Oggi, con la Santa Famiglia apriamo le porte del nostro cuore al Giubileo della Speranza. Il Vangelo ci racconta che dopo il pellegrinaggio consueto a Gerusalemme, Gesù dodicenne rimase al Tempio all’insaputa dei suoi genitori.
Oggi, con la Santa Famiglia apriamo le porte del nostro cuore al Giubileo della Speranza. Il Vangelo ci racconta che dopo il pellegrinaggio consueto a Gerusalemme, Gesù dodicenne rimase al Tempio all’insaputa dei suoi genitori.
Fermi o in cammino
La paura o la delusione ci costringono di solito a restare fermi, ci bloccano. Al contrario il desidero e la speranza ci fanno camminare, ci fanno vivere.
Il Vangelo di questa domenica ci presenta due donne che non si sono lasciate bloccare dalla paura e della delusione, che ragionevolmente avrebbero potuto sperimentare nella loro vita: Maria si alza e si mette in cammino, non rimane a fare ragionamenti su quello che può succedere – e ne avrebbe avuto motivo, visto che una ragazza non sposata, trovata incinta, rischiava la vita; Elisabetta, a differenza di suo marito Zaccaria, che evidentemente è una persona rassegnata che non si aspetta più nulla dalla vita, ha probabilmente continuato a sperare nel silenzio, affinché il Signore rendesse feconda la sua vita.
Affrontare gli ostacoli
Due donne che ci insegnano innanzitutto a non fermarci davanti agli ostacoli della vita. Maria infatti si mette in cammino verso la montagna, simbolo di ciò che si frappone come ostacolo sul nostro cammino. Maria non si lascia spaventare dalle montagne che deve attraversare attraversare. E il testo del Vangelo ce la presenta in cammino da sola. Anche se dal punto di vista storico è improbabile ed è pensabile invece che si sia unita a una carovana per compiere quel viaggio, sta di fatto che il testo, così come ci è giunto, ha voluto presentarci l’immagine di questa ragazza coraggiosa che non si spaventa se deve affrontare da sola un viaggio pericoloso, che attraverso la Samaria l’avrebbe condotta in Giudea, forse per dirci che ci sono dei viaggi, nella vita, che possiamo fare solo noi, viaggi che dobbiamo fare da soli.
Condividere e servire
Maria è spinta certamente dal desiderio di condividere con Elisabetta quello che entrambe stanno vivendo: Dio sta lavorando nella loro vita. Maria cerca perciò una persona che possa capirla, una persona che sta vivendo un’esperienza simile. Dall’altra parte però Maria è spinta anche dal desiderio di servire, perché ha saputo che c’è una persona che ha bisogno di lei: condividere e servire sono quelle spinte che ci permettono di uscire da noi, di non ripiegarci su noi stessi, di non chiuderci né nella preoccupazione né nel compiacimento.
Sperare e discernere
Elisabetta è l’umanità che ha sperimentato la sterilità, l’umanità senza speranza, convinta di non poter più dare frutto. L’umanità attraversata dalla tentazione dell’idea che Dio sia ormai lontano. Persino suo marito Zaccaria, nonostante il tempo che trascorre nel tempio a contatto con il sacro, non crede più che Dio possa operare nella loro vita. Elisabetta forse nel suo silenzio ha continuato a sperare. Forse anche lei ha sperimentato la solitudine, l’impossibilità di condividere con qualcuno quella briciola di speranza che ancora le restava. È proprio a questa umanità sterile e senza speranza che Maria porta Cristo.
Maria è il volto della Chiesa che, spinta dal desiderio, è chiamata a scomodarsi e mettersi in viaggio per raggiungere questa umanità scoraggiata e delusa.
Elisabetta vuol dire infatti Dio è giuramento: Dio compie per ogni uomo e per ogni donna la sua promessa di bene. Lungo gli anni, è comprensibile che di tanto in tanto Elisabetta abbia ceduto alla tentazione dello scoraggiamento, quando forse avrà sentito Dio lontano. C’è però sempre un tempo nel quale Dio si fa vicino e risponde alla nostra preghiera. Elisabetta ci insegna a non deporre mai la speranza.
Elisabetta ci viene presentata qui come donna del discernimento, perché si interroga su quello che sta avvenendo e su quello che sta provando dentro di lei: a che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? …il bambino ha sussultato nel grembo. Elisabetta è una donna che ascolta in maniera attiva, pienamente presente a chi le sta parlando: sente dentro se stessa gli effetti della parola che ascolta e su quei movimenti interiori si interroga.
Un altro punto di vista
Queste due donne in cammino in modi diversi ci vengono presentate da Luca come coloro che muovono sorprendentemente la storia. Nel primo capitolo del suo Vangelo, Luca aveva dipinto un quadro puntuale e terribile della storia del suo tempo, ma adesso cambia la prospettiva, come se volesse farci guardare dietro le quinte, per suggerirci come in realtà si muove la storia, al di là delle apparenze.
Non sono i potenti e i grandi, ma due donne semplici e, per la cultura del tempo, insignificanti a fare la storia. Forse è anche un invito a cambiare prospettiva sulla storia, un invito a scoprire in che modo Dio interviene e agisce dentro la storia. Tutto dunque è in movimento, Dio stesso, seppur con tempi e modi che per lo più ci sfuggono, muove le cose, così anche noi siamo invitati a non restare fermi, ma a metterci in viaggio e a svegliare il cuore.
Suor Maria Grazia
Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un Salvatore Potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, per questo motivo sei chiamata a non avere paura. Gioisci figlia, esulta e rallegrati con tutto il cuore, perché l’Onnipotente, ha perdonato i tuoi peccati e ti ha liberato dal male. Ora, è tuo sposo il Creatore, il Dio di tutta la terra.
Amore, gioia e pace sono frutti dello Spirito e sono segni della comunione con Dio che si sperimenta, per la presenza attiva e operante del Signore nella vita.
La felicità è stare con Dio, sempre, durante tutta la giornata, dimorare sotto il suo sguardo, parlargli con la tenerezza di una persona innamorata, consapevole di vivere la vita come dono, in rendimento di grazie e di essere stati scelti e benedetti con ogni benedizione nei cieli in Cristo Gesù. Il rapporto vivificante del pregare, ci riveste di luce, ci corona di doni.Il Signore che è la sorgente dell’acqua viva, ci riempie dei suoi preziosi tesori di grazia, ci rivela i suoi segreti, ci guarisce dalle nostre infermità, ci guida sulla via del bene.
Dio ama chi dona con gioia, la conversione nasce, quindi, dalla consapevolezza che Dio ha riversato nel nostro cuore, tutta l’ampiezza, l’ altezza, la larghezza, la profondità del suo Onnipotente Spirito e che se il suo amore si è effuso così abbondantemente nel nostro cuore, non possiamo che donarlo e metterci a servizio di chi ci sta accanto: accogliendo, ascoltando, comunicando quello che a nostra volta abbiamo ricevuto, come buoni amministratori della grazia traboccante che ci è stata data.
La nostra fraternità, può sperimentare così, un modo, più ricco, gioioso, creativo di stare insieme, che diventa, solidarietà nelle necessità e rispetto dei beni altrui; il lavoro, si può colorare di impegno ,di responsabilità, di passione, di collaborazione; le nostre celebrazioni, di canto, di musica, di festa.
Il fuoco della misericordia, come un arcobaleno splendido di luce e di colori, accompagna, custodisce, illumina tutti i nostri rapporti e rende leggera e vibrante come una danza il nostro vivere. Il compiersi del nostro tempo si ammanta di felicità per la consapevolezza che il regno di Dio è vicino, è in mezzo e dentro di noi, e la salvezza riempie di bellezza e di comunione tutta l’esistenza.
suor Maria Emanuela dello Spirito Santo
Maria davvero non capisce ed è dunque turbata: un angelo, le sue parole…ma cosa significa tutto ciò? E soprattutto: come è possibile?
Nella preghiera di oggi possiamo soffermarci su questo sentimento: il turbamento che viene dal non capire cosa sta succedendo! Soprattutto, il turbamento che ci viene dal vedere la nostra realtà e non capire assolutamente come Dio da questa situazione di vita può operare cose che sembrano impossibili, capovolgimenti insperabili, novità non immaginabili.
Riceviamo messaggeri e annunci quotidiani che ci rivelano l’operare di Dio, siamo in grado di accogliere questi raggi di luce? O ci chiudiamo nel nostro pessimismo?
Guardiamo dunque alla risposta di Maria: pur non potendo capire fino in fondo, ella prontamente si abbandona in modo totale a Dio. Con fiducia.
Dalla mia realtà di ora, Dio fa nascere vita nuova, colmandomi di Spirito Santo. C’è bisogno solo della mia fiducia e completo abbandono.
“Sento che se, cosa impossibile, tu trovassi un’anima più debole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla con favori anche più grandi, se si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita” S. Teresa di Liseaux.
Siamo pronti a camminare anche noi alla cieca in pieno abbandono e fiducia in Dio?
sr May dell’Eucaristia
Nel Vangelo di oggi Gesù parla dell’ansia e angoscia per le cose che dovranno accadere sulla terra. Sicuramente non per farci paura. Anzi. Piuttosto ci invita a fare nostro un atteggiamento inaspettato: “Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.” Nei tempi di oggi in cui vediamo tanta violenza, paura, guerra e insicurezza intorno a noi, è probabilmente più facile aspettarsi che le cose non vadano bene, aspettarsi di peggio.
La Chiesa invece, in questa prima domenica d’Avvento, ci propone come atteggiamento da coltivare l’attesa del bene: attesa della nostra liberazione, attesa della venuta del Signore, attesa della salvezza. L’Avvento è il periodo della speranza per eccellenza. Siamo chiamati a riaccendere la speranza vera, profonda, quella di Dio. “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano.” Il Signore ci invita a non lasciarci vincere dalla pesantezza della vita, dalle preoccupazioni, dalle visioni apocalittiche del mondo e della nostra vita.
“Vegliate in ogni momento pregando.” Entriamo piuttosto nel santuario del nostro cuore e lasciamoci toccare da Colui che ci abita. Solo così potremo scoprire le sorgenti della vera speranza che supera le superficiali speranze di questo mondo e trovare la forza di guardare il nostro futuro senza paura. La speranza vera non chiude gli occhi di fronte alle difficoltà di questo mondo, né le banalizza. Ci dona la consapevolezza che il male, la sofferenza e le preoccupazioni non avranno l’ultima parola. Attende il compimento della promessa di Dio e ci permette di mettere le nostre forze a servizio del bene con coraggio e fiducia.
Buon Avvento a tutti!
Suor Irena del Volto Santo
Gv 18,33b-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
“Venga il tuo regno”. Invocazione quotidiana, detta e ridetta nella nostra preghiera di figli, messa là, in mezzo tra la santità del Nome di Dio e la sua Volontà da compiersi.
E’ vero, il termine “regno” ha perso, da tempo, una sua forza attrattiva, una sua collocazione nel nostro pensiero, non fa presa sul nostro agire; ha piuttosto un sapore di fiaba (“C’era una volta, in un paese lontano, un Regno…”), o di reminiscenze storiche, ma non molto di più.
Eppure, è la prima parola detta da Gesù, al principio della sua missione pubblica: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1, 15). Annuncio di un re, quindi, e dove c’è un re, c’è la sua regalità, cioè l’esercizio del suo potere. E proprio qui forse possiamo trovare un’apertura per entrare nel dialogo al centro del brano evangelico di oggi: il dialogo serrato, intenso, sempre coinvolgente per il lettore, tra Gesù e Pilato, in cui la stessa successione delle battute suggerisce una possibilità di movimenti interiori, di aperture, di conversione.
Facciamo risuonare in noi la prima domanda di Pilato: “Sei tu il re dei Giudei?”: calchiamo la voce su quel TU: proprio TU, uomo prigioniero, inerme, percosso, reietto, in attesa di giudizio, proprio TU sei re? Chi vediamo, noi, in quell’avanzo di vita? Il nostro Re e Signore?
Non affrettiamoci a rispondere, non prima di esserci sentiti chiedere da Gesù: “Lo dici da te stesso, o altri te lo hanno detto?”. In altre parole: “Tu, chi dici che io sia?”.
Perché, se lo riconosci Re e Signore della tua vita, e se questo riconoscimento viene dal profondo di te stesso, se Gesù, potrà dirti, come infine a Pilato: “Tu lo dici!”, allora potrai entrare nella rivelazione piena della verità: non un Regno “da” questo mondo (traduzione letterale del testo, come a dire: a Cristo il potere non è dato dal mondo, ma ha la sua sorgente altrove, nella relazione di amore con il Padre suo), ma IN questo mondo e PER questo mondo.
Un regno che ha nella Verità la sua ispirazione e il suo contenuto, la sua legge e la sua certezza di eternità, perché questa verità non è un’idea, ma una Vita messa a servizio e donata per te, una Via riaperta perché anche tu, insieme agli altri, possa fare il cammino verso la tua vera casa, che è l’abbraccio del Padre.
“Cos’è la verità?”: ultima domanda di Pilato, domanda ultima dell’uomo: la verità è un Re servo della mia vita, un Re così bramoso della mia felicità che per questa dà la sua stessa vita.
E io, allora, con umiltà e passione, cerco di creare piccoli spazi quotidiani in cui invocare: “Venga il tuo Regno” e poter testimoniare a tutti: “Il Signore ci ama”.
suor Emanuela Giordano
Leggendo il Vangelo di oggi ci può venire un po’ di angoscia, ed è proprio questa l’esperienza che la Parola vuole toccare: questo sentimento che a volte avvertiamo solo in modo impercettibile quando ci fermiamo un attimo dal nostro correre quotidiano. E’ la sensazione che tutto vada a rotoli, che manchino i punti di riferimento (non c’è più sole per il giorno nè luna di notte, le stelle non ci sono ad orientare il nostro cammino nel buio), ci sentiamo smarriti e in un grande caos che provoca ansia, disagio. A volte questo sentimento ci viene guardandoci indietro e vedendo che molte attività o rapporti su cui avevamo investito le nostre energie o ideali, sono finite, sono passate, per cui ci troviamo con un gusto un po’ amaro per quel che abbiamo vissuto: pensiamo che non è rimasto nulla del nostro impegno, della vita che abbiamo speso, e ci viene a mancare senso e speranza. Nella preghiera di oggi possiamo lasciar affiorare questo sentimento un po’ indistinto, di tristezza e ansia, per lasciare che venga penetrato dalla Parola di oggi.
Egli è vicino, è alle porte. Il Signore è qui ai piedi della nostra vita, pronto a donarci la sua vita nuova, a portare una nuova creazione, lì dove vediamo crollare le nostre sicurezze. Egli è il nostro riferimento, saldo e sicuro come una roccia. Appoggiamoci a questa roccia, sentiamone la solidità e soffermiamoci sul sentimento di sicurezza e sollievo che ci dona. Il Vangelo ci offre anche un’immagine: il ramo di fico che sta per germogliare. E’ un evento assolutamente silenzioso, non si nota, ma è vero e sta avvenendo ora, nella nostra vita:
Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is43)
Il mondo passa, con tutti i riferimenti che abbiamo avuto lungo il cammino, con tutto il lavoro che abbiamo svolto, sembra la fine di tutto, ma una cosa resta: l’amore con cui abbiamo amato, e la presenza di Dio, sempre al nostro fianco. Alleniamo lo sguardo a riconoscere i segni di speranza, i segni della vita nuova che germoglia. Egli infatti ci è vicino, è al nostro fianco, solido compagno del nostro cammino.
Il Vangelo di questa domenica è un gioco di sguardi. Possiamo osservare dove si pone lo sguardo dei vari personaggi, dove è rivolta la loro attenzione.
Lo sguardo degli scribi è rivolto a se stessi, hanno bisogno dell´ammirazione, dei ringraziamenti, dell´approvazione degli altri. Perfino nella preghiera il loro incontro con Dio è disturbato dal bisogno di essere notati e considerati dagli altri come perfetti israeliti. Forse non sono consapevoli della propria dignità davanti a Dio, di quanto Dio li ami così come sono.
La vedova, pur nella sua povertà, non si rinchiude in se stessa, ma getta le sue due monetine nel tesoro del tempio come offerta per i poveri. Non ne tiene una per sé, dona tutto ciò che ha. Forse perché ha molta fiducia in Dio, che, come Padre buono, si prenderà cura di lei e dei suoi bambini. Sa di essere importante agli occhi di Dio, le basta il Suo sguardo d´amore e non ha bisogno di altro.
Mi viene da dire che il vero povero in questo caso è lo scriba, perché è amato da Dio, ma non se ne accorge, e cerca quest’amore negli altri.
Un altro sguardo molto interessante è quello di Gesú, che osserva le due scene e le fa notare ai suoi discepoli. Non vede solo l’azione esterna, non rimane in superficie, ma scruta il cuore, la motivazione che spinge ad agire e loda la vedova per la sua generosità.
Anche noi possiamo farci questa domanda ogni giorno, in ogni azione:
Dove è rivolto ora il mio sguardo? A me stesso, agli altri, a Dio?
E se ci accorgiamo che il nostro sguardo non è rivolto dove vorremmo, possiamo chiedere a Dio la grazia di ri-orientarlo verso di Lui e verso gli altri, di farci sperimentare quanto è grande il suo Amore per noi, per vivere da figli amati, liberi dal giudizio degli altri.
sr Maria Francesca del Buon Pastore
Nel Vangelo di oggi siamo posti di fronte al senso della nostra vita: amare ed essere amati. Fare tutto con amore e per amore. Senza l’amore, ed un amore totale e totalizzante, tutto perde di senso e di attrattiva. Qui parliamo di un amore che sia con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
San Giovanni della Croce afferma: Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore. Perchè è l’amore ciò che resta di tutto quello che abbiamo fatto e vissuto. L’amore donato, e quello ricevuto.
Amare è un atto che coinvolge sentimento, volontà e ragione. Quando viviamo per qualcuno, c’è di mezzo il nostro sentimento (che può nel tempo essere più o meno forte), ma anche la nostra scelta: scegliamo di amarlo nel bene e nel male, ci sta a cuore e dunque spendiamo la nostra vita, il nostro tempo, le nostre forze e risorse, per quella persona o realtà. Vivere per è il segreto di una vita colma di senso perchè consumata nell’amore.
Possiamo amare gli altri per un’eccedenza d’amore: quando prendiamo contatto e consapevolezza di quanto siamo amati. Per questo è fondamentale stringersi al rapporto con Dio che ci ha amato per primo e che apre il nostro sguardo ai segni d’amore che costellano le nostre giornate.
Possiamo amare gli altri, solo se li amiamo come noi stessi: “Come te stesso ci ricorda che per amare abbiamo bisogno di essere riconciliati con noi stessi: voglio davvero il mio bene? Molte relazioni tossiche hanno la loro radice in questa mancanza di amore per noi stessi. Se non mi sento amato, se non mi riconosco amabile, se mi percepisco sempre inferiore e indegno, ciò che esce da me sarà probabilmente il frutto della frustrazione. Tante azioni cattive nascono da questa percezione distorta di se stessi. Occorre perciò tornare all’origine, occorre ritrovare la consapevolezza di essere amati da sempre da Colui che per me ha dato la vita, una volta per sempre, e che non ritrae la sua parola” (citazione tratta da Gaetano Piccolo).
Siamo davanti ad un brano del Vangelo di Marco, che ci coinvolge e non ci lascia indifferenti: Gesù che è in cammino, sale verso Gerusalemme, un cieco che non dà pace e fa tanto rumore e la folla che cerca di organizzare la processione e avere la situazione sotto controllo. Insomma, è un racconto molto dinamico e movimentato.
Bartimeo è un cieco, o meglio è diventato cieco, ciò rappresenta l’immagine della nostra condizione interiore. Quante volte anche noi, non vediamo più il senso della nostra vita e diventiamo ciechi; non sappiamo cosa sia giusto fare, siamo smarriti e viviamo nel buio.
Quel che colpisce in Bartimeo è la sua lucidità nel riconoscersi cieco e bisognoso di ri-avere la vista. Lui non si rassegna al suo buio, alle tenebre, non si arrende davanti alla sua tristezza, al suo vuoto. Questo cieco non si abitua alla cecità e soprattutto non si accomoda in uno stato di depressione e vittimismo per la propria mancanza. Sentendo che Gesù passava, ne approfitta per mettersi in contatto con Lui.
L’atteggiamento di Bartimeo è una Vera Preghiera, egli grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli è un uomo tenace che non lascia soffocare la sua preghiera da un qualsiasi intervento esteriore, arriva a ripetere il suo grido in modo più forte. Questa sua ostinazione S. Teresa di Gesù la chiamerebbe determinazione. Nel nostro cammino spirituale è necessario avere una determinata determinazione, lottare sempre costi quel che costi fino ad arrivare all’obiettivo: un contatto personale con Gesù. Bartimeo ha fatto proprio questo. “Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!».” Il suo grido è stato ascoltato e addirittura Gesù si è fermato per rispondergli. Il segreto della fede di quest’uomo è proprio qui: nel credere che prima o poi Gesù avrebbe risposto. Non ha smesso la sua continua richiesta e non si è annoiato né stancato. Che grande fede!
“E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».” È molto bello oltre che è importante trovare qualcuno nel cammino che ci incoraggia ad alzarci, indicando che Gesù ci sta chiamando. Mi chiedo a quale folla appartengo: a quella che sgridava il cieco che provava a chiamare Gesù o a quella che incoraggia tutti per avvicinarsi a Lui avvertendoli che Egli li chiama?
“Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù” Bartimeo si sente finalmente libero, e compie un gesto di liberazione ovvero getta via la sua sicurezza, il suo mantello che lo copriva e forse gli impediva di camminare. Lui corre verso Gesù; sembra finalmente strappare il velo e abbandonare il suo stato di prima.
È evidente ciò di cui ha bisogno uno cieco: la vista. Gesù però gli chiede: «Che vuoi che io ti faccia?» per aiutarlo ad essere più consapevole del proprio desiderio. Tante volte essere cieco ci torna meglio, preferiamo essere non vedenti per non assumere la responsabilità di vedere la realtà. Gesù con le sue domande ci dà l’opportunità di prendere coscienza.
Il nostro cieco è ostinato nel suo desiderio: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» nella sua risposta profonda si sente tutta la nostalgia di luce e la sete di vedere. E da bravo mendicante: sa chiedere. Ma questa volta chiede alla persona giusta e infatti ottiene ciò che desiderava; “Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.” Ora Bartimeo vede e può decidere che strada prendere, egli sceglie di seguire Gesù lungo la sua strada.
Dunque, in questa domenica approfittiamo per chiedere al Signore la grazia di avere la luce e di vedere di nuovo il senso della nostra vita e decidere quale strada fare, sapendo che la via dietro Gesù è quella sicura che ci porta alla Vita Piena.
Suor Dina della Santa Famiglia
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