
Intervista a sr Anna di Gesù
Suor Anna, da dove vieni e dove sei cresciuta?

Sono cresciuta in Slovacchia, in una famiglia cattolica. Ho avuto un percorso tradizionale: battesimo pochi giorni dopo la nascita e poi, via via, gli altri sacramenti. Mi aiutò molto il fatto che, dopo la maturità, sia andata a studiare a Praga e abbia potuto scoprire che la Chiesa può funzionare molto bene anche come “minoranza” ed elemento marginale della società, e che al suo interno si può respirare liberamente. Allo stesso tempo ho avuto la possibilità di lasciare che la mia fede infantile si trasformasse in qualcosa di nuovo e di capire che la mia vita spirituale è una questione di mia personale responsabilità. Tuttavia, me ne rendo conto solo a posteriori: in quel periodo la fede non era per me così importante, mi godevo gli studi, gli amici e la libertà rispetto al mio ambiente d’origine.
Dove hai messo radici a Praga, tanto che la Chiesa ti è sembrata il luogo a cui voler legare la tua vita, in tutto e per tutto?
Ho cercato il mio posto nella vita piuttosto a lungo: prima in una relazione durata diversi anni e poi viaggiando. Forse suonerà un po’ come un cliché, ma in Africa, dove per alcuni mesi ho fatto volontariato presso le suore di Madre Teresa, ho capito che la vita riguarda qualcosa di diverso dal garantirsi il benessere materiale. Ho sentito finalmente che qualcosa si muoveva non solo all’esterno, ma anche dentro di me, e che questo aveva a che fare con la mia vocazione. Detto semplicemente, mi sono innamorata di Dio. Dopo il ritorno a Praga ho iniziato a cercare più intensamente luoghi in cui poter coltivare questa relazione e sono giunta così a conoscere le suore carmelitane di S. Teresa di Firenze e a partecipare agli esercizi spirituali che organizzavano. E così il mio cammino è proseguito. Mi sono appassionata alla preghiera contemplativa, ho trovato una guida spirituale e ho iniziato a frequentare il Carmelo di Praga. Le mie radici le ho poste, più che su un luogo concreto, su una domanda: come vivere la mia vita in pienezza. Ho capito che dovevo intraprendere un cammino verso il mio mondo interiore, aprire una porta dopo l’altra e accogliere tutto ciò che vi avrei trovato. Oltre a molte cose belle e gioiose, ho scoperto in me anche dei ripostigli piuttosto ingombranti, con cui a prima vista non si può fare molto. Eppure, continuo l’esplorazione, perché sento che tutto ha un senso e che Dio mi dice: sì, vai avanti, sono con te.
Associamo la scelta religiosa a una risposta definitiva, per cui la persona “non cercherà più nient’altro”. In che senso un consacrato può continuare a “cercare” anche dopo i voti perpetui?
Questo te lo dirò tra qualche anno, se Dio vorrà (sono infatti ancora una suora di voti temporanei, che rinnovo di anno in anno). Ma fin d’ora penso che la ricerca è una questione che dura tutta la vita. La ricerca di Dio è poi molto particolare: ti sembra di averlo quasi “raggiunto” e poi scopri che si è “spostato” un po’ più in là e che il paesaggio verso cui cammini è di nuovo diverso e attraente. In altre parole: una nuova sfida ogni giorno, su misura.
Il Carmelo è un luogo in cui ci si può sentire a casa. Ma non è detto che per questo ci si debba fare carmelitane! Ti sei mai chiesta quale fosse la strada giusta e, se la vita religiosa, in quale forma?
Non è stato un gesto avventato: ho fatto un discernimento sulla mia vocazione per diversi anni. All’inizio avevo alcuni criteri; per esempio, sapevo che non sarei stata capace di pregare otto ore al giorno (a meno che non si trattasse degli esercizi spirituali) e che il lavoro mi aiuta a uscire da me stessa e a non chiudermi in un circolo vizioso. Sapevo anche di voler vivere in una comunità “normale”, cioè con i piedi ben piantati per terra ma allo stesso tempo con una certa spinta in avanti, in modo da potermi permettere una crescita sana. E tenevo conto anche dei consigli della mia guida spirituale, che mi ha aiutata a trovare il ritmo giusto: a non affrettare le cose, ma allo stesso tempo a compiere altri piccoli o grandi passi. Osservavo le mie reazioni, esploravo il terreno davanti a me e intuivo che la direzione era quella giusta, perché nel profondo di me stessa sentivo pace.
In questa scelta, che cosa si è rivelato più facile di quanto ti aspettassi e che cosa invece è stato faticoso? C’è qualcosa di specifico della vita religiosa? O è semplicemente una vita normale in una casa condivisa con altre persone e con Dio?
Sì, che cammino sarebbe se non fosse faticoso! Ma è bello! Ho provato un gran sollievo quando ho
scoperto (e verificato) che nessuno vuole trasformarmi in una pecorella che debba comportarsi come tutte le altre. Era una paura stereotipata dell’uniformità e della perdita dell’identità. E ciò che per me è davvero faticoso? Il lavoro su me stessa. Una fatica che dura tutta la vita. Inoltre, già solo il fatto che io sia cresciuta con due fratelli maggiori con cui andavo a vedere le partite di calcio e l’hockey, e che poi mi sia ritrovata all’improvviso in un gruppo tutto femminile, con caratteri e interessi diversi, per di più di culture differenti, è stato un grosso elemento di novità! Ma funziona perché condividiamo lo stesso desiderio radicale. Sì, questo potrebbe essere uno degli aspetti specifici della vita religiosa: mettere radici e crescere dentro la vita di Dio.
Commenti recenti