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Ecco, io faccio nuove tutte le cose. (Ap21, 1-5)

La seconda lettura di questa domenica parla di una relazione con Dio ti tipo sponsale. E’ la vita eterna, nella Gerusalemme celeste. Ma è la vita già ora, perchè già ora qui sulla terra Dio è con noi.

Nel Vangelo Giuda ci ricorda però la nostra lotta odierna con le nostre tenebre. E’ notte, la notte dell’Ultima Cena, e Giuda esce dalla comunione del cenacolo, si allontana dall’amicizia con Gesù e con gli altri apostoli per sprofondare nel buio della notte fonda.

Eppure più è notte, più la luce dell’amore di Cristo splende. Un amore che non chiede di essere corrisposto, ma che si dona liberamente, e con totalità.

A questo amore possiamo attingere. Da questo amore ci possiamo lasciar attrarre. Ed Egli ci donerà una vita nuova, di comunione. La verifica del nostro rapporto con Dio sta proprio nel nostro rapporto con gli altri. Più ci avviciniamo alla fonte del perdono e dell’amore, più il nostro cuore si spalanca e diviene in grado di amare nel bene e nel male anche gli altri.

Come rimanere nel suo amore?

Proponiamo per la preghiera di oggi le parole di S. Maddalena de’ Pazzi, una santa carmelitana che festeggeremo il 25 maggio. Ella descrive come l’anima possa amare Dio in diversi modi, ma il “top” è questo:

l’amore relassativo.

L’italiano, anche se un po’ antico, non lascia dubbi: un amore rilassati. Sì, ci dice di rilassarci in Dio, arrenderci al suo amore ed essere totalmente ricettivi e passivi: Egli opera in noi con il suo amore.

“Amore ozioso che opera gran cose. E’ ozioso, sì. E come è ozioso se opera? E come opera se è ozioso?

E’ oziosso perchè se ne sta contemplando Dio e lo vede essere d’una bontà somma, d’una grandezza infinita, d’una sapienza profonda, e che tanto ricerca dalla creatura, la quale vedendosi essere un nichilo non può corrispondere a tanta grandezza. Perciò se ne sta esso amore, voglio dire la creatura che possiede questo amore, se ne sta oziosa a considerare le infinite perfezioni di Dio con la sua bassezza, lasciando operare ogni cosa a Dio, onde in questa sua oziosità opera gran cose.” (RE,211-212)

sr Marta del Verbo di Dio

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La quarta domenica del tempo di Pasqua è la domenica del Buon Pastore, o meglio, del Pastore bello, buono, forte, generoso.
Il vangelo di questa domenica ci presenta Gesù, buon pastore che guida con amore il suo gregge e gli offre vita e protezione. È un pastore che non pensa a sé ma al bene delle singole pecore che gli appartengono; è un pastore che ama e conosce per nome le sue pecore, le chiama ed esse riconoscono la sua voce. E la Sua è una voce dolce e forte al tempo stesso. È vero che noi, spesso, ascoltiamo tante voci, ma la voce del Pastore è unica perché è una voce amica, che ci ama e che scalda il nostro cuore. Ascoltando la voce di Gesù che ci parla attraverso la Sua Parola noi ci sentiamo sostenuti, consolati ma soprattutto ci sentiamo amati e conosciuti nel più intimo del nostro cuore.
Dice ancora Gesù, riferendosi alle pecore: “Io le conosco ed esse mi seguono”. Ognuno di noi può dire: Gesù mi parla come uno che mi conosce in profondità, mi conosce personalmente e mi ama da sempre! Vuole entrare in una relazione sempre più vera e profonda con me!
E ancora: “Io do loro la vita eterna”, sì, perché, anche se spesso riceviamo la vita da tante altre cose (il riconoscimento degli altri, gli affetti ciò, ciò che facciamo, ciò che possediamo …), solo il Buon Pastore ci dona la vera Vita, la vita di Dio, lo Spirito che dà senso, significato, pienezza a ciò che siamo e facciamo.
Infine, per due volte viene sottolineato che nessuno potrà mai strappare le pecore dalla mano del Pastore. Gesù è un pastore che sta dalla parte delle pecore, non solo le conosce ma soprattutto le protegge e le difende. Viene in mente, a questo proposito, il brano di san Paolo nella lettera ai Romani dove dice: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati!” Niente e nessuno potrà mai separarci  dall’amore di Cristo!
Ecco allora il nostro pastore: ci ama, ci conosce, ci conduce, sta con noi e lotta per noi, ci difende, ci ha amati a tal punto da dare Lui la vita per ognuno di noi.

Sr Silvia di Gesù misericordioso

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Gv 21:1-19

Il Vangelo di questa domenica ci presente Pietro che dopo la sua esperienza di fallimento relazionale con Gesù, vuole tornare alla sua vita di prima e dice: “Io vado a pescare”. Gli altri discepoli gli rispondono: “Anche noi veniamo con te”. Non lo lasciano da solo ad affrontare la sua solitudine e il suo fallimento; lo accompagnano. Così è nella Chiesa: la comunità ecclesiale accompagna ciascuno di noi nei momenti di dubbio, fallimento, tradimento …

Vanno tutti insieme a pescare.  All’alba Gesù si fa trovare sulla riva. I discepoli non si accorgono che è proprio Lui, nonostante la scena si stia ripetendo come al momento della prima chiamata (Lc 5:4-11), quando Pietro si scontra con il suo fallimento professionale e passa tutta la notte senza pescare niente e viene Gesù e gli dice di prendere il largo. Anche nel brano di oggi Gesù chiede: “non avete nulla da mangiare?”. Il discepolo che Gesù amava riconosce subito che è il Signore e lo dice a Pietro. Ecco ciò che siamo chiamati a fare: orientare tutti a riconoscere ancora il Signore nella propria vita, aiutare gli altri a volgere lo sguardo verso il Signore.

Cristo Risorto ci aiuti a riscoprire la bellezza dell’appartenenza alla sua Chiesa anche e soprattutto nei momenti di incertezza. L’incontro personale con Lui possa spingerci ad accompagnare i nostri fratelli e sorelle a scegliere ancora una volta di seguirLo in ogni momento della propria quotidianità.

Suor Dina della Santa Famiglia

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DOMENICA II DEL TEMPO DI PASQUA C, della DIVINA MISERICORDIA

Il vangelo di questa domenica ci mette di fronte all’essenza della nostra fede: LA PRESENZA DI GESU’ NELLA NOSTRA VITA, davvero.

Crediamo a questa presenza? Sappiamo che Gesù Risorto è davvero con noi nel nostro quotidiano? Questa fede è l’esperienza che ci rende testimoni credibili, e non solo maestri, “trasmettitori” di un messaggio che rischiamo di portare avanti per tradizione (nel senso negativo e vuoto del termine), e che risulterebbe vuoto… e anche strampalato per molti.

Arriviamo dalla Pasqua, abbiamo sperimentato la solitudine e il dolore del Venerdì Santo, e ora il Signore ritorna… siamo pronti a riconoscerlo, a crederci?

  • Il Vangelo ci racconta di due incontri di Gesù con i suoi discepoli, tutte e due le volte a porte chiuse: come è difficile abbandonare la paura, la sfiducia, che i nostri venerdì santi provocano nelle nostre vite… non ci basta nemmeno vedere il Risorto per aprire le porte… incontrare Gesù Risorto non è questione di un momento, di un evento felice, ma è un cammino, una relazione che cresce con la fedeltà e il desiderio, e nel quale il Signore non si stanca di venirci incontro e di portarci la sua pace; ce la porta sempre, anche se trova le nostre porte chiuse, anche dopo tante esperienze della sua presenze: crede che prima o poi le apriremo, si fida di noi. Sa che prima o poi crederemo davvero che la pace che il Signore ci porta non è un augurio sterile, nemmeno una promessa. È una realtà: se Cristo è risorto, tu hai la pace, sempre e in qualunque circostanza.

Accanto a questa amorosa pazienza che il Signore ha verso ciascuno di noi, cogliamo anche la responsabilità alla quale ci chiama l’incontro con Lui. Scrive Padre Gaetano Piccolo: “Chi vede questa comunità spaventata, chi osserva questo Cenacolo con le porte chiuse, perché dovrebbe credere che quelle persone hanno davvero incontrato il Risorto? La comunità, il credente, ha una grande responsabilità. Tommaso non ha infatti tutti i torti: perché dovrebbe credere che i suoi compagni hanno incontrato Gesù Risorto se li vede ancora pieni di paura e chiusi dentro?”

  • Mostrò loro le mani e il fianco: Gesù si preoccupa di mostrare ai suoi amici (è così che li ha chiamati) i segni del suo amore per loro… non so se sia stato per farsi riconoscere, per dar loro una prova, oppure proprio per un impeto di amore e di tenerezza “guardate quanto vi amo, quanto siete preziosi per me!!! Guardate quanto valete!!!”. Mi commuove molto Gesù, che sembra voler gioire con i suoi amici della sua vittoria, nata dalla croce, e impossibile senza di essa… questo dice anche a noi che le piaghe, le ferite che la vita inevitabilmente ci lascia, sono anche il luogo della nostra vittoria, il luogo nel quale possiamo far vincere Dio sul male, e con lui vincere anche noi. Qualunque dono noi abbiamo non viene da noi, non è roba nostra, non possiamo vantarcene: ci viene da Dio. Ma il dolore che portiamo con Cristo e per amore di Cristo, che sopportiamo in perfetta letizia (per dirla con San Francesco) questo si è proprio nostro, è la nostra vittoria. E può insegnarci a farci prossimi ai fratelli che incontriamo, e che forse ancora non sono riusciti a vedere nelle loro ferite la possibilità di una risurrezione.
  • Mio Signore e mio Dio!: l’incontro con l’amore di Gesù Risorto porta Tommaso a vedere finalmente la verità e a professarla, senza vergogna e reticenza. Gesù è nostro Signore e nostro Dio, e credere ci da la vita. È per questo che Giovanni e gli altri evangelisti hanno scritto i loro Vangeli, è per questo che la Chiesa continua da 2000 anni a professare e ad annunciare Cristo, costi quel che costi. È il pensiero che ho fatto durante la veglia pasquale, pensando a quei riti che ripetiamo da secoli e che portano in sé una verità che va trasmessa, e ancor più tramandata. Solo nel nome di Gesù c’è la vita vera, e più cominciamo ad accostarci alla preghiera, al Vangelo, con fedeltà e con la fiducia, più questa parola ci farà conoscere la verità, ci renderà liberi e ci farà vivere. Perché il mondo, e noi pure, ci rimanda tante immagini di noi stessi spesso diverse e contrastanti, in base al momento, all’interesse, al successo… e queste immagini ci rendono schiavi.

Solo lo sguardo del Signore ci libera.

Suor Alice

suore carmelitane di S. Teresa di Torino

 

 

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Lc 24,13-35 “Sulla via di Emmaus”

È interessante meditare attraverso questo passo del Vangelo, lo stile di Gesù Risorto quando ci incontra sulle vie della disperazione.

Forse se fossimo al suo posto, dopo aver tanto patito fino a morire da falliti su una croce, la prima cosa che faremmo da “risorti” è andare da Pilato e dai capi dei giudei per far loro vedere che non hanno prevalso, anzi adesso non hanno nessun potere su di noi, e che hanno perso tutto!

Ma le vie del Signore non sono le nostre, i suoi pensieri non sono i nostri, per fortuna! Il suo stile non è il nostro!

Gesù sceglie di manifestarsi ai suoi discepoli deboli e abbattuti, e non ai potenti di questo mondo. Il Risorto si manifesta a loro gradualmente, ed entra nella loro vita a punta di piedi. Prima di informare e di proclamare la sua Risurrezione, il Figlio di Dio si interessa del nostro stato d’animo.

Ci lascia sfogare la nostra angoscia, raccontare il nostro vissuto, esprimere le nostre paure e le nostre delusioni. Dialoga con noi e ci spiega pian piano il senso delle Scritture e degli eventi della vita. Ci fa una sorta di terapia con tanta, ma tanta pazienza, finché si fa buio pesto, e arriviamo al focolare, cioè finché arriviamo al punto più profondo in noi stessi.

Quanto è delicato il Signore nel rispettare la nostra libertà, quanto ci ama veramente! Lui non si impone e non entra per forza dentro il nostro vissuto, anche se lo conosce più di noi e sa dove è il meglio per noi, ma fa finta di andare più in là,  lasciandoci la libertà di esprimere il nostro desiderio di ospitarlo in noi!

E’ solo quando ospitiamo liberamente questo “Straniero”, “il tutt’Altro, il Santo”, nel più profondo di noi, e nel momento più buio,  che accade il più grande dei miracoli. Il testo ci dice: “i loro occhi si aprirono, lo conobbero, e tornarono senza indugio a Gerusalemme”.

Gesù è risorto, ma i discepoli non lo erano ancora. A Gesù non interessava annunciare “il fatto della sua Risurrezione ” con un modo eclatante e schiacciante. Perché a Lui interessavano i suoi, la loro Risurrezione con Lui, più della confermazione di sé. Per questo il Risorto ci accompagna nella strada della nostra vita, e attraverso l’Eucaristia, il memoriale della sua morte e risurrezione, ci “apre gli occhi”, cioè ci fa vedere la verità profonda della vita e di noi stessi.

Lo conosciamo, cioè entriamo in una relazione intima con Lui, che ci “fa tornare a Gerusalemme dove ci sono gli altri fratelli riuniti” cioè ci fa tornare nel seno della Chiesa e ci restituisce la fratellanza venuta meno a causa della pesantezza dei dolori della vita, ci riconcilia con noi stessi, con gli altri e con il Padre, per arrivare con Lui alla fine del nostro soggiorno terreno alla Gerusalemme Celeste, il Paradiso.

È questo Gesù, è questo il nostro Gesù Risorto, ospitiamolo nella nostra vita, rallegriamoci ed esultiamo, ritorniamo dai nostri fratelli per cantare insieme l’Alleluia pasquale a squarcia gola!

suor Maria della Resurrezione

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Stiamo entrando nella Settimana Santa, nel grande mistero della sofferenza, morte e risurrezione di Gesù. La grande narrazione di questo mistero si apre con la domenica delle Palme e – paradossalmente – inizia con una folla esultante, i mantelli rossi, i rami delle palme, con il grido “osanna!”.

Gesù è il profeta che tutti stavano aspettando e vogliono fare di lui un re. Da un punto di vista politico questo sarebbe un sogno. Gesù ha le folle nelle sue mani. In caso Lui fosse minimamente interessato a realizzare le sue ambizioni di successo o di potere…

Noi invece vediamo Gesù che sembra completamente indifferente all’opinione degli uomini. Quest’atteggiamento lo vedremo sempre di più anche nella narrazione della sua passione. A un certo punto Gesù smette di discutere e non risponde più, cioè risponde con un silenzio assoluto. Si lascia guidare da un’altra forza interiore. Gesù, così presente e attento, così  consapevole di quello che sta succedendo dimostra un grande distacco sia dal successo e dall’entusiasmo sia dal rifiuto, umiliazione e minacce da parte degli uomini.

Il tema di questa settimana è un tema forte e non tanto popolare: il tema della cattiveria, crudeltà e ingiustizia umana; il tema perenne di un innocente tradito, ingiustamente condannato, torturato e ucciso in modo barbarico. Ci fa pensare al fatto che queste cose succedono anche oggi a tante persone. Ci fa pensare che anche noi – prima o poi – anche se non allo stesso livello di dolore e solitudine – dovremo attraversare gli elementi essenziali di questa dimensione dell’esperienza umana: la sofferenza e la morte.

Ma perché Gesù è morto per noi? Quale è il significato più profondo di tutto questo? E come c’entra la nostra relazione con Dio?

Stiamo entrando nella Settimana Santa. Stiamo entrando nel mistero dell’amore di Dio per noi. Ogni anno abbiamo un’occasione per rispondere a queste domande un po’ più in profondità. Nella narrazione della sua passione, morte e risurrezione possiamo trovare la chiave del mistero della nostra esistenza, la chiave del mistero di tutta la realtà. Non basta però essere soltanto degli osservatori dall’esterno ma bisogna lasciarci toccare personalmente, lasciarci coinvolgere e permettere che questa storia entri dentro il nostro cuore e ci apra ad un livello più profondo di verità.

A volte siamo impazienti, a volte vogliamo subito arrivare ad una spiegazione, alla “morale della favola”.  Eppure sappiamo che non tutto si può misurare o definire e non tutto si può spiegare. Oltre le vie puramente razionali ci sono altre vie di conoscenza: le vie dell’esperienza, le vie dell’amore…

Entriamo dunque in questa Settimana Santa con il cuore aperto e con gli occhi fissi sulla bellezza, forza, mitezza, nobiltà del Signore. Permettiamo che sia toccato e stravolto il nostro modo di vedere e di essere. Impariamo pian piano che cosa vuol dire amare Gesù, conoscerlo con la conoscenza che è amore: camminare con Lui e attraverso tante nostre piccole morti e risurrezioni entrare con Lui nella vita nuova trasformata dal suo amore.

Suor Irena del Volto Santo

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Cosa vuol dire “giustizia”?

Le letture di questa quinta domenica di quaresima ci pongono questo interrogativo, ma ci aiutano anche a trovare una risposta.

Nel vangelo di Giovanni (Gv 8,1-11), attorno alla donna adultera, troviamo un gruppo di “osservanti” scrupolosi della legge che non guardano a lei come persona ma solo al suo “flagrante peccato” e la vogliono sfruttare come mezzo per mettere alla prova il maestro di Nazareth.

Gesù si china a terra, insegna un atteggiamento riflessivo, mostra l’importanza di prendersi del tempo prima di rispondere, e richiama ad un atteggiamento empatico: come lei anche io ho una colpa, come lei ha tradito una relazione, così anch’io spesso tradisco nelle relazioni.

Il peccato contro la comunione è il più comune e, forse, quello che si camuffa maggiormente. Quante volte si tradisce l’altro privandolo di un ascolto sincero? Quante volte si ha fretta e non si dedica il tempo necessario a quella persona particolare…con cui si fatica? Quante volte si sbattono porte in faccia senza rendersene conto e quante volte si ferisce con un mancato “grazie”?

Chi di noi è senza queste mancanze scagli la pietra contro chi sbaglia nelle relazioni.

Tutti noi dovremmo girare i tacchi e svignarcela.

La vera giustizia è quella che ci dice il profeta Isaia: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova:… Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,16-21). Giustizia è sempre un nuovo inizio «per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo» (Fil 3,8-14).

 

Buona domenica,

Sr M. Nicoletta del Cuore di Cristo

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Questa IV domenica di Quaresima, domenica della gioia (Laetare) è un giorno particolare.

Suona un po’ strano dire “domenica della gioia” nel tempo di Quaresima, tempo che ci fa riflettere sulla nostra povera condizione di peccatori, e soprattutto il tempo in cui ricordiamo la Passione e la morte del Signore Gesù.

Invece proprio la Chiesa ci sprona a questa gioia, perché è la gioia di essere misericordiati!

Il Vangelo di oggi ci mette davanti ad una storia normale di una famiglia buona, ricca, ma è anche una storia tragica.

Il figlio minore, forse anche il più amato e il più coccolato dal padre, lo vuole morto. Sì, lo vuole morto! Gli chiede la sua parte di eredità e con questo suo atteggiamento fa morire il padre che è ancora vivo.

Ma perché, non gli manca nulla e ora vuole di più? Questa domanda può risuonare nella nostra mente.

Il padre accetta di essere morto per il proprio figlio e gli dà quello che gli spetta, e con il cuore spezzato lo lascia andare. Il figlio deve fare le sue esperienze per poter crescere la sua identità e maturare la sua personalità. Potrebbe sembrare assurdo e invece è proprio così che si impara a valorizzare ciò che si ha. Solo sperimentando la propria miseria, la propria impotenza, la propria fragilità che si scopre quanto male si procura anzitutto a se stessi e poi agli altri. E questa consapevolezza, raggiunta dalla propria esperienza, porta a riconoscere l’errore e ci rende capaci di chiedere perdono e di perdonare.

Riconoscere il proprio errore e chiedere perdono è un passo molto coraggioso. Con che faccia torna, dopo tutto ciò che ha fatto al suo padre? Invece il padre pensa solo al figlio che ritorna, il resto non lo ricorda più. Il figlio che era morto è ritornato a vivere! Ma la gioia del padre non è condivisa da tutti, il figlio maggiore si mette a giudicare sia il fratello che il padre.  “Questo tuo figlio”, non lo considera neanche come fratello, per lui non esiste più. Ed è triste questo! Non riconosce neanche il padre come padre, ma come suo padrone: “ti ho servito fedelmente in tutto e per molto tempo”. Si autoesclude dalla casa allo stesso modo del fratello minore e, non vuole entrarci per far festa, che sarebbe anche sua.

Il figlio minore, pensa a se stesso. Vuole solo avere dove dormire e mangiare altro non chiede.

Il figlio maggiore ha tutto questo, ma ci rinuncia perché troppo orgoglioso per entrare in casa dove non si sente padrone.

Il padre invece ama tutti e due e con tutte le sue forze cerca di mostrare il proprio amore a ciascuno dei figli in modo in cui hanno bisogno di sentirsi amati. Al primo apre l’abbraccio di accoglienza, all’atro fa ricordare che la casa è anche sua di cui anche lui è il padrone.

La parabola lascia aperto il finale, non ci dice cosa sia avvenuto dopo tra i fratelli. Unica cosa che ci lascia chiaro è che ognuno è amato dal padre e nonostante le fragilità, le imperfezioni, l’allontanamento… il padre ama, e lascia a ciascuno il tempo necessario per le esperienze e aspetta pazientemente.

Il Padre non è mai distante, indifferente e assente alle nostre sofferenze, anzi Egli soffre con noi in silenzio e attende il momento in cui ci decidiamo di tornare a lui e si mette a correre incontro per risparmiarci le forze e i passi perché il suo amore così grande che gli basta un solo nostro atto di volontà, il resto lo fa Lui.

 

Sr. M. Viktoria di Gesù

suore carmelitane di S. Teresa di Torino

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La prima lettura di questa domenica ci racconta un fatto centrale, fondativo per il popolo di Israele: l’incontro di Mosè con Dio nel roveto ardente.

Notiamo subito l’atteggiamento di Mosè: vuole vedere il “grande spettacolo”, un fatto inaspettato e inspiegabile, che desta curiosità, affascina… e stop! Dopo si torna al pascolo. Ma Dio non è sceso per far vedere uno spettacolo, Dio non da spettacolo, né esteriore, né emotivo: Dio non viene per farci vivere dei bei momenti di euforia spirituale.

Dio è sceso per farci salire, Dio viene a CHIAMARCI: se Dio si fa percepire in qualche modo nelle nostre vite, anche con momenti di forte intensità emotiva, è perché ci sono dei passi da compiere, perché ci chiede di dare una svolta alla nostra vita e di coinvolgerci nella vita delle persone che abbiamo accanto…

Mosè aveva provato a mettersi accanto al suo popolo, a modo suo, anni prima in Egitto, uccidendo il sovrintendente egiziano, e ne aveva ricavato solo una condanna a morte e la fuga a Madian… chissà quante volte avrà ripensato ai suoi fratelli schiavi mentre pascolava il gregge di suo suocero Ietro, chissà che senso di impotenza e di rassegnazione lo affliggeva… ma ora, è con Dio che egli libererà il suo popolo. Quello che è il desiderio di Mosè, la preghiera straziante del popolo… prima ancora è il sogno di Dio: la nostra LIBERTA’. Una libertà che passa dal coinvolgimento personale per il bene.

Gesù ci dice la stessa cosa nel Vangelo: se la vostra preoccupazione si ferma all’analisi della situazione, alla ricerca dei colpevoli, e non diventa spinta alla conversione, è sterile. Ma di quale conversione ci parla Gesù? Della conversione all’AMORE. Rischiamo tutti di vivere la vita come un “grande spettacolo”, nel quale ci turbiamo e ci scandalizziamo per il male e il peccato, ci indigniamo… ma poi andiamo avanti sereni fino alla prossima catastrofe.

Così non si vive da cristiani, così, ci dice Gesù, siamo complici del male del quale ci indigniamo, così andiamo noi stessi in quel baratro e ci spingiamo gli altri… Dio ha fatto tutto quello che poteva fare per il bene di chi soffre: ha fatto ME.  A me tocca fare la mia parte per questo bene. Se non voglio perire, nel corpo e nell’anima.

Gesù, come questa “roccia spirituale” che ha accompagnato Israele nel deserto tra i suoi alti e bassi, porta per noi una pazienza piena d’amore, e attende il nostro coinvolgimento nella sua opera con pazienza e fiducia: non ci sradica per le nostre infruttuosità, perché siamo alberi buoni, alberi del Padre e sa che porteremo frutto, con il suo lavoro, la sua cura, il suo amore.

“lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità, e si fida, oltre ogni ragionevolezza. Per lui il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri.” Padre Ermes Ronchi

È bellissimo vedere che il sogno di Dio è la mia fecondità, il frutto particolare e proprio che solo io posso dare, che da pienezza e gioia alla mia vita. Ringraziamo il Signore per la sua cura, per il suo amore e per la sua pazienza, e cerchiamo davvero di far tesoro anche di questo tempo di quaresima per ripartire nella verità della vita donata, di quel piccolo passo possibile che posso fare per rendere, con Dio, il mondo un posto un po’ migliore.

suor Alice

suore carmelitane di S. Teresa di Torino

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LA PROVA

Il contesto del Vangelo odierno è di PROVA: Gesù si prepara al cammino della croce, i discepoli seguono Gesù ma con molte aspettative sfalsate e paura. Pietro ad esempio, ha appena pronunciato la sua professione di fede, ma all’annuncio della sofferenza di Gesù, esclama:  «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai!».

Questa esperienza viene sottolineata in parallelo dalla lettura veterotestamentale: Abramo non vede arrivare figli, non ha ancora una terra, e gli anni passano.

L’ESODO

Il monte, la nube e Mosè richiamano l’ESODO del popolo d’Israele nel DESERTO.

La nube è segno di oscurità e paura, ma anche di una presenza particolare di Dio (come il fuoco).

Gesù stesso parla del suo ESODO con i suoi interlocutori: Mosè ed Elia.

Qual è l’esodo, ovvero il PASSAGGIO,  che ci viene chiesto di fare?

E come compierlo?

Anzitutto il come, che intuiamo osservando Gesù stesso: PREGANDO.

Ma ci viene detto in modo esplicito dalla voce che risuona dalla nube in cosa consiste la nostra preghiera: consiste  nell’ASCOLTO.

L’ascolto non è solo un atto fisico, nella Regola benedettina troviamo scritto: “Tendi l’orecchio del cuore”. Si tratta di un’attitudine, un’inclinazione VERSO l’altro. E richiede che lo alleniamo, perchè spesso possiamo sentire, ma non ascoltare. L’ascolto chiede di sviluppare un’abitudine, chiede di restare nel presente, nella realtà che vivo in modo tale che io sia presente a me stesso, a Dio, a quello che vivo.

“Senza dubbio, tutto ciò che ascoltiamo, ma proprio tutto, non è altro che una preparazione all’ascolto di ciò che rimane in silenzio. Solo nell’habitat del silenzio, nelle lunghe giornate silenziose e di preghiera, l’ascolto può maturare” (J. T. Mendonça).

Perchè ascoltare?

È ascoltando che posso superare in me stesso lo scandalo della croce, la paura di fronte al dolore, alla prova.

Non vi è FEDE che non nasca dall’ascolto, un ascolto che va fino in fondo, in profondità.

L’ascolto è lo spazio in cui Gesù può agire e guarirci dalle nostre paure.

Quando la voce di Dio dice “ascoltate”, Gesù non ci sta propriamente dicendo qualcosa. Il senso infatti è ACCOGLIETELO, METTETEVI IN ASCOLTO DEL SUO MISTERO. L’ascolto ci pone di fronte a Lui, ma anche CON LUI E IN LUI. (J. T. Mendonça)

Chi ascolta è simile a una casa costruita sulla roccia. Tempeste, crisi, notte oscura…restano. La differenza sta nel modo in cui si resiste alla prova.

Ovvero, con FIDUCIA. La scelta di seguire Gesù non ci risparmia la sofferenza: quello che ci dà è la capacità di viverla nella FIDUCIA. E questo nasce dal RADICAMENTO NELL’ASCOLTO.

La fede viene da ciò che si ascolta.

Per questo si tratta di ascoltare Lui. Gesù SOLO.

PROMESSA E TRASFIGURAZIONE

Ecco che la stessa realtà viene trasfigurata, ovvero si riempie di luce. C’è la certezza di una promessa. E Dio è fedele alle sue promesse.

suor Marta del Verbo di Dio

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