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Dio parla. Si rivolge a noi con un forte invito: esci e ascolta, ci pone davanti alla chiamata di Abramo e la salita di Gesù sul monte Tabor.

Dio rivolge ad Abramo un comando: “Esci dalla tua terra”. Non è solo un ordine di cambiare luogo geografico, ma un invito a lasciare le proprie certezze, il proprio passato e le proprie protezioni (la casa di tuo padre) per andare verso un luogo ancora non rivelato, è un diretto invito a fidarsi di Dio.

Abramo parte, si fida e si affida. Questa obbedienza senza garanzie visibili è il cuore della Quaresima e di tutta la vita cristiana: fidarsi della promessa di Dio più che delle proprie conoscenze e più dei propri piani.

Se Abramo deve lasciare tutto per una promessa futura, Pietro, Giacomo e Giovanni salgono con Gesù su un “alto monte” e qui la promessa è già presente e si manifesta con tanta luce. La Trasfigurazione è un dono prezioso che Gesù ha fatto ai discepoli per sostenerli, per darli coraggio per il momento che li aspetta più avanti: la via della Croce di Gesù e la loro vita da testimoni di quella Croce.

Il volto di Gesù risplendente come il sole, le sue vesti bianche come la luce rivelano la sua vera identità che i discepoli pur stando sempre con Lui non hanno mai conosciuto. E molte volte succede anche a noi di stare, di vivere con le persone e non conoscerle. L’attenzione la diamo alle cose passeggere di poca importanza oppure ci tuffiamo con la testa nei problemi senza vedere chi ci sta accanto.

La voce del Padre che dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo” lascia spiazzati i discepoli perché solo ora iniziano a capire con chi stanno, chi è che si preoccupa tanto per loro, chi è che li vuole bene più di se stesso.

Questa voce non è semplicemente una voce che informa, ma una voce che invita ad ascoltare e incoraggia a non aver paura. Come Abramo ha ascoltato questa voce di Dio che lo invita a lasciare e partire, si è messo in marcia verso l’ignoto, così i discepoli sono chiamati ad ascoltare Gesù che significa accettare non solo la gloria del Tabor, dei momenti belli, ma anche il cammino verso Gerusalemme e il Calvario, momenti di dolore e di sofferenza che non sono mai ultima tappa, ma solo i punti di transito verso la Pasqua.

Fede, fiducia e affidarsi rendono più imminente la nostra trasfigurazione nell’amore immenso di Dio, che benedice le nostre uscite e il nostro cammino di salita verso di Lui.

Suor M. Viktoria di Gesù

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In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.

Interessante: è lo Spirito che spinge Gesù nel deserto, che lo spinge ad attraversare la prima prova! Possiamo anche noi  pensare che i “nostri deserti”, ovvero quei luoghi e quei momenti in cui la vita ci è difficile, possanno essere l’occasione per compiere un nuovo passo in noi stessi?

A quale scopo infatti lo Spirito ci spinge nella solitudine? Nella mancanza? Nella precarietà? E ci spinge pure a restarci (per 40 giorni e 40 notti)?

Quando verrà lo Spirito di verità, “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv.16,13). Si tratta di un cammino di verità. Lo Spirito Santo ci aiuta a compiere questo percorso, questa immersione reale sia nelle nostre ombre sia nelle zone di luce e fino al centro di noi stessi.

Fissiamo lo sguardo sull’umanità di Gesù. Gesù infatti, ci mostra come reagire alle nostre prove interiori, e a quelle della vita.

Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.

Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».

Anzitutto Gesù ha fame, permette alla sua umanità di sentirsi affamata, bisognosa, mancante. Avverte di avere un vuoto. Questa esperienza, di pancia, ma soprattutto esistenziale, la conosciamo bene, ci basta fermarci un attimo, da soli e nel silenzio, per sentirla. Gesù ci mostra che questa fame non dev’essere per forza subito soffocata divorando … cose, affetti, impegni, sensazioni, cibo anche… ma può essere attraversata immergendoci nella Parola di Dio. Ricordandola. Questa Parola (è sufficiente che sia breve, e declinata alla prima persona), nutre in profondità il nostro essere e ci rigenera.

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Questa tentazione, come la prossima, avviene su un luogo elevato, sul punto più alto del tempio. Il male ci butta giù, ci fa schiantare a terra. Per discernere i moti interiori che vengono da Dio e quelli invece che sono la voce del male, basta compiere proprio questa verifica: il male ci getta a terra, ci fa toccare il fondo. Invece la voce di Dio ci pone su un luogo elevato, che oltre ad essere vicino al cielo della sua presenza, è anche un luogo dal quale possiamo guardare meglio la nostra realtà, nel suo complesso, e vedere meglio le cose. Questa tentazione vuole inoltre farci andare oltre i nostri limiti, in una sorta di onnipotenza. Neppure Gesù, che pure avrebbe potuto farlo, non sfida i propri limiti umani. Ci mostra così che il nostro limite è qualcosa di assolutamente naturale, anche se quando lo scopriamo in noi stessi ci viene l’ansia di avere “qualcosa di sbagliato”, di “non andare bene”. Quando prendiamo consapevolezza del nostro limite, ci poniamo nella relazione giusta con la realtà: siamo creature di Dio, amate esattamente per così come siamo. Dio ci ha creati così, e ha visto in noi qualcosa di molto buono, non c’è ragione per voler essere “altro”.

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Ancora una volta il male vuole farci strisciare a terra, ma non è questa la dignità che Dio ha donato alla nostra persona. Per questo l’unica adorazione che ci restituisce la nostra dignità di figli di Dio, è quella che ci fa inginocchiare di fronte a Lui e ci pone con Lui nella relazione d’amore per cui siamo stati creati. Tutte le altre relazioni, con persone o cose, che ci vogliono fare dipendenti o schiavi, vengono sanate solo se siamo interiormente saldi nel nostro centro, che è Cristo.

Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

E’ molto bello sapere che nel nostro cammino e nelle nostre lotte quotidiane, non siamo soli. Molti buoni amici, fratelli e sorelle in Cristo, ci sono vicini. Ma qui vediamo che c’è anche tutta una schiera celeste, di angeli e Santi, con cui siamo in comunione, e che è a servizio della nostra gioia.

suor Marta del Verbo di Dio

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Al centro delle letture di questa VI Domenica del Tempo Ordinario troviamo un tema sempre attuale, forse oggi più di ieri: la relazione tra legge e libertà.

La prima lettura ci presenta un testo del libro del Siracide che afferma con una chiarezza sorprendente la verità e la serietà della libertà umana.

Allora, come oggi, erano numerose le correnti di pensiero che tendevano a ricondurre a Dio la volontà e la responsabilità del male, personale e sociale. Il libro del Siracide risponde affermando che Dio ha dotato l’uomo di libero arbitrio, per cui possiamo scegliere tra i beni esistenti sulla terra, possiamo scegliere tra ciò che porta alla vita e ciò che porta alla morte. Viene messa in luce senza mezzi termini la libertà dell’uomo nel suo agire, e di conseguenza la sua responsabilità: il bene o il male presenti sulla terra non dipendono da Dio, ma dalle scelte degli uomini. Tutto è stato fatto da Dio per il bene e può portare al bene, ma ciascuno ha la possibilità di far volgere quest’opera secondo le proprie scelte.

Essere liberi costa, perché scegliere il bene non equivale sempre, anzi raramente, a scegliere ciò che mi piace, che mi fa comodo, che mi attira… a volte sarebbe più comodo che Dio ci avesse tolto la possibilità di deviare verso ciò che è male, verso ciò che ci allontana da lui, ma in questo modo non potremmo essere davvero figli, collaboratori di Dio nel bene. La presenza di Dio Padre nella nostra storia non può opporsi al nostro libero agire.

Se l’uomo è libero, ciò non rende ogni comportamento e ogni scelta accettabile e giusta. La LEGGE e la COSCIENZA non vengono abolite, ma restano anzi il faro che l’uomo è chiamato, liberamente, a seguire per una vita buona.

Nel vangelo Gesù ci dice chiaramente, forse in risposta ad una certa interpretazione del suo messaggio, che egli non è venuto ad abolire la legge, ma anzi a portarla alla sua verità piena.

Infatti, come leggiamo nel testo evangelico, Gesù non si limita ad affermare la bontà della legge, ma ne mette in evidenza il valore in relazione alla persona umana, alla sua promozione: osservare la legge ha senso in quanto permette alla persona, io e il mio prossimo, di fiorire in tutto il suo valore.

L’interpretazione letterale della legge è il livello minimo, lo stretto indispensabile, assolutamente insufficiente a colui che vuole seguire il Maestro. Ai 613 famosi precetti della legge ebraica, Gesù contrappone una sola legge, nella quale però è racchiuso infinitamente di più: la legge dell’amore. Essa ci chiama non semplicemente a rispettare delle buone norme di civile convivenza, degli atteggiamenti educati, ma ad avere sempre attenzione e cura per il fratello, permettendogli di entrare a far parte della nostra vita.

Sia Gesù stesso la nostra sapienza, perché possiamo davvero vivere la legge nell’ amore, e trovare così la libertà.

Suor Maria Alice

Carmelitane di S. Teresa di Torino

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Nel Vangelo di questa domenica (Mt 5,13-16) troviamo le conseguenze pratiche delle Beatitudini che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Infatti, se si vivono in pienezza le beatitudine si diventa sale e luce per molti altri. Cercare e operare la giustizia, costruire la pace, esercitare la misericordia, vivere nella mitezza, nella purezza delle intenzioni profonde del cuore ed essere poveri di sé, perché si è lasciato lo spazio all’azione di Dio, significa essere produttori di energia luminosa per chiunque si accosta alla nostra vita.

Una persona che desidera vivere le beatitudine, anche e nonostante tutte le sue debolezze, testimonia al mondo che è possibile godere del regno di Dio già su questa terra (“di essi È il regno dei cieli”) e ciò si traduce in energia pura per altri.

Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, affermava nei suoi studi filosofici che la forza vitale che ci anima e ci consente di agire non deriva tanto, o non solo, dal cibo che mangiamo o, in generale, dal benessere psicofisico. La vera energia è quella spirituale, quella che deriva dal mondo delle motivazioni e dal senso che si abbraccia nella vita e per cui si vuole spendere la propria esistenza. Quando ciò che ci muove è il Bene (con la B maiuscola) questo diviene energia pura capace di trascinare non solo il singolo, bensì tutta la schiera di persone che hanno a che fare con lui. Il bene, la giustizia, la pace, l’amore, la purezza, la mitezza costruiscono la comunità sociale, perché hanno un altissimo potere formativo su di sé e sugli altri.

Ecco perché Gesù parla di sale che deve essere salato per essere usato e di luce che deve essere posta in alto per essere visibile. L’energia che si sprigiona è tale che deve essere sfruttata al massimo e non può rimanere nascosta. Allo stesso tempo, chi non dà sapore alle cose, ma vive alle spalle degli altri per attingere forza da loro, diviene un semplice “consumatore” sociale che sottrae forza anziché darne.

Questo significa che ciascuno di noi può e deve dare il suo proprio contributo personale importantissimo. Non bisogna dire: “Tanto ci sono gli altri, più bravi di me, più capaci, più…più…di me”.

Bisogna invece domandare a chi già ha trovato il senso della vita di aiutarci a camminare secondo quella luce. Bisogna chiedere a Dio di trovare in lui, nel suo figlio Crocifisso che ha avuto il coraggio di morire per questo senso, la motivazione e la fede per vivere le beatitudini.

E il regno di Dio ci sembrerà più vicino, anzi, dentro di noi!

Suor M. Nicoletta del Cuore di Cristo

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Mt 5,1-12a

Il Vangelo di questa domenica fa venire a galla la domanda e il desiderio di felicità che abbiamo dentro, è una chiamata a una felicità piena quasi martellante: la parola Beato si ripete come un ritornello e culmina con “rallegratevi ed esultate” del versetto finale.

Gesù sembra consapevole di toccare una delle corde più profonde che abbiamo in noi, per cui questo discorso non lo fa en passant, ma si siede e prende il ruolo di Maestro che ci insegna un segreto di vita, all’interno dunque di una dimensione educativa. In un luogo, il monte, che è simbolo della rivelazione divina, il luogo del colloquio di Dio con l’uomo, “faccia a faccia“.

E i discepoli gli si avvicinarono. Possiamo dunque anche noi avvicinarci, stargli vicino per comprendere, anzitutto con la nostra esperienza di vita vissuta in una relazione con Lui, il segreto della felicità.

Quel che sorprende, però, è che l’esclamazione “beato” è collegata a tutta una serie di situazioni che per noi sono in verità “scomode”, tristi, quantomeno difficili. Indicano tutte una mancanza di qualcosa: di amore e stima, per cui piango o vengo perseguitato o insultato; di cibo e acqua, elementi fondamentali per la nostra sopravvivenza; di pace e serenità, di perdono… E Gesù non dà istruzioni su come “risolvere” queste situazioni di indigenza, bensì afferma che anche in queste esperienze vi è nascosta una felicità presente o prossima, futura. E questo rende l’annuncio molto attraente, perchè nella nostra vita non riusciremo ad evadere la precarietà interiore o esteriore, sebbene è quello che cerchiamo spesso di fare con tutte le nostre forze ed energie. Vi è un capovolgimento di prospettiva per cui possiamo scegliere di vivere tale “indigenza” come un’opportunità.

Se di fronte ai nostri “vuoti” tenderemmo a “riempirli” con cose, relazioni, lavoro, conoscenze, o ad organizzarli, privandoci noi stessi di alcune gioie come per giocare in controdifesa…ebbene qui ci viene detto che abbiamo anche un’ulteriore possibilità, abbiamo un’ulteriore scelta: possiamo vivere il nostro “vuoto” o “insufficienza” come un appello di Dio. A cosa ci chiama Dio in queste situazioni?

L’appello è ad un rapporto vitale ed esistenziale con Dio. Non  è detto che ci appagherà. Ma darà un senso ad ogni nostro “segno meno”: trasformando il vuoto in desiderio, in ricerca, in “uscita da sè” per incontrare un “tu” a cui donarci. Trasformerà queste esperienze da vissuti di “morte” a esperienze di vita nuova, in cui scopriamo che Dio è il nostro sostegno e la sorgente di tutto ciò che è buono, sicuro, fonte di fiducia. Ciò vale anche per il cammino spirituale: l’aridità e la nuda fede sono attraversamenti difficili, ma sostenuti da una certezza. Quando Dio ci accompagna attraverso questi cammini di “deserto” ed essenzialità, è per farsi conoscere a noi come il “Dio che provvede” (Gn 22,14) e che si vuole unire a noi in modo ancora più intimo ed essenziale, in un’unione che è unione d’amore.

Ogni appello di Dio è un appello a un di più di vita, di verità e d’amore. Partendo da questa fiducia, possiamo attraversare il vuoto e la prova senza fuggirli, ma come parte della nostra vita, che ci spingono verso la relazione e il dono di noi stessi nell’amore: è letizia perfetta!

suor Marta del Verbo di Dio

 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-23)

 

Nella terza Domenica del T.O. celebriamo anche la DOMENICA DELLA PAROLA, istituita da Papa Francesco nel 2019, e le letture ci mostrano come la Parola irrompa nella storia e nella vita dell’uomo come Luce che viene ad illuminare le tenebre.

L’evangelista Matteo riprende l’oracolo di Isaia, “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Is 9,1), per introdurre l’inizio della predicazione di Gesù.

Con l’arresto di Giovanni Battista termina il tempo della profezia e inizia l’era messianica. Gesù capisce, in quel momento, che è giunto il tempo di compiere quella profezia. Colpisce la capacità di Gesù di attendere, di rimanere per più di 30 anni nel silenzio, conducendo una vita semplice ed ordinaria, per fare il passo giusto al momento giusto.

Spesso, nella nostra vita, l’entusiasmo o la presunzione possono spingerci ad anticipare i tempi, così come la paura e l’insicurezza possono portarci a rimanere bloccati, a non compiere mai i passi necessari per crescere. Saper ascoltare docilmente la voce dello Spirito può portare invece a muoversi come Gesù, facendo il passo giusto al momento giusto.

Gesù lascia quindi Nazaret e si ritira nella Galilea, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, una regione di confine definita, in tono dispregiativo, «Galilea della genti». Questa parte settentrionale del regno di Israele era diventata un crocevia di culture, tradizioni religiose, lingue e razze, una realtà molto complessa, simile alle periferie delle nostre moderne città. Il Signore Gesù sceglie di iniziare proprio qui l’annuncio del Vangelo anziché a Gerusalemme, centro ideale del culto religioso. Penso che facciamo anche noi esperienza di come spesso coloro che sono più lontani da una tradizione religiosa siano anche mentalmente più aperti e disponibili ad accogliere la novità, il diverso, l’inedito. Ma questo ci fa riflettere anche sulla nostra vita: noi ci aspettiamo che il Signore venga a visitare quelle parti di noi in ordine, dove ci sentiamo tutto sommato a posto, invece la Parola entra in quelle zone che vorremmo lasciare in ombra, quelle zone confuse e promiscue dove vorremmo risolvere da soli i nostri problemi magari per paura o per vergogna…

 

“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17): l’annuncio di Gesù irrompe nella storia, nella quotidianità, è un annuncio rivolto a tutti. Sorprende vedere come il primo passo lo faccia Dio verso l’uomo che è chiamato semplicemente ad accogliere e a lasciarsi sorprendere dalla novità del Vangelo.
Questo annuncio, tuttavia, da solo non è sufficiente a risvegliare le profondità assopite dei cuori ancora induriti. I discepoli devono scoprire di essere abitati dalla speranza di una vita più grande e più libera, si deve manifestare la luce nascosta nel loro cuore, il desiderio più vero e profondo che abita ogni uomo: il desiderio di vivere da Figli di Dio. Questo è l’effetto che il Vangelo può suscitare in chi lo accoglie con cuore mite e docile: rompere le resistenze che ci impediscono di crescere nella nostra somiglianza con Dio.

L’annuncio è rivolto a tutti, ma solo pochi hanno il coraggio di accogliere la novità e farla germogliare nella propria vita. I primi discepoli sono chiamati appunto a rompere con la vita di prima: a lasciare «le reti», «la barca e il loro padre» per seguire il Signore Gesù nell’avventura di una vita nuova. 

“Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”: Gesù chiama i discepoli a seguirlo per essere se stessi fino in fondo: «pescatori».

Edith Stein, riprendendo un principio fondamentale della teologia di San Tommaso d’Aquino, scrive che Dio non distrugge la nostra umanità, ma la eleva.

Nella visione di Edith tra dimensione umana e dimensione soprannaturale, i piani non vengono mai confusi: ciò che è spirituale presuppone sempre ciò che è biologico e psicologico. Lei spiega come la chiamata di Dio si innesti nella struttura naturale della persona, valorizzandola e portandola alla sua massima realizzazione, non annullandola.

Quindi seguire Gesù non significa smettere di essere te stesso, ma permettere a Lui di usare i tuoi talenti per un fine più grande e luminoso. Quando Gesù chiama i pescatori, non chiede loro di diventare qualcos’altro, ma usa le loro competenze innate (pazienza, lavoro di squadra, conoscenza del mare) e le eleva. Passano dal “pescare pesci” al “pescare uomini”, un’attività che richiede le stesse qualità, ma per un fine infinitamente più grande. Significa permettere a Dio di prendere i tuoi talenti unici, le tue passioni e persino i tuoi difetti, e trasformarli in strumenti di bene e luce per il mondo!

 

Buona Domenica nella Luce della Parola

Suor Maria Chiara di Gesù Risorto

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Con questa domenica termina il tempo di Natale. E ce ne accorgiamo perché il Vangelo ci presenta Gesù già adulto che si mette in fila con gli altri per essere battezzato.

Gesù sta in fila insieme a tutti che aspettano il loro turno, sta però senza farsi notare. Giovanni non lo vuole battezzare sa che chi gli sta davanti non è solo suo cugino, ma è Messia per il quale egli sta preparando la via!

Il battesimo di Giovanni è battesimo di conversione, e lo chiede chi vuole tagliare con il passato disordinato e ha il desiderio di cambiare vita e iniziare una nuova tappa della vita, ma insieme al Signore.

Giovanni si stupisce del desiderio di Gesù di voler essere battezzato. Avrà sicuramente pensato: “Ma Gesù, che bisogno ha di essere battezzato, se è senza peccato?” Gesù viene dalla Galilea, si fa battezzare per “uscire dalla vita nascosta” e iniziare la sua missione tra la gente.

Il Battesimo principalmente significava la morte dell’uomo vecchio e la rinascita dell’uomo nuovo, noi l’abbiamo legato più al peccato, ma credo sia più bello vederlo come il momento in cui Gesù sceglie di fare la volontà del Padre da quel istante e davanti ai testimoni.

Ci fanno riflettere le parole di Isacco il Siro che dice: “Se l’Incarnazione fosse determinata dalla caduta di Adamo, la venuta di Gesù dipenderebbe da satana, cosa che è impensabile”. Se ci pensiamo è vero. Dio non viene a riparare i danni fatti dal diavolo, ma viene per fare una proposta di diventare come Lui.

Rileggiamo questo brano incarnandolo nelle nostre vite.

Gesù si mette in fila — sceglie la solidarietà.

In un mondo che ci spinge a sgomitare per essere i primi, a stare “sopra” gli altri, a mostrarci perfetti davanti agli altri, sui social, al lavoro, … Gesù ci insegna che la vera grandezza parte dal basso. “Mettersi in coda” significa accettare la nostra umanità, non aver paura delle nostre fragilità e camminare insieme agli altri, non contro di loro.

Gesù chiede di essere battezzato — per dare inizio al suo cambiamento: dalla vita nascosta alla vita di annuncio.

Tutti i giorni abbiamo opportunità di cambiare la nostra vita è un impegno continuo, non si è mai arrivati, ogni giorno è un giorno per ricominciare o proseguire.

Il Vangelo dice “si aprirono per lui i cieli”.

Spesso viviamo come se il cielo fosse chiuso, schiacciati dalle aspettative che portano alle delusioni, dall’ansia del futuro di cui non sappiamo nulla, ma vorremmo averlo in pugno oppure dal senso di vuoto che sentiamo, ma non sappiamo spesso dargli il nome e continuiamo a vivere in un buco da cui poi è difficile uscire, in pratica il Signore ci apre il cielo e noi preferiamo chiuderlo perché ci impegna un po’ troppo, e noi la voglia di sforzarci francamente non ce l’abbiamo sempre.

Il Battesimo di Gesù ci dice che Dio non è un giudice lontano, ma qualcuno che “buca” la nostra realtà per venirci incontro per dirci non “sei solo nel tuo sforzo di crescere; c’è Qualcuno che fa il tifo per te”.

La parte più bella è la voce dal cielo: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Notiamo che Gesù non ha ancora compiuto nessun miracolo, non ha ancora predicato, praticamente non ha fatto nulla di grande, eppure il Padre dice che è fiero di Lui.

Senti queste parole rivolte a te: “Tu sei il figlio mio amato / figlia mia l’amata: in te ho posto il mio compiacimento». Eh sì, Dio si compiace di te!

La tua dignità non dipende dai tuoi successi nella vita, nel lavoro, nei traguardi raggiunti, dal numero di amicizie o altre cose. Sei “amato/a” a prescindere. Prima di fare qualsiasi cosa, tu sei un figlio prezioso.

Il segreto della felicità non è diventare “qualcuno”, ma scoprire di essere già qualcuno di immenso, di importantissimo agli occhi di Dio.

  1. Elisabetta della Trinità ha capito questo e ce lo vuole confidare:

“Mi sembra di aver trovato il mio cielo sulla terra,

poiché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima.

Il giorno in cui ho capito questo, tutto si è illuminato”.

 

Vorrei lasciare questa domanda per una riflessione più personale dell’evento di Dio nella tua vita:

“Se oggi Dio dovesse dire a te “In te ho posto il mio compiacimento”, quali sono le cose belle della tua vita in cui pensi che Lui si rifletta?

suor Viktoria

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Dal Vangelo di oggi, il Prologo di San Giovanni, conosciamo che il nostro Dio è Verbo, è un eterno e ininterrotto dialogo d’amore, che continuamente ci chiama a partecipare della sua stessa vita di comunione. Fondamentale è riconoscerlo: rischiamo di non accorgerci del Dio che parla dall’interno delle nostre situazioni di vita o della nostra storia.

Pregare il Vangelo di oggi può significare dunque l’atto del porci in ascolto. Fare silenzio, per ascoltare. Senza paura di non sentire nulla. L’importante è affinare l’udito che ci permette di prendere contatto con la nostra parte più vera, originaria, quella che ci riporta al principio di ogni cosa, quando Dio pronunciandoci ci ha donato la vita.

Dio ci parla nel nostro presente. Dunque più siamo presenti a noi stessi, al nostro “qui ed ora”, evitando di evadere in qualsivoglia modo, ma restando lucidamente ancorati alla nostra realtà attuale così com’è, più saremo in grado di coglierne la voce e aprirci a questa relazione vitale. L’ascolto infatti è anzitutto un’inclinazione verso l’altro. Ci introduce in un rapporto: con il Dio presente nella nostra vita. E in un rapporto più autentico con gli altri: ascoltandoli veramente, li amiamo.

La Parola di Dio non è una parola qualsiasi, tra le tante, è una Parola che riuscirà a distinguersi chiaramente tra i mille rumori che rimbombano nella nostra vita, o tra alcune false parole che ci promettono felicità ma non riescono a darcela. Questo perchè tale parola è il Verbo: il verbo in una frase sostiene tutti gli altri elementi dando loro significato. Quando si studia una lingua e si vuole tradurre una frase si parte sempre dal verbo per arrivare poi a comprendere tutte le altre parole. Coltivando la relazione con la persona di Gesù, la nostra vita si aprirà dunque al suo senso più profondo, si rivelerà nella sua verità. Il dono ci precede: dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.

suor Marta del Verbo di Dio

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Il Vangelo di questa domenica parla di una famiglia che deve affrontare una minaccia.

S. Giuseppe ne viene a conoscenza attraverso un sogno.

Il sogno può essere comparato con quella dimensione interiore in cui siamo più sensibili alla voce di Dio, che ci istruisce anche quando non ci è chiaro dove volgere i nostri passi.

Siamo chiamati a raccoglierci in una dimensione di silenzio e interiorità, dove porre la nostra attenzione a Dio, che in noi ispira le scelte da compiere.

In questo luogo di profondità e pace, che conquistiamo respiro dopo respiro, ci esercitiamo a discernere quali decisioni prendere nella nostra vita, grandi e piccole. A volte si tratta di un discernimento molto fine, tra un bene e un bene maggiore. A volte si tratta di compiere decisioni vitali tra una strada che conduce alla morte e una strada di vita.

Questo tempo che rubiamo all’impulsività o al troppo ragionare, è molto prezioso per poi compiere passi concreti con prontezza e decisione, liberi da scrupoli, dalla paura di sbagliare, perchè dentro ad un rapporto di fiducia nel Dio che desideriamo ascoltare e seguire, e che ci accompagna passo dopo passo traendo il bene maggiore anche da eventuali sviste di percorso.

Sempre grazie un sogno S. Giuseppe viene a sapere di poter tornare con il bambino e sua madre a casa. Un viaggio fatto molto tempo prima da Mosè e il popolo d’Israele: dall’Egitto dunque, alla terra promessa. Ma Gesù, a differenza di Mosè, nella terra promessa ci entra, e questa terra promessa è un paesino piccolo e assolutamente sconosciuto alla grande storia.

Questo per  noi è rivelatore: qual è dunque la nostra terra promessa dove siamo invitati a tornare? Dov’è il luogo del nostro incontro con Gesù, Dio in mezzo a noi? Nazareth ci rivela che si tratta proprio del luogo in cui siamo, la nostra storia, la nostra vita, anche quando ci sembra mediocre e vorremmo evadere da tanta anonimità e piccolezza, forse girigiore. Ma nel qui ed ora abbiamo l’occasione più proprizia per unirci a Dio. La nostra vita, così com’è, è la nostra terra santa. Qui possiamo custodire ogni giorno l’amore e la vita nuova che ci viene affidata, qui è il nostro luogo di unione d’amore con Dio e con colore che il Signore ci affida.

sr Marta del Verbo di Dio

 

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Quarta domenica di Avvento, siamo ormai vicini al Natale del Signore. La liturgia ci consegna un brano del vangelo di Matteo (Matteo 1,18-24) “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.”

La prima cosa chiara di questo brano è che l’unico a sapere che quel bambino non era suo è proprio Giuseppe ed è evidente anche che lui ama molto Maria e probabilmente anche lei lo ama, ma il fatto sta che lei è incinta. Immaginiamo questo maschio ferito, in quella notte lunga, senza sonno. Proprio perché ama Maria, è ferito. Ferito nell’orgoglio, nei sogni, nell’idea di futuro che si era costruito. Aveva fatto tutto “nel modo giusto”: promessa, progetto, lavoro, stabilità.
E ora… tutto sembra crollare, è un colpo durissimo. Giuseppe si sente come minimo tradito. Giuseppe si sente messo da parte, escluso da qualcosa che sta accadendo nel corpo e nella vita della donna che ama. Non capisce. Non ha più il controllo. Non riesce a decidere.

È la ferita che sentiamo spesso noi: quando la vita prende una direzione che non avevamo scelto, quando ci sentiamo inutili, non necessari, quando l’amore e le relazioni non vanno come avevamo immaginato, è il dolore interiore che avvertiamo quando mettiamo tanta fiducia e poi riceviamo molta delusione.

Ecco Giuseppe è un maschio ferito, ma non diventa violento nè vendicativo. Infatti il Vangelo dice una cosa impressionante: «Giuseppe, suo sposo, uomo giusto, decise di ripudiarla in segreto». “Giusto” non vuol dire perfetto. Vuol dire che, anche nel dolore, non smette di amare.
Soffre, ma non umilia. È ferito, ma non distrugge. “In segreto” la lascia e prende le distanze da lei. Praticamente sceglie la soluzione meno dolorosa.

Giuseppe continua a riflettere e a fare i conti, ma poi arriva la notte più profonda: quando smetti di capire. Buio totale. “Notte oscura”. Ed è proprio lì che Dio parla. Non con una spiegazione logica, ma con una parola che dona pace e chiede fiducia: «Giuseppe, non temere di prendere con te Maria». Ovvero fidati!

Dio non ci toglie il problema, ma ci aiuta a trovare il modo di restarci dentro e di trovare il modo giusto per affrontarlo. Appunto a Giuseppe chiede di rimanere con e accanto a Maria.
Di accettare un ruolo nuovo, quello di custode, continuando ad amare silenziosamente.

Giuseppe diventa padre accogliendo, non generando, ma facendo spazio. È una rivoluzione enorme per un uomo. E Giuseppe si fida. E qui si vede la grandezza di questo uomo silenzioso ma attivo. Si alza. E fa come gli ha detto l’angelo. La fede di Giuseppe passa dal capire al fidarsi.

Dio entra nel mondo passando da una notte senza sonno di un uomo, da un cuore ferito che sceglie di non chiudersi.

A pochi giorni dal Natale, il regalo che ci fa il Vangelo di questa domenica è questo: diventare adulti accoglienti di Dio-Bambino, diventare uomini e donne di Dio, ciò non significa avere tutto chiaro, ma scegliere di fidarsi anche quando nulla è chiaro, anche quando fa male. Impariamo ad abitare la notte oscura con la certezza che la Luce prima o poi mi arriverà e che la notte oscura – come afferma san Giovanni della Croce -, non è una depressione né un castigo di Dio, bensì una via di purificazione per la mia anima e un passaggio necessario nel cammino di fede, in cui Dio sembra assente. È il momento in cui non senti più Dio come prima, le certezze spirituali crollano, le emozioni non aiutano, nessuna consolazione. Eppure… Dio è più vicino che mai, sta lavorando più in profondità per unire l’anima a sé.

Prepararsi al Natale significa accogliere Dio nelle pieghe ordinarie della vita, con cuore docile e aperto. Non lasciamoci bloccare dalle nostre paure ma trasformiamole in occasioni di fiducia e abbandono.

Anche noi, come Giuseppe, siamo chiamati a diventare custodi della vita che Dio fa nascere dentro e accanto a noi, anche quando non la comprendiamo.
Il Natale ci raggiunge proprio così: non quando tutto è chiaro, ma quando scegliamo di non fuggire dalle nostre notti, ma di abitarle. Sapendo che nella notte, senza rumore, la Luce viene.

suor Dina della Santa Famiglia

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