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Oggi il Vangelo ci invita ad andare alla nostra sete, quella che cerchiamo di placare venendo riconosciuti o nel lavoro, o nelle relazioni. Ci chiede di riconoscere quella spinta interiore che ci fa vivere la vita come una grande competizione, dove valiamo qualcosa se ne siamo i primi, altrimenti ci sembra di non aver  più valore. Questa sete di potere, prestigio, successo, ci lascia frustrati. Gesù non si lascia strumentalizzare dai nostri desideri mal collocati, ma ci propone un cambio di prospettiva.

Questa svolta avviene nel servire.

Non nella tensione del prevalere sull’altro,

ma nell’atto di servirlo.

Il servitore, il cameriere, serve per nutrire i suoi convitati, che nel pasto condiviso fanno inoltre un’esperienza di comunione.

Cristo ci nutre, è a servizio della nostra vita, ogni volta che tocchiamo questa paura “di non contare”, ogni volta che avvertiamo la sete di essere stimati a amati, Lui si china e ci serve. Cristo è a servizio della nostra comunione, ovvero della mia capacità di aprirmi e unirmi veramente all’altro. E come ogni cameriere, serve in modo anonimo, senza essere notato, è semplice strumento della nostra gioia.

Fin tanto che beviamo al pozzo del potere, scopriremo sotto la tensione della competizione, arsura e amarezza. Quando beviamo l’acqua viva della relazione con Cristo, troviamo pace.

Servendo, amiamo, e dunque viviamo.

 

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In questa domenica ci viene proposto di spostare il fondamento della nostra esistenza.

C’è dunque da chiedersi: su cosa baso le mie sicurezze? Dove mi sento sicuro?

Ci sono sicurezze materiali che non sono negative in sè, ci danno appunto un benessere materiale che sostiene la nostra vita.

Ma il loro compito finisce qui. Restano comunque precarie e limitate, non possiamo chieder loro di darci più di quello che ci possono dare.

Così quando avvertiamo in noi un’ansia o un vuoto che inspiegabilmente anela pienezza, stabilità, eternità, dobbiamo essere consapevoli che non sarà accumulando tali beni che troveremo pace, neppure accumulando prestazioni in un “fare” un po’ nevrotico.

Qui interviene l’invito del Signore, qui siamo chiamati oggi a spostare lo sguardo e a rimanervi nella nostra preghiera.

Il vero fondamento della vita non sta in una certa immagine sociale o prestigio lavorativo o sicurezza economica. Ma nell’amore che sperimentiamo incontrando lo sguardo di Gesù: fissatolo, lo amò.

Gesù mi ama perché vede quello che c’è dentro di me, vede la verità di me stesso. L’amore che Gesù ha per me non è il premio per quello che ho fatto.

Lasciamoci dunque guardare, sostiamo presso questo sguardo d’amore che sempre ci precede.

Mille sguardi ci guardano, ma a volte incontriamo uno sguardo che ci entra dentro e che si radica nella nostra anima perchè ci fa sentire compresi, conosciuti, amati.

A partire da questo sguardo il Signore ci chiede dunque di entrare in relazione con Lui.

Ci propone di abbandonarci con fiducia in Lui, come unica vera sicurezza della nostra vita.

Ci propone di lasciare quel che ci appesantisce o ci incatena nella paura “senza questa cosa, senza fare questo o quello…mi mancherà la terra sotto i piedi! sarò perso!”… Proviamo già ora, dentro di noi, nel silenzio della preghiera, a compiere questo atto interiore di mollare le nostre paure e i nostri attaccamenti per attaccarci alla relazione con Cristo.

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I farisei domandano a Gesù quello che già sanno: tutti sanno che la legge mosaica permette il divorzio. Ma Gesù cerca di passare ad un altro piano:

DAL piano dell’osservanza della regola, di lecito/non lecito, posso? non posso?

AL piano del valore da custodire, del significato che si trova alla base della regola stessa.

La legge mosaica permette il divorzio per la fragilità dell’uomo, per la durezza del suo cuore, ovvero per quel suo atteggiamento che si irrigidisce nel proprio modo di vedere, nelle proprie posizioni. L’uomo a volte si indurisce e si chiude fino al punto da non riuscire ad amare, ovvero ad accogliere l’altro lasciandosi da lui anche un po’ cambiare e smussare, così da rendere possibile l’unione.

Gesù allora ci aiuta a prendere consapevolezza che non si tratta solo di una regola da rispettare o meno. Si tratta invece di qualcosa di più profondo: la posta in gioco è di tipo esistenziale, ne va del senso della nostra esistenza, ne va della nostra vera gioia. Nella relazione di coppia, infatti, come in tutte le nostre relazioni, quello che noi cerchiamo e desideriamo, e che ci dona un senso di completezza e compiutezza, è l’unione, la comunione, che ci fa assaggiare qui sulla terra l’ eternità, quando vivremo l’unione completa con Dio.

Nell’incontro profondo con l’altro facciamo esperienza di Dio, questo è il significato delle nostre relazioni, cui ci vuole condurre il Signore.

L’essere umano si realizza solo se ha qualcuno davanti a sé: un aiuto che gli corrispondesse (Gen 2,20). L’essere umano ha bisogno di uno che gli risponda. È questo per la Genesi il senso della duplicità insita nell’umanità: maschio (iš) e femmina (išša). Quando ci isoliamo, quando non ascoltiamo più nessuno, quando ci chiudiamo nel nostro mondo, quando l’altro è sempre e solo un nemico, tradiamo la nostra dimensione umana! (Gaetano Piccolo)

Perchè l’unione sia possibile, ci viene chiesto di accogliere la debolezza, dell’altro e nostra, consapevolmente. Il bambino è proprio il simbolo di ciò che è più vulnerabile e bisognoso. Si tratta di rinunciare a relazioni di possesso dell’altro, rinunciare a relazioni “usa e getta”, di manipolazione o controllo, per scegliere delle relazioni autentiche, in cui stiamo di fronte all’altro “nudi”, nella nostra verità, e così ci doniamo, e permettiamo all’altro di donarsi a noi nella sua diversità. Abbiamo bisogno di relazioni in cui ci prendiamo cura l’uno dell’altro, l’uno della fragilità e piccolezza dell’altro, affinchè non degenerino in relazioni distruttive, ma siano relazioni in grado di generare vita.

Siamo accorti nel formare e nel conservare l’unione coniugale, amiamo la parentela a noi concessa. Se coloro che sono stati separati in lontane regioni sin dal tempo della loro nascita ritornano insieme, se il marito parte per l’estero, nè la lontananza nè l’assenza possano mai diminuire l’amore reciproco.

Unica è la legge che stringe i presenti e gli assenti: identico è il vincolo di natura che stringe, nell’amore coniugale, sia i vicini sia i lontani; unico è il giogo benedetto che unisce i due colli, anche se uno deve allontanarsi assai in regioni remote: hanno infatti accolto il giogo della grazia non sulle spalle di questo corpo, ma sull’anima.

(Ambrogio, Exameron, 5,18)

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PREGARE IL VANGELO DELLA XXVI DOMENICA

E’ istintivo chiudersi e formare “la propria cerchia”, dove ci identifichiamo e proviamo sicurezza. Gesù ci invita ad abbassare le difese e ad aprirci, accogliendo la differenza dell’altro. La differenza non è minaccia. La differenza può essere un luogo di arricchimento reciproco, anche quando questo processo d’incontro-scontro è più faticoso, perchè mette in discussione le nostre sicurezze, o perchè ci rende vulnerabili e ci espone al rischio di essere feriti nella nostra immagine – identità.

Nella preghiera di oggi possiamo, respiro dopo respiro, trovare la sicurezza e il senso di appartenenza di cui abbiamo bisogno in Cristo, vera roccia, vero sostegno della nostra vita.

Molliamo via ogni paura che ci chiude e irrigidisce.

Non solo: tagliamo con ogni pensiero o atteggiamento che non ci fa bene, che ci blocca nel cammino, scegliendo il pensiero di Cristo.

Mano, piede e occhio. Ovvero, ogni atto che non costruisce relazioni, ma sfrutta o usa, è da tagliare (la mano). Il piede è ciò che ci sostiene e ci fa muovere, per cui tutti i falsi sotegni, che non sono in grado di farci crescere ma anzi ci bloccano a terra, sono da abbandonare, per radicarsi in quello vero. L’occhio è specchio dell’anima: abituiamolo a guardare la bellezza, abituiamolo ad assumere lo sguardo di Dio su noi stessi e gli altri, così da non avvelenare, con uno sguardo avido o negativo, la nostra interiorità.

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Accogliere è il verbo che vogliamo sottolineare questa domenica, è il movimento interiore che saremo invitati a compiere durante la nostra preghiera.

Nella prima e nella seconda lettura di oggi viene descritto il nostro punto debole:  vediamo l’altro come un nemico o un rivale. Ci sentiamo giustificati a nutrire pensieri o sentimenti di gelosia, invidia, rancore, perchè non digeriamo l’altro così com’è, la sua alterità scatena in noi una tempesta, stuzzica e infiamma parti scomode e buie di noi stessi. Per questo le relazioni sono molto preziose: finchè siamo soli ci sentiamo molto buoni e giusti, poi quando entriamo in relazione con qualcuno ci scappano da dentro reazioni di aggressività inaspettata, che ci mettono davanti alla realtà fragile di noi stessi, che si rispecchia nell’altro.

La confidenza che Gesù affida ai discepoli riguardo alla sua morte e risurrezione provoca nei discepoli una reazione inaspettata: discutono animatamente su chi è il migliore, su chi ha le carte buone per poter prendere il posto del maestro, destinato a morire. La paura della morte, la paura di non valere, ci fa cadere nell’istinto del “morte tua, vita mia”, come se umiliando l’altro, noi ne veniamo fuori un po’ migliori e un po’ più forti.

Gesù non si scandalizza della fragilità che viene alla luce dai cuori dei suoi discepoli. Non la giudica, non vi si scaglia con durezza A volte siamo noi i giudici più duri, non solo verso gli altri, ma anche contro noi stessi. Gesù compie il gesto di abbracciare un bambino, ponendolo al centro dello sguardo e dell’attenzione di tutti. Il bambino è proprio il simbolo della nostra debolezza che ci portiamo dentro anche da adulti grandi e vaccinati. Il bambino rappresenta inoltre la realtà dell’altro, che anche se esternamente può presentarsi come minaccioso, in realtà non è altro che un bambino da accogliere.

Sospendiamo il giudizio sull’altro, lasciamo per un attimo calmare e tacere la passione che può turbare il nostro cuore, e guardiamolo per quello che è: un bambino da accogliere, come lo siamo noi.

E lasciamoci finalmente abbracciare.

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Chi sono io per te?

Gesù in questa domenica ci pone questa domanda: lascia perdere quel che si dice di me, io per te chi sono? Prima di affrettarci a dare una risposta, possiamo restare in silenzio, lasciando risuonare in noi questa domanda.

Le domande importanti ci conducono ad un silenzio interiore e a contenuti ulteriori che vanno ben oltre ad una semplice risposta “corretta”.

Le domande di Gesù, infatti, mettono sempre in moto dei processi che noi chiamiamo di salvezza: ovvero di guarigione, liberazione.

A questa domanda, segue un tema un po’ difficile da digerire: la sofferenza. Questo tema scomodo viene aperto e presentato da Gesù come un luogo di rivelazione: nella sofferenza verrò messo a nudo, conoscerete il mio vero volto. Così è nella nostra vita: attraversare la sofferenza significa lasciarsi mettere a nudo, stringersi sempre più all’essenziale della vita, con Cristo, e per Cristo, e rinascere a una consapevolezza ed a un’unione con Dio sempre più piena.

sr Marta del Verbo di Dio

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Dite agli smarriti di cuore:
Coraggio, non temete! (Is. 35,4)

Oggi la Parola parla al cuore smarrito, chiuso in se stesso, nel proprio dolore o paura. E’ un istinto naturale: quando qualcosa ci ferisce, ci richiudiamo come un riccio. Quando siamo turbati, riusciamo a sentire solo  i ritornelli senza speranza che ci martellano dentro, e non siamo in grado di accorgerci o di credere veramente a una parola di amore e speranza che può venirci incontro durante la giornata.

Quando qualcosa ci ha ferito intimamente, è spesso difficile trovare le parole per esprimerlo. Spesso non abbiamo più fiducia sufficiente in noi stessi e nell’altro per consegnarlo ed aprirlo in un dialogo. Ci sentiamo troppo vulnerabili, abbiamo bisogno  di sentirci custoditi e protetti. Aprire quello che ci fa più male significherebbe esporci al rischio di una nuova ferita.

Eppure la chiusura in cui pian piano scivoliamo, non è in grado di proteggerci realmente, è una difesa illusoria. Ci isola e ci sprofonda ancor più nel nostro dolore, fino al punto che anche la relazione con gli altri ci diventa faticosa, perchè resta su un livello superficiale, senza riuscire più a condividere quello che in noi è più profondo e autentico, quel che più ci tocca.

Ma Gesù passa. Ora passa nella nostra vita. Ci prende in disparte. Ci invita a restare soli con Lui. Ci invita ad un incontro personale. Egli stabilisce subito un contatto con il nostro dolore, la nostra malattia. Con le dita tocca le nostre orecchie, con la sua saliva tocca la lingua. Sono gesti intimi che esprimono un amore che ricorda il contatto della mamma con il suo neonato, dell’amante con la sua amata. Dona il suo sospiro, il suo soffio di vita. Ridona la vita a quei tessuti interiori ormai in cancrena. Ci dona la sua stessa vita. Con il suo soffio ci ha creati, ci ha pronunciati per essere la sua parola d’amore  in questo mondo, in questa vita. Con il suo soffio ci ha fatto dono assoluto della sua vita sulla croce. Con il suo soffio ora ci invita ad aprirci, ad aprirci di nuovo alla vita, alla relazione, all’amore.

Effata! Apriti! Sono le parole che Egli rivolge a una persona murata viva in se stessa, completamente ripiegata in se stessa. Sono l’invito ad aprire allo Spirito la totalità del nostro essere. Immaginiamo di aprire finalmente la finestra della nostra stanza interiore: finalmente entra ossigeno, aria pura, fresca, vitalizzante. Aprirsi è un movimento interiore per niente scontato: sentiremo delle resistenze, che sono assolutamente normali. Eppure disporci gradualmente a questa relazione ed uscire a poco a poco dalla diffidenza, ci permette di presentarci a Dio così come siamo, senza paura alcuna e in completa fiducia. Risvegliamoci alle costanti e molteplici manifestazioni dell’amore di Dio nella nostra vita. Rivolgiamo l’attenzione alla sua presenza che agisce in ogni momento della nostra esistenza. Viviamo la gratitudine: Egli ad ogni respiro ci ridona la vita. Entriamo nella felicità di essere, di esistere.

sr. Marta del Verbo di Dio

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L’invito di questa domenica riprende in modo esplicito e forte il tema dei Vangeli letti in questa settimana. E’ un tema fondamentale se in tutto questo tempo il Signore non cessa di sottolinearlo, di riprenderlo e ripeterlo con parole nuove, per accompagnarci a fare un salto di qualità.

Che salto ci invita a fare?

Ci invita ad entrare dentro, ci invita a prenderci cura della nostra interiorità, del nostro cuore. E’ il luogo in cui siamo VERI. E’ il luogo di relazione viva con Lui. E’ un luogo spesso pieno di luci e di ombre, di bene e di male, per questo non possiamo trascurarlo. Curare la propria interiorità, significa entrarci con il Signore e permettere che  Lui guarisca ciò che sanguina, converta ciò che che è corrotto, apra i nostri sepolcri e porti la sua luce nelle nostre oscurità.

Ecco la nostra preghiera oggi: proviamo a porre l’attenzione nelle Parole che ascoltiamo durante la S. Messa, nei gesti e nei silenzi, in modo che anche il cuore possa unirsi a questo movimento di grazia. Fermiamoci poi in una preghiera personale, in silenzio, consapevoli della presenza del Signore, nudi di fronte a Lui, e coltiviamo così una relazione con Lui vera: questa relazione fondante convertirà anche le nostre relazioni con gli altri, che diventeranno autentiche, e non più o non solo basate sull’immagine sociale, su maschere o difese, che a volte sentiamo il bisogno di costruire per sentirci accettati o per valere qualcosa nel nostro ambiente di lavoro o di amicizie. Andiamo al cuore.

sr Marta del Verbo di Dio

 

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Continuiamo il Vangelo di Giovanni 6, in cui Gesù si rivela a noi come il Pane della nostra vita, il nutrimento che ci dà la vita.

Ma la Mensa a cui ci invita, è la mensa del suo Corpo, e anche la mensa della sua Parola.

Ogni volta nella S. Messa ci nutriamo della sua Parola di Vita, attraverso l’ascolto, e del suo Corpo, unendoci a Lui nell’Eucaresita.

“Le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita“

Scegliamo ora chi ascoltare. Ci sono molte parole che risuonano nella nostra interiorità, nella nostra mente e nel nostro cuore. Alcune si fissano e ci colpiscono dentro come martelli pneumatici. Ma non sempre sono parole che ci danno vita. A volte, ci accorgiamo che i nostri dialoghi interiori, oltre che ripetitivi, ci tolgono speranza, fiducia, ci causano rabbia o tristezza, ci fanno spegnere o morire dentro.

Scegliamo ora chi ascoltare. C’è una Parola di vita che ci viene rivolta, che è anche spirito vivificante, che ci dona la vita. La sua Parola ci dona speranza, ci fa sentire amati. Questa Parola ci provoca per farci crescere, per questo può sembrare all’inizio dura o scomoda, ma perchè ci mette in discussione per sbilanciarci verso un passo nuovo.

“Tu hai parole di vita eterna” Da questo riconosciamo la Parola di vita: ci dona una vita duratura, non effimera, non si spegne alla prima difficoltà. E’ una Parola in grado di donarci la vita.

I Padri della Chiesa, pensiamo ad Evagrio Pontico, ci insegnano dunque questo esercizio: discernere tra le parole che emergono in noi durante il silenzio. Discernere tra le parole urlate o sussurrate che arrivano a noi dall’esterno. Riconoscere quelle che ci turbano, ci avvelenano. Scegliere e ripetere nel proprio cuore quella Vera, quella di Cristo, che ci porta pace e ci introduce in un cammino di libertà e verità. Nutre il profondo del nostro essere. Custodire questa Parola di vita, è custodire la persona di Cristo, la relazione con Lui, il suo soffio vitale, con cui noi stessi siamo stati pronunciati e abbiamo ricevuto la vita.

sr Marta del Verbo di Dio

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Continua il Vangelo di Giovanni 6. Il Signore ci fa prendere contatto, ancora, con la nostra fame. Con i nostri vuoti. Come riempiamo il senso di mancanza, di non essere appagati, di inquietudine? A chi o a cosa chiediamo vita? Cos’è quella cosa o quel rapporto che, se ci venisse tolto, ci sentiremmo morire? A volte chiediamo di essere sfamati da abitudini, appagamenti o relazioni, che ci rendono dipendenti senza essere peraltro in grado di darci quella pienezza che aneliamo. Magari in sè sono tutte cose buone, ma è mal collocata la nostra ricerca di nutrimento profondo per la nostra esistenza. Così facciamo “violenza” alla realtà pretendendo che ci appaghi come desidereremmo. Usiamo relazioni o situazioni per colmare vuoti che invece si fanno sempre più profondi e ingestibili. O viviamo dentro di noi una profonda tristezza, una fame d’amore che si fa sentire tanto di più quando non abbiamo niente da fare.

Io sono il pane vivo – Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Il Signore afferma ancora una volta che la relazione con Lui è il vero nutrimento per la nostra esistenza, poichè Egli solo è in grado di donarci la sua vita, e vita in abbondanza. L’Eucarestia è proprio il sacramento di questo desiderio di Dio: unirsi a noi per darci la sua vita.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Rimanere è un verbo fondamentale nel Vangelo di Giovanni e indica più di un occasionale frequentarsi: è il verbo di chi prende dimora, di chi non scappa da questa relazione, ma la abita stabilmente.

Nella nostra preghiera silenziosa, possiamo dunque prenderci finalmente il tempo per restare con il Signore e lasciarci saziare dal suo amore. Forse non sentiremo questo amore: magari emergerà maggiormente la nostra fame, in termini di noia o irrequietezza. Ma restiamo fiduciosi con Lui, sediamoci al suo banchetto e lasciamo che ci serva, che si prenda cura di noi, così come siamo in questo momento.

Come dice il salmo di oggi:

I leoni sono miseri e affamati,
ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

sr Marta del Verbo di Dio

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