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Celebriamo questa domenica la solennità di Pentecoste: solo una settimana fa abbiamo ascoltato nelle letture della liturgia le parole del Signore rivolte ai suoi discepoli prima di tornare al Padre. Abbiamo ascoltato la promessa loro rivolta di non lasciarli soli.

Ecco che oggi, questa promessa si compie: Gesù dona lo Spirito Santo, manda il Paraclito, l’avvocato e il consolatore, e vediamo che questo cambia radicalmente la situazione. La prima lettura, tratta dagli atti degli Apostoli, e il Vangelo di Giovani, che oggi ci vengono proposti, si aprono presentandoci la stessa situazione: gli apostoli si trovano chiusi nello stesso luogo. È una scena che ci racconta della paura e dello sconforto che abitava questi uomini, dell’incertezza di fronte alla missione che il maestro aveva loro affidato, eppure in essa cogliamo anche la volontà di non chiudersi ciascuno nel proprio dolore, di non isolarsi in una sterile nostalgia, magari rinfacciando agli altri, tra sé e sé, colpe e risentimenti. Stare nello stesso luogo, non sciogliere quel piccolo gruppo di chiamati, esprime il desiderio di continuare a credere che quel disegno del Signore, che avevano cominciato a conoscere insieme, insieme in qualche modo lo avrebbero portato avanti.

Quante volte anche noi fatichiamo a credere che il progetto di Dio sia ancora valido per noi, sia ancora lì, che attende di trovarci davvero aperti alla novità di Dio?

Nel racconto del Vangelo di Giovanni vediamo come Gesù raggiunge i suoi discepoli e porta il suo dono: per ben due volte ripete loro “Pace a voi”. Quando davvero Cristo Risorto sta nel mezzo, ossia è il centro della nostra comunità, della nostra famiglia, della nostra vita, allora la pace da lui promessa prima della sua passione può riempire la realtà, non la pace secondo le logiche del mondo, una pace fatta di equilibri precari, di deterrenze, di false cortesie, ma la sola vera pace possibile: la pace del perdono. Dalle parole di Gesù, infatti, sembra che lo scopo del dono dello Spirito sia proprio questo: rimettere i peccati. Come il Maestro ha portato su di se il peccato del mondo, il peccato di tutti noi, sulla croce, così anche i discepoli sono chiamati a essere strumenti della sua pace attraverso il perdono.

Ecco la strada della comunione, della vera comprensione: leggiamo nella lettura degli atti degli Apostoli che frutto dello Spirito è la comunicazione: gli apostoli parlano nella loro lingua natia, eppure a Gerusalemme tutti li comprendono, nonostante arrivassero da diversi luoghi, e parlassero lingue diverse.

Solo la strada del perdono può permetterci di comprendere fino in fondo l’altro e di essere da lui compreso, anche se arriviamo da situazioni molto diverse, se abbiamo visione della realtà e modi di ragionare molto diversi. Anzi, nella prima lettera ai Corinzi, San Paolo ci dice che è proprio questa diversità la ricchezza della Chiesa, perché lo Spirito sa fare di molte membra, scompaginate e sconnesse, il solo corpo di Cristo, un corpo ricco di doni per il bene comune, un corpo che, nella sua varietà, riceve la stessa energia dall’amore divino.

Ma ci chiediamo: che cos’è il perdono, se non la capacità di mettere da parte se stessi per fare spazio all’altro, mio fratello, e ancor prima all’ Altro, mio Signore e mio Dio? Infatti è interessante notare che il testo ci riporta il contenuto del discorso dei discepoli, sebbene in modo molto riassuntivo: non stanno parlando delle loro avventure con il maestro, non stanno confidando il loro dolore o i loro timori, stanno invece parlando delle GRANDI OPERE DI DIO.

Ecco la strada per la pace: mettere da parte se stessi e il proprio ego, per mettere nel mezzo Cristo e le grandi opere di Dio.

La Pentecoste non è la fine del tempo pasquale, ma il suo fine, il suo compimento: finalmente, con la forza dello Spirito Santo, che rende presente in mezzo a noi il Signore Risorto e ci rende possibile vivere come Lui ha vissuto, inizia il tempo della Chiesa, il tempo nel quale ciascuno di noi è chiamato ad essere testimone autentico di questa presenza, con la forza di quell’unico tratto identificativo che il Signore stesso ci ha indicato: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.

suor Alice

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Mt 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Io sono con voi. Io sono con te. Tutti i giorni. Fino alla fine del mondo.

Gesù ci ricorda che ha stretto con noi un legame di amicizia saldo. Questo legame è vero ora, nel presente della nostra vita, e lo sarà per sempre. Il nostro Dio, è un Dio presente. Tutto quello che viviamo, che attreversiamo, non gli è indifferente. Lui è presente. La sua presenza è fedele, ci sostiene, ci consola.

L’Eucarestia è il segno sacramentale di questa presenza, della comunione che Dio desidera vivere con ciascuno di noi. Dell’intima unione che il nostro Dio ci propone, bussando alle porte del nostro cuore.

Il dono di questa relazione, è già una realtà di fatto. Non abbiamo bisogno di meritarla o conquistarla.  Possiamo rinnovarne la memoria in ogni momento della giornata o in ogni anfratto del nostro cuore in cui scorgiamo il dubbio della sua assenza. Uno sguardo contemplativo è quello sguardo che non aggredisce l’alterità dell’altro o la realtà della vita con il giudizio o con la pretesa di cambiare le cose, ma sa accogliere tutto così com’è, scorgendovi la presenza di Dio e del suo amore, e lasciando che sia questo amore a penetrare e a trasfigurare gradualmente ogni realtà. Questo sguardo è permettere alla realtà di impregnarsi dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è un battesimo di fiducia in Colui che sa approfittare di tutto per condurlo al bene.

Il nostro Dio è un Dio potente, ha la forza dell’amore umile, che sconfigge anche la morte.

La comunità dei discepoli è mancante, non è costituita dal numero perfetto, 12, ma sono in 11. E’ una comunità “in difetto”. E anche il cuore dei singoli discepoli sembra essere in difetto, mancando di fiducia, essi dubitavano. Questo ci dice che la relazione d’amore con Dio è possibile ora, proprio ora, con quello che siamo e con quello che viviamo. E’ la scoperta che in qualsiasi situazione ci troviamo, Egli è il nostro solido fondamento, Egli è quel Tu che ci rivela a noi stessi. E’ la scoperta che in ogni istante in noi soffia lo Spirito Santo, che ci invita costantemente a partecipare alla vita divina, a una vita di reciproco dono di sè nell’amore. Non dobbiamo sforzarci di fare “tutto con le sole nostre forze”, ma arrenderci all’azione divina, attingere alla fonte di grazia che zampilla nel più intimo di noi stessi, e che sempre ci condurrà verso un di più di vita e di amore.

suor Marta del Verbo di Dio

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Nel Vangelo di questa domenica (Gv 14, 15-21) si prosegue, con il capitolo 14 di Giovanni, il lungo discorso compiuto da Gesù prima di consegnarsi alla morte di Croce.

Per noi oggi, che lo leggiamo nelle domeniche di Pasqua, è chiaro il riferimento che Gesù fa alla sua Resurrezione e alla sua Ascensione al Cielo. Ma per i discepoli deve essere sembrato un discorso incomprensibile, pieno di riferimenti strani. Anche loro sono dovuti passare nel tempo dopo la Pasqua di Resurrezione di Gesù per iniziare a capire quelle parole.

Si, con la Resurrezione Gesù ha aperto le porte della Casa del Padre, il paradiso, a tutti coloro che gli crederanno. La cosa sorprendente è che non solo ci ha preparato un posto in Cielo, ma ci ha pure dato la possibilità di compiere opere ancora più grandi delle sue. Come e possibile? Se ci guardiamo bene, vediamo solo tanta fragilità e pochezza, non è che dopo la Pasqua siamo diventati supereroi.

La verità è che con la Resurrezione ci viene fatto il dono di due cose importantissime ed essenziali. Gesù Risorto ci immette nella relazione sicura con Dio Padre, ci dona la possibilità di sentirci figli amati da un Padre buono che ha cura di noi e non più di un Dio innominabile e misterioso al quale dover offrire sacrifici e adempiere precetti.

Poi ci dona il suo spirito, il Paraclito, colui che sa suggerire e infondere il coraggio della testimonianza e lo stesso amore che circola tra il Padre e il Figlio.

È solo attraverso questi due preziosissimi doni che possiamo vivere da veri cristiani. Solo così, sentendosi amati così e vivendo di un amore così, è possibile mettere in pratica i comandamenti. La legge di Dio non è più un peso e un precetto da vivere, ma il modo per stare dentro alla relazione d’amore di Dio.

Quando ci si sente amati e nelle braccia di una relazione sicura si riesce a fare tutto, si desidera vivere della stessa vita di colui che ci ama, si vuole ciò che l’amato vuole, si impara ad amare col suo stesso amore.

Essere bravi Cristiani non vuol dire fare gli impeccabili osservanti della legge. I veri Cristiani sono coloro che sanno di essere amati, che credono in Colui che li ha amati per primo, che si fidano di Lui e ne ascoltano i suggerimenti.

Essere cristiani significa vivere la gioia di sapere per fede che si è, grazie a Gesù, tra le braccia del Padre. E poichè Lui ci ha creati e ci ha voluto in questo mondo, allora penserà a noi per ogni cosa.

Suor M. Nicoletta del Cuore di Cristo

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Non sia turbato il vostro cuore.

I discepoli sono turbati, hanno paura, perchè Gesù ha annunciato che dovrà morire.
Il sentimento è di paura, smarrimento, ansia.

A questo stato del cuore, Gesù risponde chiedendo la nostra fiducia in Lui.

Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.

Di fronte alle situazioni difficili e all’urto con la vita, e con la morte, Egli ci invita ad attaccarci ancor più saldamente alla sua persona. Ci chiama a mantenere la nostra adesione a Dio, mantenendo la nostra adesione a Lui. Ci chiama ad aderire a Lui, ovvero a unirci a Lui con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima. Ci invita a entrare e a restare in rapporto con Lui, e dunque con il Padre.

Qui fede non significa credere che Dio è, che esiste, ma significa avere con Lui un rapporto che coinvolge la nostra esistenza, con i suoi dubbi, paure, bisogno di sicurezza.

Nella casa del Padre mio vi sono molti posti.

“Casa di mio Padre” indica qui al contempo il luogo e la comunità di vita, dunque l’intimità del vivere insieme, caratteristico della famiglia. Dio appartiene all’ambito familiare, non è un tu distante relegato allo spazio della chiesa, ma vuole intrecciare con noi un rapporto di fiducia e vicinanza in tutte le cose che ci riguardano, anche le più quotidiane. Egli sta e vive con noi.

vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io

Questo luogo è la relazione stessa del Figlio con il Padre, è in questa relazione che Gesù vuole farci entrare stabilmente fin da ora, e poi, per l’eternità. E’ questa intimità il luogo a cui siamo destinati.

E del luogo dove io vado, voi conoscete la via

La via stessa è la relazione con la persona di Gesù. Questa relazione ci conduce alla meta: l’unione d’amore con il Dio che ci ha creati. L’umanità di Cristo è la via sicura e certa per entrare in comunione d’amore con Dio. Chi segue questa via, trova un Dio che è Padre, non patrigno.

Da santa Teresa d’Avila, Vita, c. XXII, 6-7

Per me, ho sempre riconosciuto e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell’Umanità santissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. Ne ho fatta molte volte l’esperienza, e me l’ha detto Lui stesso, per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta. Perciò chi lo segue non voglia cercare altra strada, nemmeno se già al sommo della contemplazione, perché di qui si è sicuri. Da questo dolce Signore ci deriva ogni bene. Egli ci istruirà. Studi la Sua vita e non troverà un modello più perfetto

Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto.

La conoscenza di Dio è progressiva ed è relazionale, prima ancora che intellettuale, nasce e cresce dall’amore e si raggiunge nella pratica dell’amore, che approfondisce la comunione con Lui.

Chi ha visto me ha visto il Padre.

Nuovamente si sottolinea l’incarnazione: Gesù è l’incarnazione del Verbo di Dio pronunciato dall’eternità dal Padre. Gesù dunque ne è l’icona, l’immagine perfetta, e a questa immagine anche noi siamo stati creati.

Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.

Le opere stesse testimoniano la comunione del Figlio con il Padre: le opere di Gesù sono infatti sempre opere per la vita, di compassione, misericordia, perdono, sempre a favore dell’uomo, così come il Padre è datore di vita, anche il Figlio dona la vita, e la vita eterna.

suor Marta del Verbo di Dio

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Pregare il Vangelo del Buon Pastore

Giovanni nel vangelo di oggi, ci presenta Gesù in maniera diversa. Anzi è Gesù stesso a presentarsi in modo insolito, si definisce non solo il Pastore, ma addirittura la Porta. Ma che intende dire?

Spesso, leggendo questo brano, ci concentriamo più sull’immagine del pastore che in qualche modo riusciamo a identificare perché sappiamo chi è il pastore e il ruolo che svolge. Gesù si presenta come pastore per dirci che Egli non è semplicemente un maestro che insegna e che compie dei miracoli, ma è molto di più, come il pastore che conosce le sue pecore così il Signore Gesù conosce tutti quelli che lo ascoltano e chiama ciascuno per nome. Non si limita a un appellativo generico, ma conosce tutti i nomi e questo evidenzia il suo interessarsi di tutti senza escludere nessuno. E non si limita solo al conoscere i nomi, va oltre, crea una relazione, un legame profondo che rispetta l’identità e la libertà di ognuno e nello stesso tempo gli permette a essere riconosciuto dalla sua voce.

Queste immagini, della porta e del pastore, al tempo di Gesù erano famigliari alla gente, invece oggi rischiano di esserci distanti o poco significative. Il brano inizia presentando un ovile che nell’antico Israele era un recinto di pietra dove più greggi venivano radunate per la notte. Al mattino, ogni pastore arrivava e chiamava le proprie pecore le quali non seguivano l’uomo più forte o quello con il bastone più lungo, ma seguivano l’unica voce che riconoscevano famigliare. E Gesù ci dice che il pastore chiama le sue pecore “ciascuna per nome” perché le conosce tutte. Quindi sentire la voce di Gesù significa “rientrare in se stessi” e cercare quel rapporto di amicizia con Colui dal quale sappiamo di essere amati dice Teresa d’Avila. Se senti una voce che ti accusa, che ti sminuisce o che ti fa avere paura, questa non è la voce del Pastore. Il Pastore pronuncia il tuo nome con una tenerezza che non hai mai sperimentato e che riconosci subito.

Qui avviene un movimento importante: notiamo che si parla di entrare nel recinto e poi uscire. Per moltissimo tempo, l’ovile è stato interpretato come la Legge, il recinto delle regole. Invece Gesù viene a dirci che la fede non è stare al sicuro dietro un muro di precetti o delle regole, ma la fede vera è avere il coraggio di uscire fuori dalle mura verso chi ha bisogno della vita piena cioè della vita che solo il Signore può donare.

Non è mai facile lasciare le certezze di quel recinto dietro il quale ci ripariamo, però di una cosa possiamo essere certi è che non siamo da soli, il Pastore “cammina con noi”. Egli ci conosce per sin troppo bene e conosce bene la strada che dobbiamo fare, sa anche che non facciamo nulla prima di essere sicuri su tutto ciò che ci aspetta davanti, e nonostante, ci aiuta ad uscire e ad intraprendere il cammino, ci basta sapere che Colui che ci precede conosce la strada e dargli fiducia.

In un certo punto Gesù cambia la sua presentazione, prima aveva detto di essere il Buon Pastore invece adesso afferma: “Io sono la porta”.

Ma cosa significa che Egli è la porta? Vuol dire che Gesù è l’unico modo per entrare nel cuore di Dio, attraverso di Lui arriviamo al Padre. E lo dice lui stesso in modo molto chiaro: il Padre è in me ed io sono nel Padre, chi conosce me, conosce il Padre. 

E questo amore reciproco che egli ha con il Padre, lo vuole donare a tutti quelli che ascoltano e riconoscono la sua voce. Lo dice ancora in modo più forte: Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. L’abbondanza non è avere molte cose, ma avere un grande senso della verità e dell’amore per cui valga la pena dare la vita.

Santa Teresina di Gesù Bambino lo ha capito molto bene. Lei, chiusa in un monastero, viveva una “vita in abbondanza” tale da abbracciare il mondo intero. Diceva infatti: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’amore”.

Gesù ci parla sempre, ci sta sempre vicino in ogni momento della vita: nella gioia, nei dolori e nella sofferenza, però noi facciamo un’enorme fatica a riconoscere la sua voce, la sua mano che ci guida forse perché non abbiamo imparato ancora il suono della sua voce.

Quindi non abbiamo paura di uscire alla voce che ci chiama, perché come diceva Teresa d’Avila: chi ha Dio non manca di nulla. Chi cammina con il Buon Pastore sta andando verso la vera gioia, verso quella vita che non solo riempie le giornate, ma piena della presenza di Dio. Quindi non accontentiamoci mai di una vita minima, ma puntiamo tutto su quell’Abbondanza che solo il Signore può dare.

Ecco, abbiamo visto che Gesù, nel descriversi come Porta del recinto e il Pastore delle pecore, non parli di un potere o di superiorità, ma di un servizio d’amore. E per continuare questo servizio d’amore Egli ha scelto degli uomini che senza alcun interesse personale dedicano la loro vita per lavorare nell’ovile del Signore con l’unico desiderio che tutte le persone desiderose facciano l’esperienza di Dio.

In questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, ci uniamo a tutta la chiesa e chiediamo al Signore che i nostri pastori abbiano il coraggio di mantenere sempre le porte aperte perché chiunque possa entrare nel cuore di Dio.

E con la preghiera di Santa Teresa di Gesù Bambino ci rivolgiamo al Signore:

O Gesù, sommo ed eterno sacerdote,

Custodisci i sacerdoti dentro il Tuo Sacro Cuore.

Conserva immacolate le loro mani unte che toccano ogni giorno il Tuo Sacro Corpo.

Custodisci pure le loro labbra arrossate dal Tuo Prezioso Sangue.

Mantieni puro e celeste il loro cuore segnato dal Tuo sublime carattere sacerdotale.

Fa’ che crescano nella fedeltà e nell’amore per Te e preservali dal contagio del mondo.

Col potere di trasformare il pane e il vino donali anche quello di trasformare i cuori.

Benedici e rendi fruttuose le loro fatiche e dona loro un giorno la corona della vita eterna. Amen

Sr. M. Viktoria di Gesù

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La parola di Dio ci presenta oggi due uomini in cammino. Non è semplicemente un cammino geografico, ma è anche un viaggio emotivo. Proviamo a immedesimarci con quei due discepoli pieni di sentimenti contrastanti: la speranza delusa dicono “noi speravamo”, la tristezza che si fa avanti dopo un tempo lungo di gioia che riempiva il loro cuore mentre erano con il Maestro, la loro fede sconvolta dalle parole delle donne che dicono di aver visto il sepolcro vuoto ma non hanno visto Gesù” …  Vivono una forte confusione sia interiore che esteriore.

Quindi percorrono il cammino con le spalle curve dalla stanchezza del cammino e dalla stanchezza emotiva. Scappano dal luogo dove i loro sogni sono falliti nel vedere crocifiggere la loro speranza.

In questa fuga, risuona l’esperienza di S. Giovanni della Croce. Egli insegna, che spesso, Dio deve permettere che le nostre sicurezze crollino affinché possiamo cercarlo non per i doni che ci dà, ma cercare Lui.

I discepoli scappano perché avevano una loro  idea di Dio cioè un’idea di un liberatore politico, e invece questo “Dio ideale” è stato ucciso. Forse non hanno paura per la loro vita quanto paura del vuoto, la paura di aver sbagliato tutto,  e quindi scappare è la prima reazione nel dolore.

Però, questa fuga li porta ad una bellissima esperienza dell’incontro. Accolgono quel forestiero sconosciuto come compagno del cammino.

Quest’uomo sconosciuto prima si mette in ascolto delle loro delusioni, non cerca di consolarli, non dice che il dolore non esiste, ma dice che il dolore ha un senso dentro un disegno più grande e lo spiega partendo  dalle Scritture che i due conoscevano bene. Essi non si accorgono che è il Maestro, perché i loro occhi sono ancora impediti dal dolore che li tiene legati al passato e impossibilitati di guardare avanti. Provano il dolore di chi si sente tradito dalle proprie aspettative su Dio. Noi speravamo, ma le cose sono andate in un altro modo. Questo smarrimento spesso è necessario, perché serve a svuotare il cuore dai pesi inutili che ci si porta addosso e accogliere una presenza nuova.

Molte volte nella nostra vita incontriamo Gesù che cammina con noi, che ci parla, che ci spiega il senso di tutte le nostre sofferenze, ma noi non gli diamo retta, anzi preferiamo dare spazio ai rumori per non sentire quella voce che ci è scomoda. I discepoli sentono la voce di quel forestiero, sentono la spiegazione che dà, ma non ascoltano ciò che dice, non danno molta retta alle sue parole non entrano nella profondità del loro significato e per questo non riescono né vedere né capire chi fosse quel straniero. Preferiscono rimanere piegati sul loro dolore. Però questo sconosciuto conosce i loro cuori, prova a consolarli perché loro stessi non sanno cosa hanno nel cuore, cosa li preoccupa per davvero. Capita anche a noi, pensiamo di sapere cosa abbiamo nel nostro cuore, ma poi arriva quel momento in cui la confusione è così forte che non sappiamo più cosa ci sta a cuore.

Questi due, abbattuti nello spirito, proseguono il loro cammino e Gesù cammina con loro nella loro notte, non accende subito la luce ma lascia dentro di loro una scintilla per cui non esitano a proporre allo sconosciuto di rimanere con loro.   Resta con noi che si fa sera, la paura della notte che avanza si mescola con la paura di perdere quella luce che quest’uomo straniero ha riacceso nei loro cuori. Forse vogliono trattenerlo perché stanno bene con lui, oppure per il senso di ospitalità… però questo loro gesto e’ fondamentale per la loro conversione profonda. Dopo tanto tempo trascorso nel cammino con questo straniero riconoscono in Lui il Maestro solo nello spezzare il pane. Gesù non si fa riconoscere con un miracolo strepitoso, ma con un gesto semplice che sicuramente aveva un suo modo nello spezzare il pane per cui viene riconosciuto Si chiedono:. Non ardeva il nostro cuore? Perché non lo abbiamo riconosciuto prima? Eravamo troppo presi dal nostro dolore e non volevamo vedere niente al di fuori di esso. Ma ora cambia tutto: il cuore infiammato, la gioia dell’incontro, la parola rasserenante, cambiano la loro direzione. Mentre per la strada a Emmaus vanno con le spalle curve, volto triste, il cuore a pezzi ora pieni di gioia, tornano in fretta a testimoniare il loro incontro con il Maestro risorto. Riconoscono che la sua presenza non è più come quella di  prima, ma una presenza diversa. Qui risuonano le parole di s. Elisabetta della Trinità che diceva: Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio, e Dio è nella mia anima”. È a Emmaus che i due discepoli scoprono che il “Cielo” stava camminando con loro sulla strada. E come diceva bene S. Teresa d’Avila non serve andare fuori e lontano a cercare Dio, basta fermarsi in solitudine e guardare dentro di sé.

Sr. M. Viktoria di Gesù

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Domenica delle Palme: LA PASSIONE

Con questa domenica, la Domenica delle Palme, entriamo definitivamente nell’ultimo tratto della vita terrena di Gesù, siamo invitati ad accompagnare il Signore Gesù nella Sua Passione, riscoprendo il culmine del suo dolore e del suo amore, e lasciando che ci coinvolga.

La prima lettura ci presenta il terzo canto del Servo, del libro del profeta Isaia. In questo canto non troviamo un riferimento alla missione del Servo, ma piuttosto alla sua condizione. Esso si presenta come colui che è discepolo: ascolta, porta una parola non sua, obbedisce… il servo si riconosce messaggero, non aggiunge e non toglie nulla a ciò che riceve da Dio come messaggio per altri, solo si preoccupa di trasmetterlo. Inoltre, è messa in luce la SOFFERENZA che il servo deve vivere, quasi come parte integrante della sua missione, come se non fosse possibile alcuna missione senza metter in conto questa sofferenza.

È interessante che nel terzo canto non compare nessun riferimento alle “motivazioni” di questa sofferenza del servo, che invece saranno evidenti nel quarto canto del Servo, che leggeremo nella liturgia del Venerdì Santo…

Come è importante allora ricordarci di questo: c’è un tempo nel quale il nostro dolore, la nostra fatica sembra non avere senso, ma ciò non significa che sia davvero così. Siamo discepoli del Signore, e se il nostro portare la sua Parola ci chiede anche fatiche, incomprensioni, sofferenze, esse troveranno il loro senso, il loro valore profondo.

La seconda lettura ci presenta un passo della lettera di San Paolo ai Filippesi. L’inno che ci viene proposto era probabilmente utilizzato già dalla Chiesa primitiva, e scritto forse da Paolo stesso. Esso accosta Gesù al Servo di Isaia, utilizzando quasi in modo parallelo le medesime parole del quarto canto: Gesù è riconosciuto come colui che i profeti avevano annunciati proprio per il suo abbassamento, per il fatto di essersi fatto come noi, accanto a noi, di aver sofferto per noi, di aver dato la sua vita per noi…

Ci chiediamo allora: noi dove riconosciamo Gesù? Siamo abituati a cercarlo nelle cose grandi, nei miracoli eclatanti, nelle esperienze esaltanti, oppure sappiamo cogliere la sua presenza anche nel dolore, quando la vita ci mette alla prova riusciamo a credere ancora che il Signore è con noi?

Queste due letture ci mettono di fronte all’atteggiamento di Gesù durante la sua Passione: egli è come un agnello mansueto, che non si oppone e non si ribella al disegno di salvezza del Padre. Gesù non cerca la sofferenza, ma se essa è necessaria per un bene, per portare a compimento la salvezza degli uomini, Egli la accoglie nella fede, certo che il Padre non lo abbandona, che la sua sofferenza vedrà una fine, e sarà fonte di gioia eterna.

E noi… come ci poniamo di fronte alla sofferenza che la vita ci presenta? Nel lungo vangelo che ci viene proposto in questa domenica, la lettura dell’intera Passione dal Vangelo secondo Matteo, troviamo un passo nel quale ci viene mostrata la reazione degli apostoli di fronte a ciò che sta per accadere a Gesù, di fronte alla sofferenza che lo aspetta, e che di conseguenza ricadrà su di loro:

“Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio.”

Quanto anche noi siamo pronti a “colpire di spada”? Di fronte, all’incomprensione, all’ingiustizia, al male, sappiamo metterci accanto al Signore ed accogliere quel piccolo pezzo di Passione che viene chiesta anche a noi, al fine di portare a compimento la Sua? Sappiamo farci carico del male, nostro e altrui affinché esso non dilaghi e non sparga sempre più male?

Chiediamo al Signore la grazia, in questa Settimana Santa, di saper accogliere le nostre piccole passioni come Lui ha accolto la Sua, per poter essere davvero parte del suo disegno di salvezza per il mondo.

Suor Alice di Gesù

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Lazzaro è malato e Gesù attende che attraversi non solo la malattia, ma anche la morte, per andargli incontro come colui che è la vita.

Anche i luoghi delle nostre “malattie e morti” possono essere i luoghi favorevoli e opportuni per incontrare Colui che è la vita.

Questo dono di vita nuova, di resurrezione, avviene in un contesto di legami affettivi molto profondi. Le nostre relazioni sono fondamentali affinchè l’amore di Cristo, e la sua vita nuova, ci possano toccare.

Sono le sorelle Marta e Maria ad amare Lazzaro. Sono i giudei accorsi per consolare la famiglia del defunto, a dimostrare il proprio affetto e vicinanza. E’ Gesù, che ama Lazzaro. Tanto che questo amore entra nell’identità di Lazzaro stesso, che viene chiamato: “ colui che tu ami”, colui che Gesù ama. Gesù, si commosse profondamente.

Gesù si commuove, partecipa ai sentimenti dell’altro, fino a sentirli nella sua stessa carne. La compassione in Lui innesca un processo di interiorizzazione del dolore dell’altro che si rivela creativo e si traduce in una parola che è efficace, guarisce. E restituisce la vita a Lazzaro. Questo sentimento diventa gesto di cura, di tenerezza, di consolazione. La compassione diviene impulso per uscire da se stessi e farsi vicini a chi soffre.

In questa morte, è la gloria dell’amore, che si manifesta.

“La ripetizione dei termini affettivi che legano Gesù a Lazzaro (colui che tu ami, il nostro amico, guardate come lo amava) indicano che la realtà vissuta da Gesù con Lazzaro è l’amicizia, e che la rivelazione di Dio che Gesù compie nella sua umanità, comprende anche la vicenda dell’amicizia, dell’affetto umano. Anche nell’amicizia Gesù narra la gloria di Dio, narra la potenza dell’amore più forte della morte.” (L. Manicardi)

Il Vangelo di oggi, così ricco di significati, ci invita dunque ad avere il coraggio di amare, anche se amare ci rende più vulnerabili, ci può far soffrire. Perchè in questo sentimento, che ci rende capaci di commuoverci per l’altro e di lasciarlo al contempo libero, in un gioco di distanza e vicinanza (l’amore non possiede!), è luogo teologico, qui Dio opera, e dono una vita nuova che sconfigge le nostre morti.

“Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri” (Ez. 37,13).

Si tratta di aprire ciò che in noi è chiuso, perchè vi entri il soffio di Dio. Si tratta di deporre le resistenze.

“Ecco, io sto alla porta e busso. Se uno, udendo la mia voce, mi aprirà la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me” (Sp. 3,20).

L’invito, che nel Vangelo di Giovanni è imperativo, ci introduce subito in un movimento interiore.

S. Ambrogio lascia che le parole di Gesù, rivolte a Lazzaro, vengano rivolte anche al suo cuore. Possiamo anche noi ascoltare Gesù mentre oggi ci chiama ad uscire dalla nostra tomba. “Possa tu, Signore, degnarti di venire a questa mia tomba, di lavarmi con le tue lacrime …! Se piangerai per me, sarò salvo. “Vieni fuori!”: che i miei pensieri non restino nello spazio ristretto di questo corpo, ma escano incontro a Cristo e vivano alla luce, perchè non pensi alle opere delle tenebre, ma alle opere della luce. Chi pensa al peccato, cerca di chiudersi nella propria coscienza. Chiama dunque fuori il tuo servo. Alla tua chiamata uscirò libero e diventerò “uno dei commensali” nel tuo convito. E la tua casa si riempirà di prezioso profumo, se custodirai ciò che ti sei degnato di redimere”.

suor Marta del Verbo di Dio

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IV Domenica di Quaresima: VEDO!!!

Possiamo immaginare quest’uomo, nato cieco. Ranicchiato ai bordi della strada. Non si muove. Non dice nulla. Non chiede. Non si accorge del passaggio di Gesù.

Ma Gesù lo vede.

Quest’uomo è cieco dalla nascita, ovvero la luce non l’ha mai vista, per cui non può neppure desiderarla. Le tenebre sono il suo stato normale di vita, ne è come assuefatto, non conosce altre possibilità, non sa che può desiderare altro, o qualcosa d’oltre.

Gesù prende della terra e la mischia con la sua saliva. La saliva, secondo le culture antiche, era il simbolo del potere taumaturgico del guaritore, in questo caso è lo spirito di Dio, che si unisce alla terra. Questa terra, sporca e scura, sembra concretizzare lo stato interiore e di vita di quest’uomo. Ma ora Gesù, con questa fanghiglia, gli spalma gli occhi. E questa fanghiglia, spalmata tra le palpebre, gli dà fastidio, gli brucia, se ne vuole separare! Finalmente l’uomo prende consapevolezza della sua condizione perchè solo ora questa sua condizione, rappresentata dalla fanghiglia, gli brucia, gli fa male! Cessa dunque di identificarsi con essa, se ne vuole separare!

Solo ora l’uomo è aperto all’ascolto della Parola di Gesù. Solo ora, che è consapevole del proprio bisogno. Solo ora che Gesù ha acceso in lui il desiderio di un cambiamento, che è fisico, ma tanto più interiore, esistenziale. Gesù gli dice dunque di andare ad immergersi nella piscina di Siloe, che significa inviato, ovvero Gesù stesso. Gesù gli chiede di immergersi finalmente nel suo amore.

Noi possiamo essere bloccati in alcuni stati interiori, per tante ragioni. E possiamo non accorgercene. Magari gli altri ce lo dicono, ma noi non vediamo. Ci sentiamo accusati ingiustamente, perchè non riusciamo a vedere quelle tenebre dentro di noi a cui ormai ci siamo abituati. E magari facciamo così soffrire chi ci è accanto, senza neppure rendercene conto. Ecco allora il lavoro della Grazia. Se noi non vediamo, il Signore però ci vede. Ci pone dinanzi situazioni di vita o relazioni che magari ci disturbano, ci mettono sottosopra, ci causano dolore: questi momenti possono metterci finalmente a nudo e farci sentire quella pesantezza che causa il restare bloccati nei propri meccanismi di sempre. Questa esperienza ci apre dunque a un rapporto esistenziale con Dio: possiamo immergerci, con tutte le nostre contraddizioni, nel rapporto con Lui, nel suo amore, e lasciare che questo ci trasformi dal di dentro. L’incontro con Gesù, non ci lascia mai come eravamo prima.

suor Marta del Verbo di Dio

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In questa terza Domenica di Quaresima meditiamo l’episodio evangelico dell’incontro al pozzo di Gesù con la Samaritana, uno dei preferiti di Santa Teresa d’Avila, tanto da tenere un’immagine di questa scena nella sua cella come scrive nel Libro della Vita (Vit. 30, 19).

La donna che incontra Gesù al pozzo sembra rassegnata alla necessità di dover ogni giorno tornare ad attingere acqua senza sentirsi mai del tutto appagata. È una donna che accetta di rimanere in relazioni tossiche, umilianti, per alleviare un po’ la sete che sente dentro di sé. Questa donna rappresenta ciascuno di noi, la nostra umanità assetata di amore, di vita e di senso.

Anche Gesù è assetato e «affaticato per il viaggio» nella sua ricerca dell’uomo in esilio da sé stesso. Gesù non teme e non ha vergogna di far vedere il Suo bisogno, di chiedere aiuto, di rivolgersi ad una donna e per di più samaritana! Come sulla Croce, quando dirà “Ho sete” (Gv 19,28), anche qui Gesù manifesta tutto il Suo desiderio di incontrare l’uomo, di essere corrisposto nella Sua passione d’amore per l’umanità ferita ed errante, si fa mendicante del nostro amore e, facendosi debole e bisognoso, permette a questa donna di lasciarsi aiutare.

Il pozzo di Giacobbe, scavato dal patriarca (Gen 33,18), simboleggia l’eredità spirituale e materiale del popolo d’Israele, rappresenta la Legge e la tradizione che hanno dissetato il popolo per generazioni. Come molti pozzi nel Medio Oriente antico, è il centro della vita sociale e luogo di corteggiamento, Giacobbe stesso incontrò Rachele al  pozzo. Il modo di approcciarsi di Gesù, in questo contesto, può facilmente e giustamente evocare un corteggiamento… Gesù usa il pozzo come metafora per contrapporre l’acqua naturale, che estingue la sete solo temporaneamente, all’Acqua Viva (lo Spirito Santo o la Parola di Dio), che dona la vita eterna, ma inizialmente la Samaritana rimane ad un livello più superficiale, non capisce di cosa il suo interlocutore stia parlando. Spesso facciamo anche noi così, quando non riusciamo a scorgere, dietro alle domande e alle provocazioni che ci interpellano nel quotidiano, la forma ordinaria con cui Dio, dentro la realtà, verifica la nostra disponibilità ad aprirci a una speranza più grande, a farci guardare le cose con il Suo sguardo, a farci andare più in profondità.

Nel Libro della Vita, Teresa utilizza l’immagine dell’acqua per spiegare i gradi dell’orazione. L’acqua viva promessa da Gesù rappresenta la grazia che non costa fatica all’anima (l’orazione di quiete), dove Dio stesso “irriga” il giardino del cuore.

“Signore, dammi di quest’acqua”: Teresa faceva sua questa petizione ogni volta che si accostava alla preghiera, vedendo nella Samaritana il modello dell’anima che riconosce la propria aridità e chiede il dono gratuito della presenza divina.

Solo dopo aver riacceso il desiderio di vita piena e la speranza di poterlo anche esaudire, Gesù conduce gradualmente questa donna a manifestare serenamente tutta la verità di sé stessa: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui» (Gv 4,16).

Prendendola quasi per mano, il Signore aiuta la donna, con estrema delicatezza, a riconoscere di non essere ancora riuscita ad estinguere la sete più profonda presente nel suo cuore: «Io non ho marito» (Gv 4,17). Solo l’ammissione delle proprie ferite permette alla samaritana di incontrare finalmente, in Gesù, quella fonte di acqua viva che sola può dissetare la sua sete d’amore. La Parola di Dio desidera farci tornare alla nostra sorgente interiore, l’unico prezzo da pagare è la disponibilità a riconoscere la verità di noi stessi. Il primo passo verso questo felice incontro lo compie sempre il Signore, che ci consente di confessare la nostra fragilità solo dopo aver dichiarato la verità del suo desiderio d’amore per noi. Questa donna che inizialmente va al pozzo nell’ora più calda del giorno, probabilmente anche per evitare sguardi indiscreti di compaesani che la conoscono e dai quali si sarebbe sentita giudicata, lascia ora l’anfora (lo strumento che abitualmente utilizzava per attingere acqua) e con coraggio corre in città ad annunciare e testimoniare l’incontro che le ha ridato speranza e gioia di vivere. Possiamo notare come la testimonianza della samaritana parta proprio dal suo dramma, dalla sua ferita: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Gv 4,29). Questo ci dice che possiamo annunciare la misericordia di Dio solo se abbiamo il coraggio di guardare in faccia, di riconoscere e chiamare per nome le nostre ferite, la nostra povertà.

Da questo incontro la Samaritana se ne andrà dissetata, ma anche Gesù si dichiara appagato ai discepoli che lo invitano a mangiare: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). In Gv 6,39 Gesù spiega la sua missione spirituale dicendo: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno». Di questo è assetato Gesù: di noi, del nostro amore, e credo che questo brano evangelico sia posto nella terza Domenica di Quaresima anche per ricordarci questo: “Se l’anima cerca Dio, molto più il suo Amato cerca lei” come dice S. Giovanni della Croce nella Fiamma d’amor viva (commento alla strofa 3, paragrafo 28). Capire quanto siamo amati e cercati da Dio dovrebbe suscitare, in questo tempo di quaresima, il nostro desiderio di convertirci e di tornare a Lui con tutto il cuore.

Buona Domenica!

Suor M. Chiara di Gesù Risorto

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