come allora c’è una cena da preparare, si tratta della nostra disponibilità ad entrare in un gesto che ci supera. L’Eucaristia non si celebra solo sull’altare, ma anche nella realtà, “lasciando spazio”. I preparativi rendono possibile un incontro. Preparativo è cura del desiderio, rimanendo con umiltà di fronte alla realtà di Dio, e adorandola, così che questa ci trasforma. San Basilio affermava che la nostra vera immagine la acquisiamo quando ci specchiamo di fronte al Bambino Gesù. Così guardando all’Eucaristia vediamo la carne di Gesù, e possiamo lasciarci assimilare a Cristo. E i selfie ci dicono sì qualcosa di noi, ma in modo insufficiente, giammai con questa pienezza. Riceviamo una visione alta delle nostre potenzialità umane in Cristo.

Estendere questa conoscenza anche quando l’Eucaristia è finita, è fondamentale. Finisce l’agire umano e si lascia fare all’agire di Dio, e questa esperienza inonda la nostra umanità e la trasforma dal di dentro. Ciò accade anche di fronte al tabernacolo: non si tratta di una convinzione cerebrale e dottrinale che lì è veramente presente Gesù nel suo corpo, ma è la partecipazione alla sua vita, è diventare ciò che mangiamo.

Che l’Eucaristia diventi l’opportunità di far operare il Signore nella nostra vita, lavorando nelle nostre relazioni fraterne perchè siano la trascrizione di questa vita eucaristica.

Come sottolineano le preghiere eucaristiche, si tratta di diventare un solo corpo e un solo spirito. Dobbiamo essere appassionati di unità! Fermento di unità! L’Eucaristia ci fa capire chi siamo veramente! Pur essendo molti, formiamo un corpo solo!