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Nel Vangelo di questa prima domenica di Quaresima troviamo Gesù guidato dallo Spirito nel deserto. L’incarnazione del Figlio di Dio comporta l’attraversamento dell’intera esperienza umana, fino a sperimentare la tentazione.

Il deserto, infatti, rappresenta per noi quel luogo e quel tempo che sono necessari per domandarsi cosa è necessario e cosa non lo è nella nostra vita. È un tempo per mettersi in ascolto della verità di sé e per verificare la consistenza della propria fede in Dio.

Le tentazioni che Gesù vive non sono una prova o una dimostrazione di forza, ma corrispondono piuttosto a quei decisivi momenti della vita in cui si mette in dubbio tutto, proprio come fa il diavolo con Gesù: “Se tu sei …”. È proprio dei pensieri malvagi quello di insinuare il dubbio, di offuscare la verità e di far vacillare ogni certezza del bene ricevuto da Dio. Così si può arrivare a mettere in discussione la propria identità con il rischio di andare in cerca di soluzioni momentanee (“di’ a questa pietra che diventi pane”). Si può mettere in dubbio il senso della propria vita domandandosi a quale Dio o idolo ci si affida (“se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo”).

Infine, si può mettere in dubbio la propria relazione filiale con Dio mettendone alla prova la bontà (“se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui”).

Ma il deserto è anche il luogo privilegiato per vincere la tentazione, per fare memoria del cammino percorso con Dio, per ricordarsi della Sua Parola e di cercarlo con cuore sincero spoglio di tante superficialità. È proprio nel tempo della prova, quella in cui ti riscopri fragile e vulnerabile, che è possibile riaffermare con rinnovata decisione chi sei e verso dove vuoi camminare nella vita.

Nel deserto si è solo apparentemente soli, in realtà c’è sempre la possibilità di affidarsi allo Spirito di Dio e alla sua Parola per uscirne vittoriosi, maggiormente consapevoli di sé e abbandonati nelle braccia amorose del Padre.

Suor M. Nicoletta del Cuore di Cristo

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Il Vangelo di questa domenica è una bella dose di preparazione per la quaresima che presto arriva, il brano ci parla di una relazione tra l’interno e l’esterno ovvero una connessione tra la nostra interiorità e la nostra vita quotidiana.

Gesù inizia il suo discorso con una domande che sembra quasi scontata:“Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?”

Infatti alla domanda, Gesù non aspettava una risposta, bensì voleva dare un messaggio ben preciso: chi si considera guida e si imporre da maestro degli altri, quel tipo che giudica continuamente gli altri, e chi si crede di avere sempre da insegnare, non andrà da nessuna parte se non si finisce in un fosso.

Va ricordato che la nostra vita è una vita da discepolo non da maestro, la mia vita è tutta da imparare non da insegnare. Non sono arrivato, sono sempre in cammino verso la meta.

Purtroppo tutti siamo tentati ad avere simili comportamenti e tante volte crediamo che il punto vero è raddrizzare gli altri non noi stessi, e talvolta ci impegniamo ad addrizzare il mondo, sistemando e modificando i difetti altrui, vogliamo quasi cambiare il mondo, cambiando gli altri. E ci siamo dimenticati che Gesù ha cambiato il mondo amando e dando se stesso, non giudicando gli altri. Il mondo ha bisogno di testimoni che sanno amare, non di giudici e giudicatori. I fratelli e le sorelle hanno sete d’amore infinito, hanno fame di essere amati di un amore incondizionato. Certo la verità va detta e la correzione fraterna va fatta, ma sempre però accompagnata dall’amore e dalla carità. Infatti una verità senza amore è una menzogna, un fosso.

Gesù ci consiglia dicendo:“Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.” Ovvero occupati della tua povertà prima di misurare la povertà degli altri, cura le tue ferite prima di contare le ferite del fratello. Prima di andare ad aggiustare le fragilità degli altri, forse ti conviene curare le tue. Quanto è facile criticare gli sbagli e le mancanze altrui, e quanto è difficile fare i conti con i nostri sbagli? Sì, spesso siamo Ipocriti.

“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.” È molto interessante questo discorso che fa Gesù sul frutto che portiamo, infatti ci dovremmo chiedere: le persone incontrandoci cosa raccolgono? accoglienza, amore, benedizione, uva, fichi, frutto buono O rigidità, moralismo, amarezza, giudizi, spini, rovi?

Le persone che mi circondano si sentono accolte e amate o giudicate e condannate?

È un bel esercizio d’esame di coscienza: che frutto do nella mia quotidianità?

Concludendo il suo discorso, Gesù dice: “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”  Siamo chiamati a prenderci cura di ciò che abbiamo nel cuore, dobbiamo chiederci cosa sovrabbonda nel nostro tesoro? Prenderci cura del cuore infatti è andare in profondità, renderci conto di ciò che abita la nostra interiorità. Infatti la bocca esprime ciò che riempie il cuore: con la mia bocca posso spargere veleno o trasmettere pace. Sono sempre libero a scegliere se criticare o essere d’esempio, se lamentarmi o fare i complementi agli altri, se sorridere o giudicare.

Questa settimana possa essere un’ottima occasione per allenarci per purificare il nostro cuore perché sia luogo della presenza del Cristo e curare il nostro rapporto con i fratelli.

suor Dina della Santa Famiglia

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Nel Vangelo di questa domenica Gesù si rivolge ai suoi discepoli e parla loro dell’amore. Ma l’amore di cui parla Gesù ha qualcosa di rivoluzionario! Si tratta di un amore autentico, gratuito, disinteressato, senza confini, libero e liberante.
Certo, è facile amare chi ci vuole bene e chi ci apprezza! Questo è umano, istintivo. Gesù invece ci dice: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”. Ma chi sono veramente i nostri nemici? Non sono quelli distanti, lontani da noi, sono invece le persone più vicine, quelle che ci vivono accanto. Sono coloro che ci fanno dei torti, sono anche coloro che ci disprezzano, che parlano male di noi; e noi sappiamo bene che, se rispondiamo col male, rischiamo di entrare in un vortice di male ancora peggiore. Invece Gesù ci ha rivelato che Dio è Padre, padre di tutti gli uomini, sia dei buoni sia dei cattivi. E Dio, che è padre, ci ama, capisce le nostre fragilità, è misericordioso con ognuno di noi, non ci condanna; se viviamo lontani da Lui, Lui aspetta il nostro ritorno perché sa che spesso siamo ingannati dal male e ci attende come un padre misericordioso, sempre pronto a perdonarci. E’ solo la misericordia che cambia i cuori! Solo se noi abbiamo sperimentato questo amore del Padre siamo capaci di donarlo agli altri. “Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”. E questo non è opera nostra, ma è opera di Dio, dello Spirito Santo presente nei nostri cuori!
Gesù dice anche: “A chi ti percuote sulla guancia offri anche l’altra”;  anche in questo caso Gesù non ci vuole dire di subire il male, ma di saper rispondere al male con il bene.
E poi ancora:  “Da’ a chiunque ti chiede!”  Ecco, come figli di un unico Padre  siamo chiamati a donare, a condividere con gli altri quello che abbiamo, se ne abbiamo la possibilità.
“Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”.  Questa è la cosiddetta “regola d’oro”, che ci invita a trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi.
Infine Gesù ci dice: “Non giudicate e non sarete giudicati”. Chi ama non giudica, chi ama non può giudicare! A nessuno piace sentirsi giudicato dagli altri! Solo Dio può giudicare, Lui che veramente conosce a fondo il nostro cuore! Ma proprio per questo il suo è un giudizio di amore e di misericordia!

sr Silvia di Gesù misericordioso

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Nel Vangelo di Matteo Gesù sale su un monte e come nuovo Mosè dona al popolo una nuova legge, i comandamenti dell’alleanza nuova: le beatitudini. Se guardiamo il brano delle beatitudini in questa ottica possiamo notare che questi “comandamenti” sono ben particolari. A differenza della legge dell’Antico Testamento Gesù parla in maniera completamente diversa. Non ci impone niente. Invece di presentarci un elenco di cose da fare e da non fare sembra piuttosto di voler suscitare un desiderio dentro di noi… descrive una realtà nuova, una realtà da abitare, un’esperienza in cui entrare: la beatitudine, la felicità profonda.

Nel Vangelo secondo Luca, invece di salire su un monte, Gesù scende in un luogo pianeggiante. Luca pone Gesù in una condizione umile, quasi che i suoi discepoli stessero in un posto più elevato. «Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva» (Lc 6,20). Forse per sottolineare che Egli non ci guarda mai dall’alto in basso. Gesù ci parla da amico, da fratello… quasi come vorrebbe dirci: Non aver paura, non sei più schiavo ma libero! Sei figlio, coraggio!

Gesù parla della felicità dei poveri, affamati, quelli che piangono e sono perseguitati…. Sembra una contraddizione. Ma Lui non dice che questi sono beati per la loro condizione di essere poveri, affamati… ecc. sono beati perché ricevono una nuova condizione da Dio: perché di essi è il Regno di Dio, perché saranno consolati, sfamati da Dio… Ecco la beatitudine. Questa felicità, questa beatitudine non viene meno neanche in mezzo alla povertà, neanche nel pianto, nella fame o addirittura nelle persecuzioni… anzi proprio in queste situazioni dolorose e spiacevoli si può misteriosamente rivelare la vera potenza di questa felicità che viene puramente da Dio.

Anche se ci troviamo poveri, mendicanti dentro di noi stessi, cioè profondamente vulnerabili e incompleti nel nostro intimo, non dobbiamo avere paura. Proprio lì nel riconoscere la nostra fragilità, rimanendo uniti al Signore, potremo scoprire che il Regno di Dio è già nostro. Il Regno di Dio e la Sua beatitudine si apre proprio lì dove riusciamo ad accogliere la verità di noi stessi, la nostra povertà e la nostra fragilità aprendoci alla grande misericordia del Signore.

sr Irena del Volto Santo

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Il Vangelo ci racconta di un momento che probabilmente ci riguarda tutti, in un periodo o nell’altro della vita, forse proprio ora: il FALLIMENTO.

Pietro e i suoi compagni tornano da una notte del tutto infruttuosa, da una fatica buttata al vento: ore di lavoro inutile, che non ha dato frutto… che tristezza, non c’è nulla che ci faccia perdere le energie quanto il constatare che il nostro impegno è inutile.

Gesù arriva proprio in questo momento, ora che tutto sembra perduto, con uno stile che ci fa bene al cuore e che ha tanto da insegnarci:

SALI’ SU UNA BARCA, CHE ERA DI SIMONE: Pietro arriva da una notte in cui sembra non aver ottenuto niente, sembra aver buttato via tutto il suo impegno… eppure qualcosa ce l’ha ancora: ha la sua barca! Gesù riparte da ciò che Pietro ha, proprio quello è ciò che gli serve per cominciare il suo annuncio di salvezza. E non lo chiede con pietà, con rimprovero o con ironia, ma con l’atteggiamento di chi ha davvero bisogno, con la preghiera che fa appello a quel poco che c’è: “lo pregò di scostarsi un poco da terra”. È davvero bello questo atteggiamento di stima e di rispetto che Gesù manifesta verso di noi sempre, in qualunque situazione ci troviamo.

PERCHÉ SONO UN PECCATORE: Anche questa reazione di Pietro ha una sua bellezza, per quanto incompleta. È bello vedere come l’apostolo, che avrebbe potuto esultare per il bottino appena ottenuto, di fronte alla grandezza del Signore che riempie la sua barca vuota, riconosce la propria povertà e poca fede… come si fa ad annunciare il vangelo se si è così? se si è pieni di peccato e non si riesce a scommettere sull’amore di Dio?

È la stessa reazione che troviamo nella prima lettura sulla bocca del profeta Isaia: “come possono le mie labbra impure annunciare la tua grandezza?”

Questa consapevolezza positiva può nascondere anche qualcosa di non buono, e cioè quella chiusura in noi stessi che in fondo ci fa pensare che tutto dipenda da come sono io, da quanto efficace è il mio modo di presentare il vangelo, dalla perfezione della mia vita…

NON TEMERE… TU SARAI! : Gesù non nega la verità di Pietro, ma il punto centrale è un altro: non sei tu, Pietro, che devi salvare il mondo, ma camminare con me. E allora anche la tua vita un po’ alla volta cambierà, e tu sarai pescatore di uomini.

“Non temere, anche la tua barca va bene! Anche la tua zattera, il tuo guscio di noce, la tua vita va bene per fare qualcosa per gli uomini. Resterai peccatore, eppure sei utile agli uomini e a Dio, guaritore d’altri anche se ferito.” (Padre Ermes Ronchi)

Il Signore ci incoraggia a non avere paura, a fidarci di Lui per andare con serenità e forza incontro agli altri, a chi vede la propria vita buttata e fallita, per risollevarlo, per annunciare anche a Lui che la salvezza non viene dai nostri successi, dalle nostre bravure, dalle nostre capacità, ma da “Cristo che morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (seconda lettura).

In questo sta la certezza della nostra vita.

Suor Alice e suor Chiara

suore carmelitante di S. Teresa di Torino

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Gesù viene presentato al Tempio, viene riaffidato da Maria a Giuseppe nelle mani di Dio Padre.

Maria e Giuseppe consegnano a Dio il mistero della vita che hanno tra le braccia.

Ma gli affidano il proprio stesso mistero, il mistero della propria storia e della propria vocazione. La propria maternità e paternità ha infatti seguito strade difficilmente spiegabili razionalmente. Ora, soffermandosi dallo scorrere quotidiano del tempo, possono solo riconoscere di essere abitati da un mistero che li trascende. Con l’atto di presentare Gesù al tempio, esprimono la consapevolezza che il mistero delle loro vite appartiene a Dio, il Dio della vita.

Anche le nostre vite prendono a volte sentieri e svolte inaspettate. In questa domenica, possiamo stare di fronte alla nostra vita affidandola a Dio, con fiducia ed abbandono.

Il nostro stesso mondo interiore, con i suoi desideri e aneliti, è uno scrigno misterioso che poi si traduce in scelte e azioni. “Vocazione”, ovvero quella chiamata ad essere che sentiamo dentro, è una forza misteriosa in cui riconosciamo una grande potenzialità di felicità per la nostra vita, di amore e fecondità, di pienezza. Negarla significherebbe tradire una parte vitale di noi stessi, forse la più vera. Risponderle con il nostro “sì”, è l’inizio di un’avventura, perchè non sappiamo che cos’è questo quacosa che ci scalcia dentro perchè vuole nascere, vuole venire alla luce.

Samuele ed Anna sono rimasti fedeli all’intuizione e al desiderio che avevano dentro di sè per tutta la loro vita, anche attraverso l’attesa e la sofferenza: sono i nostri testimoni. Hanno infatti accettato l’apparente non-senso dell’attesa, il vuoto, la ferita, perchè qualcos’altro in loro voleva vivere (citaz. don Paolo Arzani).

Simeone ha abitato l’attesa, fedele al suo sogno. Ha vissuto quel sentimento di vuoto che abbiamo quando attendiamo qualcosa che non arriva. E’ stato fedele a quel germoglio di vita, di bellezza, di verità, di amore vero, che solo ora può tenere tra le braccia e vedere con i propri occhi. Ha lottato per custodire la propria autenticità, senza venir meno a causa della paura o delle pressioni degli altri.

Anna è rimasta vedova giovanissima. Non accetta di risposarsi. Resta nella sua condizione di estrema vulnerabilità. Accetta la solitudine (una spada, che le ha attraversato l’anima). Sarà una testimone per Maria: anche a Maria una spada attraverserà l’anima. Anche Anna vive un vuoto lungo molti anni, che riempie con la preghiera, ovvero con la presenza di Dio, con il volto di Dio. Anna ha saputo elaborare il vuoto del lutto e dell’assenza in un incontro con Dio, in una pienezza diversa. Anna, come Simeone, non ha tradito se stessa svendendosi in nome di una sicurezza o approvazione che poteva venirle dall’esterno. Ha conservato vivo e acceso il desiderio interiore e profondo di un incontro vero.

Simeone ed Anna possono farsi vicini a Maria ed essere per lei un segno, grazie a questa fedeltà e  capacità di portare pazienza, di attraversare la solitudine e il dolore, trasformando la ferita e il vuoto in qualcosa di fecondo. Per la loro capacità di vedere la luce anche quando la luce sembra non esserci più, essi sono in grado di essere sostegno anche nel cammino degli altri.

suor Marta del Verbo di Dio

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Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato

La Parola si sta compiendo ora, oggi, nella mia vita.

Ogni giorno la Parola di Dio è attuale; è Dio stesso che continua a parlarci attraverso i testi della Scrittura. Questa Parola riguarda ciascuno di noi. E ancora: questi testi, anche quando ci sembrano difficili o estranei alla nostra mentalità, rimandano comunque alla persona di Gesù. Ci dicono qualcosa su di lui. Così l’intera Bibbia diviene un unico grande spartito dove attraverso le voci di tanti autori umani, e Luca è tra questi, passa un messaggio che ci lega a Dio stesso. (Luca Mazzinghi)

Gesù stesso è il perdono, la liberazione, la guarigione. L’oggi è il luogo della rivelazione. Posso aprirmi a questa grazia o chiudermi nel rifiuto.

L’ascolto permette alla Parola di farsi vita in me. E’ il primo atto per aprirmi al dono della grazia. L’ascolto è attenzione amorosa a Dio che parla attraverso i fatti della giornata, le persone che si incontrano, la Scrittura che ci viene donata giornalmente.

Nella preghiera possiamo richiamare alla memoria quel che Dio ha voluto dirci in quest’oggi attraverso la nostra vita.

Questa Parola accolta è in noi una fonte di vita ed è feconda.  Questa Parola, bagnata di Spirito Santo, ci introduce nella vita stessa di Dio, ci abilita dunque al dono di noi stessi per amore. Ciascuno di noi, in modo irrepetibile, rivela un tratto del volto di misericordia di Dio. Questa è la nostra missione, il senso della nostra vita, il pensiero che ci ha generato: ciascuno ha in sè una chiamata a proseguire l’opera di Cristo sulla terra in questo tempo. Ricalcando le sue orme, anche noi possiamo dare la buona notizia di un Dio che è Padre di misericordia, illuminare la cecità dei cuori smarriti, donare libertà ai prigionieri e agli oppressi, testimoniare la grazia del Signore, ovvero il dono gratuito del suo amore.

L’esperienza personale che abbiamo avuto di Dio e del suo amore, possiamo ora trasmetterlo all’altro.

Chiediamoci dunque nel silenzio della preghiera come il Signore ci chiama ad amare nella nostra vita, nella situazione in cui ci troviamo.

sr Marta del Verbo di Dio

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Il Vangelo di oggi ci porta a fare verità in noi stessi, per cui nel raccoglimento della preghiera possiamo osservare se in noi facciamo esperienza di vuoto, mancanza, esaurimento…

E possiamo chiederci perchè abbiamo “un vuoto” dentro:

forse ci siamo dati del tutto agli altri, alla famiglia, al lavoro, e abbiamo bisogno di un tempo e un luogo per “riprendere fiato”, per “ricaricarci” fisicamente e interiormente.

Forse siamo caduti nell’abitudine e nel dovere anche nella preghiera, compiamo atti che però personalmente hanno perso senso, si sono svuotati di ogni significato per la nostra vita…

Forse potrebbero descriverci le parole di Geremia 2,13:

essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne, cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua.

Possiamo osservare le cisterne screpolate che ci siamo scavati per ottenere affetto, riconoscimento .. e che ci hanno lasciato più vuoti e fragili di prima…

Qui il Signore ci incontra e mostra il suo Volto.

Ci chiede nella nostra quotidianità qualcosa che ci sembra non avere nè valore, nè importanza, nè senso.

Si tratta di avere fidurcia, di fidarci che il Signore ci chiede qualcosa anche quando “non ci torna”, ma che è sempre per il nostro bene e per un bene più grande.

Nella nostra preghiera possiamo dunque alimentare questa fiducia. La nostra vita, con tutte le sue obbedienze, è il luogo sacro in cui ci possiamo unire a Lui.

Festeggiamo infatti un matrimonio: siamo fatti per amare ed essere amati, siamo fatti per unirci intimamente a Qualcuno. Siamo chiamati alla sponsalità, al dono di noi stessi per amore. Questo avviene nella terra concreta della nostra interiorità e della nostra vita così com’è: con i suoi impegni, gioie e fallimenti… che non vivremo più da soli, ma da persone profondamente amanti perchè amate, che sanno vivere tutto con amore e per amore…

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma sarai chiamata Mia Gioia
e la tua terra Sposata,
perché il Signore troverà in te la sua delizia
e la tua terra avrà uno sposo.

Rimaniamo nel suo amore. Festeggiamo nella nostra preghiera l’unione di Dio con tutto quello che siamo.

Ricevendo la comunione faccio un’esperienza sponsale: Lui è in me, io in Lui, siamo una cosa sola.

Vivere questa unione è fonte di gioia sovrabbondante: è il vino buono che viene da quella stessa realtà che ci sembrava vuota, arida, senza senso. La quantità di vino che viene offerta è enorme, dato che sei giare corrispondono all’incirca a 600 litri. Viviamo dunque queste nozze in cui il Signore si dona a noi con una smisurata misura d’amore, e ci invita a fare altrettanto…

sr Marta del Verbo di Dio

 

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Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco

Lo Spirito Santo in noi ci introduce nella vita di Dio, di comunione, di amore. E’ un fuoco d’amore che consuma ogni nostro male per unirci a Dio.

“Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6, 4)

Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera

Ecco la chiave per poter camminare in questa vita nuova.

La preghiera è il desiderio di vivere una relazione personale con il Signore, frequentandolo come un amico, una persona alla quale ci lega un legame affettivo.

Sottolineiamo proprio questo: ricevuto il battesimo, Gesù stava nella relazione con il Padre, restava nel suo amore.

Anche noi, ricevuto il Battesimo di cui oggi facciamo memoria, siamo rinati a vita nuova, la vita di Dio, in Cristo. Restiamo dunque in questa relazione, coltiviamola. Restando semplicemente con Lui, rivolgendo a Lui il nostro pensiero, prendendo consapevolezza che Egli è con noi, sempre.

Lo Spirito Santo grida dentro di noi il nome del Padre e ci riporta sempre a questa relazione vitale.

Il Padre rivolge a Gesù la sua parola: lo chiama figlio, ricordandoci così che in Gesù ogni nostra preghiera diviene un rapporto padre-figlio.

Aggiunge ancora che questo figlio, Gesù, è l’amato.

Così pregare diviene da questo momento in poi vivere la scoperta di sentirsi amati da Dio.

E la terza parola che il Padre rivolge a Gesù al momento del suo battesimo è: in te ho posto il mio compiacimento; detto più semplicemente: sono contento, sono felice di te. Il padre trova la sua gioia nel vedere il figlio che inizia il suo cammino. (Citaz. da Luca Mazzinghi)

suor Marta del Verbo di Dio

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La liturgia di questa domenica ci consegna la prima pagina del Vangelo di Giovanni, il prologo, che è una perla preziosa. Assomiglia ad una poesia dolce, talmente scritta bene che potrebbe essere considerata un inno o un canto. Giovanni, in questo brano, ci fa vedere il profilo di Gesù, chi è il Figlio di Dio. Vuole in qualche modo affermare l’Eternità del “LOGOS”, IL VERBO DI DIO, infatti ci parla dell’esistenza del Logos fin dal principio, e che il Verbo è Dio ed Egli è la Luce Vera che viene nel mondo. Giovanni presenta anche l’atteggiamento del mondo verso il Verbo, in modo molto chiaro, ci dice che davanti al Verbo sei assolutamente libero di scegliere: O Lo riconosci e quindi Lo accogli, o Lo rifiuti.

“A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

“Però” è una congiunzione avversativa che ha la funzione di legare due parole che sono in qualche modo in contrasto. Quindi se questi lo hanno accolto, gli altri avranno fatto altro. Difatti nei versetti prima, dice che il mondo non ha riconosciuto la Luce. Il testo del prologo ci descrive proprio il rifiuto che il Verbo ha subito dai suoi, che non lo hanno accolto/riconosciuto. Se pensiamo a Gesù, vediamo la persona più rifiutata nella storia, infatti è stato rifiutato alla sua nascita, odiato durante la sua vita e alla fine venduto, crocifisso e ucciso. È stato rinnegato e abbandonato dai suoi. Appunto non è stato accolto.

Tutti (nessuno è escluso) abbiamo dentro di noi un seme di “persona accogliente”, si tratta solo di coltivarlo. Abbiamo dentro di noi una funzione di “accoglienza”, si tratta solo di attivarla. Sono convinta se non accolgo mio fratello/sorella che vedo con i miei occhi, difficilmente sarei capace ad accogliere il Signore che non vedo …

Allora che cosa significa ACCOGLIERE? vuol dire prendere con sé, prendere a sé, ricevere e prendere cura.

Si impara ad accogliere Dio, accogliendo la mia vita. Iniziando dai piccoli imprevisti della mia giornata, di fronte ai quali posso rifiutare e buttare via tutta la mia realtà. E cosa avrai in cambio? Posso avere tutte le ragioni di questo mondo per lamentarmi, ma a cosa mi serve? Perché mi lascio schiavo di uno schema della mia giornata? Devo mollare questa pretesa di controllare tutto e sto alla creatività di Dio e mi metto in gioco. Direbbe Chiara Luce Badano: “A me interessa solo la volontà di Dio, fare bene quella nell’attimo presente: stare al gioco di Dio”.

Accogliere significa anche valorizzare, perciò davanti ad ogni situazione nella mia quotidianità, io sono libero di scegliere: o rifiutare o valorizzare e accogliere. Quindi O vivo da arrabbiato e amareggiato o vivo da accogliente e sereno.

Non si tratta banalmente di essere ottimista, bensì imparare l’arte di accogliere la quotidianità in modo sereno. E così mentre tutti vedono un problema, io posso vedere un’occasione per amare. Sono piccoli passi possibili per crescere nell’amore e diventare davvero figlio di Dio.

San Giustino quando parla dell’incarnazione dice che quando il Verbo di Dio si è incarnato, ha seminato (ha lasciato dei semi del Verbo) dappertutto. Tocca a noi cercare questi semi e trovarli là dove siamo, proprio lì nella mia realtà.

Dunque, si tratta di riconoscere il Verbo e accoglierLo condividendo con Lui la mia vita e tutto ciò che vivo.

sr Dina della Santa Famiglia

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