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Gv 6, 41-51

Gesù ascolta anche le parole dette a bassa voce, quelle appena sussurrate…In questo brano, Egli avverte che i nostri discorsi pronunciati sommessamente, come di nascosto, esprimono un disagio, un turbamento. Li porta dunque alla luce, dialoga con questa nostra interiorità un po’ “oscura”, che ha imbarazzo a farsi sentire. In dialogo con Lui, i nostri pensieri entrano nella relazione con Dio Padre e conoscono la verità.

In questa domenica dunque, possiamo osservare  i pensieri più ricorrenti nella nostra mente e nel nostro cuore, quei ritornelli che si fissano dentro di noi. Proviamo poi ad esprimerli per metterli in dialogo con la persona di Gesù, Verbo della Vita, parola di verità. La Parola, infatti, “discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”.

Lo scandalo che blocca i Giudei, è Gesù, vero Dio e vero uomo. L’incarnazione li scandalizza. Come possono dei volti tanto vicini e ordinari, come quelli di Giuseppe e di Maria, parlare di Dio? Come può la nostra realtà quotidiana con le persone che ci circondano, nella loro semplicità e a volte mediocrità, portarci all’incontro con Dio? Forse ci aspetteremmo un Dio che ci strappa da questa ordinarietà per farci vivere un’esperienza straordinaria che evada da ogni banale routine della nostra vita.

Nella preghiera, nel silenzio, impariamo invece ad accogliere la realtà, di noi stessi, degli altri e della vita, così com’è, senza la pretesa di cambiarla o l’istinto di evaderla, ma cogliendo in essa la grande benedizione che Dio ci riversa, la terra sacra in cui possiamo ogni giorno incontrarlo e unirci a Lui. Rimaniamo dunque in questa immobilità passiva, che semplicemente accoglie consapevolmente il dono della vita dalle mani di Dio.

Gesù risponde rivelando il mistero della sua persona, che si può raccontare solo in relazione al Padre. E così anche noi, se vogliamo finalmente capire chi siamo veramente, possiamo farlo solo in questa relazione.  “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me”. L’ascolto è il senso privilegiato che ci introduce in questa relazione.

Questo ci riporta di nuovo alla nostra preghiera, possiamo ora porci attivamente in ascolto della Parola che ci viene incontro, lasciando per un po’ tacere ogni altra voce, e custodendo l’ispirazione o la Parola che più ci colpisce del Vangelo.

Gesù rivela la sua identità: Io sono il pane della vita. Io sono il pace vivo.

Nutriamoci di Lui, per trovare la vita, per farci rigenerare interiormente a vita nuova. Egli è la manna che ci sotiene nei deserti che la vita ci fa attraversare. Egli è il pane, nutrimento quotidiano che si lascia assimilare per unirsi totalmente a noi e trasformarci in Lui stesso.

Sediamoci dunque a questo banchetto della grazia, non rifiutiamo l’invito che ci chiama dal profondo della nostra anima:

Perché spendete denaro per ciò che non è pane,

il vostro patrimonio per ciò che non sazia?

Su, ascoltatemi e mangerete cose buone

e gusterete cibi succulenti.

Porgete l’orecchio e venite a me,

ascoltate e voi vivrete.

Isaia 55,2-3

Suor Marta del Verbo di Dio

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Tu apri la tua mano
e sazi il desiderio di ogni vivente. 

Le parole del salmo di oggi mettono in preghiera il Vangelo di oggi (Gv. 6,1-15): il rapporto con la persona di Cristo sazia ogni nostra fame.

Il nostro essere ha profondamente bisogno di questa relazione che possiamo coltivare nel silenzio e nella preghiera.

E il rapporto con Cristo ci restituisce sempre alla relazione con l’altro. L’abbondanza del dono di Dio nella nostra vita viene dalla condivisione. La mancanza, l’insufficienza e il bisogno che sperimentiamo in diversi modi nella nostra vita, diviene spinta alla relazione con gli altri e motivo di reciproca carità. Si trasforma così in un tesoro relazionale che vale molto più di qualsiasi piccola o grande fame soddisfatta.

Nella preghiera, dunque, proviamo a “mettere giù” il nostro sguardo su ciò che è mancante e proviamo ad assumere lo sguardo di Cristo, che invece già vede un’occasione per amare, per donarsi.

“C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci” – mettendoci in gioco, donandoci con quello che siamo, a partire dallo sguardo che Cristo ha per noi, tutto misteriosamente cresce, si moltiplica, abbonda, diviene inesauribile.

sr Marta del Verbo di Dio

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Mc6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Il Vangelo di questa domenica sembra essere una piccola guida per entrare in rapporto con la persona di Gesù: parlare con Lui, raccontandogli quello che penso e provo, i fatti della mia giornata, le mie impressioni. Consegnargli tutto, come ad un amico.

Poi però Egli ci invita anche a stare un po’ raccolti in disparte, nel silenzio, in un luogo tranquillo dove non ci sono distrazioni. Ci invita a un tempo di intimità, in cui siamo soli con Lui, e possiamo riposarci, possiamo essere passivi e accoglienti del suo amore, la nostra anima può riprendere respiro. I momenti in cui non facciamo nulla possono essere faticosi, perchè ci sembra di perder tempo o ci annoiamo, o viceversa, vi troviamo grande sollievo e benessere. In ogni caso, ne abbiamo bisogno per “ritornare a casa”, in noi stessi, lì dove siamo più intimamente uniti a Dio.

Questo tempo di “vuoto” crea lo spazio per l’ascolto, l’accoglienza della sua Parola.

L’invito del Signore a restare con Lui viene dalle sue viscere di misericordia, di compassione: Egli si prende cura di noi. Si accorge dei nostri bisogni materiali e spirituali e ci invita a trovare nella preghiera un tempo di ristoro. Egli è il nostro pastore, se seguiamo Lui allora verremo saziati e dissetati nella profondità del nostro essere, e saremo custoditi da ogni pericolo, da ogni paura. Egli è il nostro pastore, nulla ci manca.

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Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Gesù ci dà un potere sugli spiriti impuri, ovvero la capacità di non esserne schiavi, ma di sottometterli. Ci possono turbare pensieri negativi o possiamo sentirci ingabbiati e incapaci di vivere in pienezza. La fede in Cristo forse non cancellerà in un attimo ogni nostra difficoltà, ma di sicuro ci pone in un cammino di liberazione e di libertà. In questo viaggio, che facciamo sempre in compagnia di un fratello o una sorella, ci viene chiesto di portare solo un bastone. Ciò richiama subito alla mente Mosè che con il suo bastone divideva le acque e permetteva il passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa. Con questo bastone, che sembra simboleggiare tale potere sugli spiriti impuri e sulla morte che ci viene conferita dall’unione con Gesù, possiamo dividere e dunque discernere, tra ciò che è di Dio e quello che non è di Dio, e così fare il nostro passaggio dalla schiavitù del male alla libertà dei figli amati da Dio. Il governo delle nostre passioni negative, che ci rendono schiavi, e l’esodo, ovvero il passaggio verso la libertà interiore, non è l’unico tema di questo Vangelo. Un altro punto importante è l’accoglienza: ai discepoli chiede di tuffarsi nell’avventura della relazione, di entrare nella casa dell’altro e rimanervi. Non possono sapere che situazioni troveranno, potranno trovarsi a casa di peccatori e persone impure, eppure a loro viene chiesto di entrarvi e rimanere. Di accogliere incondizionatamente, con grande apertura di mente e di cuore. Questo è vero anche dall’altro punto di vista, di chi apre la porta a questi messaggeri di Dio, che la vita ci manda. Ci viene chiesto ancora una volta di aprire la porta del cuore e accogliere la parola della libertà.

Nella nostra meditazione dunque, lasciamo andare tutto ciò che in noi “non è di Dio”, facciamo spazio in noi per aprirci invece alla persona di Gesù e alla sua Parola, gustiamo la libertà interiore che la preghiera (intesa come relazione personale con Lui) ci dona.

sr Marta del Verbo di Dio

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E che sapienza è quella che gli è stata data? Con stupore contempliamo una sapienza che è dentro ogni cosa. E’ proprio la piccola via di S. Teresa di Gesù Bambino: non è mediocrità, ma il vivere la propria realtà, piccola o grande che sia, con la misura del figlio di Dio. Lasciarsi stupire dal suo operare, anche quando passa per le situazioni più quotidiane della vita. Diventi questa la nostra preghiera di oggi: pura contemplazione. Puro sguardo verso la realtà in cui sono. Sguardo lucido. Sguardo aperto allo stupore. Sguardo aperto all’ascolto. Sguardo vigile sul qui ed ora. Sguardo attento alla presenza di Dio, che benedice ogni situazione, che è la nostra forza proprio lì dove osserviamo la nostra più grande debolezza. La realtà di noi stessi o delle persone che ci stanno accanto, o le situazioni che viviamo, ci possono scandalizzare: non sono all’altezza dei nostri ideali. Allora ci possiamo avventare con durezza e giudizio contro quel che siamo. Ma così possiamo solo aggredire la realtà, o far male a noi stessi. Si cambia solo ciò che si ama. E per amare abbiamo bisogno di perdonare noi stessi, gli altri e quel che viviamo, di non essere così come vorremmo. Di essere altro, con le proprie luci e le proprie ombre. Ma proprio in questa realtà così imperfetta si incarna il Verbo di Dio, che continua a parlarci di amore e misericordia, che ci parla di un’intelligenza che è dentro ogni cosa ed ogni evento, ovvero l’amore sorgivo di Dio Padre, il suo amore provvidente, che sempre opera per il nostro bene. Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio: ancora una volta siamo interrogati sulla nostra capacità di credere, di avere fiducia in Lui, che compie prodigi proprio lì, dove siamo.

sr Marta del Verbo di Dio

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La vita chiede di prendere dei rischi, lasciando la propria zona comfort e passando ad un’altra riva. Questi passaggi potremmo farli da soli, contando solo sulle nostre forze. Oppure possiamo portare con noi un amico e maestro: Gesù. Nelle scelte e nei passaggi della nostra vita, facciamo esperienza di tempi morti, come di grandi sconvolgimenti. La tempesta è il simbolo di ogni evento che ci mette sottosopra, provoca in noi paura, ci sentiamo travolti dagli eventi o da sentimenti e pensieri negativi, che sembrano toglierci la vita dalle mani. Gesù in tutto ciò, dorme. Dorme come bimbo in braccio a sua madre. Si tratta di un atteggiamento di grande vulnerabilità, e al contempo di totale abbandono e fiducia.
Nella nostra preghiera, possiamo dunque permetterci di essere finalmente vulnerabili. Proviamo a riportare nella memoria una situazione difficile, o di agitazione o precarietà. Proviamo a nominare i sentimenti che provoca in noi, a individuare i pensieri ricorrenti. In questa preghiera, abbandoniamoci con fiducia alla custodia di Dio, che è con noi, pronto con la sua Parola a riportare la calma e la pace. Soffermiamoci con gratitudine ad assaporare la pace che ci viene donata dalla presenza del Signore nella nostra vita. La nostra paura si trasformi piano piano in timor di Dio, ovvero in stupore e fiducia perchè Egli è il Signore della nostra vita, e come tale la custodisce. Siamo in buone mani.
sr Marta del Verbo di Dio
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Con il brano di oggi entriamo in quella parte del Vangelo di Marco che è tutta dominata dall’insegnamento in parabole di Gesù, dato attraverso paragoni tratti dalla vita vissuta: racconti concreti che cercano di esprimere qualcosa del mistero di Dio, immagini vive che si imprimono negli occhi, nella mente, nella memoria rinviando a realtà più profonde.

Le due parabole che ascoltiamo oggi hanno un comune sfondo: un campo, un seme, dei seminatori. Immagini della forza di Dio, che è presente nella storia e la trasforma dall’interno, al di là di ogni apparenza e di ogni nostra aspettativa. Il suo disegno si compie, ben al di là della nostra impazienza.

Il seme deve essere coperto dalla terra, avvolto dal buio; deve marcire, disfarsi. Per un lungo periodo il seminatore non vede alcun segnale, ma proprio da lì, a suo tempo, nasce la vita. È la pazienza della fede: accogliere il mistero dell’opera silenziosa di Dio che agisce in ogni cosa. Il seme sprigiona da sé una forza inarrestabile, di fronte alla quale l’agricoltore non può far altro che guardare e rimanere stupito.

E stupisce anche il fatto che Dio agisce attraverso ciò che è semplice, piccolo, banale, apparentemente inutile, facendo fiorire in esso, in modo sorprendente, la sua presenza, la sua potenza. Come ci insegna san Paolo, è nella piccolezza che Dio manifesta la sua forza e la sua grandezza.

Tutta la storia è in cammino verso la pienezza del regno. C’è una forza interna al mondo che è da Dio, non dipende da noi, ed è all’opera in modo spesso misterioso, silenzioso e umile. Il bene cresce, si sviluppa, nonostante le tante resistenze. Dio è all’opera: nella storia del mondo, nella storia dell’umanità intera, nella storia di ogni uomo, nella mia storia. Mi chiede di mettere in atto tutte le energie di natura e di grazia di cui dispongo: Egli dal poco che posso offrire saprà trarre il molto secondo i suoi imperscrutabili disegni.

sr Sara della Trinità

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Il regno che Gesù è venuto ad inaugurare è davvero l’ingresso di un nuovo “mondo” nel nostro mondo, l’instaurarsi di un nuovo modo di giudicare le cose e di creare legame con tutto: con la realtà che si vive, con ciò che si possiede, con gli affetti che si provano. È l’avverarsi di quello sguardo nuovo di cui parla s. Paolo nella seconda lettura, uno sguardo che non si “fissa” sulle cose visibili, che sono «di un momento», cioè hanno una consistenza relativa, ma su quelle invisibili, «eterne», che sono espressione di quella realtà vera, autentica, che è Dio.

Questa grande novità emerge nel Vangelo di oggi a proposito dei rapporti familiari, di parentela, che costituiscono un ambito molto personale della nostra esperienza. Nel brano possiamo notare una contrapposizione tra l’atteggiamento scettico e preoccupato dei parenti di Gesù – «è fuori di sé», dicevano – e l’atteggiamento invece delle persone che stavano attente ad ascoltare Gesù. Questo atteggiamento offre al Signore la possibilità di esprimere in una frase quel nuovo legame di parentela che verrà a crearsi d’ora in poi nel suo nome, un legame non più fondato «sulla carne e sul sangue» bensì sul compiere la volontà di Dio.

È davvero possibile per noi, tra di noi, una nuova familiarità, un’unità così profonda nella quale – come dice s. Paolo nella lettera ai Galati – «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Non apparteniamo più solo a noi stessi, a vincoli di sangue o di interesse, ma innanzitutto apparteniamo a Cristo. È una nuova nascita, una nuova generazione. Il Signore per la sua potenza, la sua grazia, ci libera, ci riscatta. Il rapporto che ci dà di entrare in comunione con Gesù e realizzare con lui un incontro di salvezza è la fede, è l’accoglienza del Signore. Un’adesione che non rimane a livello intellettuale ma raggiunge il cuore, coinvolge cioè tutta la nostra persona e ci porta ad ascoltare la sua parola e a vivere la fraternità nel vincolo dell’amore come figli e figlie di un unico Padre.

sr Sara della Trinità

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Mc5,21-43
Ci sono relazioni o situazioni di vita che sembrano esaurirci, toglierci ogni vitalità, spegnerci. Ci sono atteggiamenti interiori che ci inducono a mendicare la vita fuori, lì dove la vita non può esserci data in pienezza, e questo ci inaridisce in una ricerca sempre inappagata. L’emoraggia dell’energia vitale, della propria capacità d’amare ed essere amati, ci isola. Questa energia vitale e d’amore implode in noi, viene dispersa. L’incontro con Cristo, che qui è graduale e sempre più intimo, ci restituisce la vita. Prima un tocco (dal di dietro della persona di Gesù), poi un contatto diretto con il suo sguardo, il suo volto. Poi l’accoglienza di una parola: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male.”
Ci sono momenti in cui abbiamo la morte dentro. Queste morti non sono senza speranza. Queste morti attendono l’incontro con Cristo, che nuovamente allaccia con noi una relazione: prende la mano, e ci rivolge la parola – “alzati!”. Risorgi, ritorna alla vita, alla vita che io ti dono, perchè io sono la vita, ritorna a me.
La nostra preghiera oggi sia dunque un ritorno a questo rapporto vitale. Restiamo con Lui, in silenzio, riceviamo il suo tocco, il suo sguardo, la sua parola. Lasciamo che questo nostro frequentarci, ci guarisca, ci doni una vita nuova. FrequentiamoLo, rivolgiamo a Lui il pensiero, uno slancio del cuore. Dedichiamo a questo rapporto dei momenti privilegiati di silenzio. E poi, nel frastuono della vita quotidiana, rifugiamoci anche per brevi attimi nel silenzio interiore, per ristorarci in Lui, e attingere la vita.
sr Marta del Verbo di Dio
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Pregare il Vangelo: CORPUS DOMINI

Dio fedele, che nutri il tuo popolo

con amore di Padre,

ravviva in noi il desiderio di te,

fonte inesauribile di ogni bene:

fa’ che sostenuti dal sacramento

del Corpo e Sangue di Cristo,

compiamo il viaggio della nostra vita,

fino ad entrare nella gioia dei santi,

tuoi conviviali alla mensa del regno.

 

Il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene. È il desiderio che abbiamo nel cuore, la fame che dimora in noi. Tutto ciò a cui l’uomo anela di bello, buono, vero, puro, limpido, ha un nome: Dio.

Ma ancor prima del nostro desiderio di te, Signore, c’è il tuo desiderio di noi. Desiderio di comunione, condivisione di vita. Un desiderio talmente grande che ti sei fatto uomo perché non andassimo perduti, per ritrarci a te; così forte che hai dato la tua vita per noi. L’hai data sulla croce; l’hai data e continui a darla nel tuo corpo e nel tuo sangue. È il cibo che dà a noi la vita piena.

I gesti di Gesù durante l’ultima cena, benedire, spezzare e distribuire il pane – il suo corpo –, benedire e distribuire il vino – il suo sangue – ci parlano della relazione tra Dio e noi. Ci dicono che la relazione che Dio ha nei nostri confronti è dono totale, atto d’amore. Gesù mostra l’infinito amore del Padre, amore senza calcoli, senza riserve, mosso da nessun altro motivo se non quello di amarci, condividere la sua vita, entrare in piena intimità con noi.

È Cristo che offre se stesso, è lui che vuole, che viene a fare la comunione con me, è lui che mi desidera e che mi aspetta. È Dio che si incammina verso di noi, che mi cerca, che entra in me se l’accolgo.

Sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita… Dio in noi, perché diventiamo una cosa sola. Cristo in noi, perché nella nostra umanità possa scorrere la sua vita, perché possiamo vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta lui, cioè come dono d’amore.

sr Sara della Trinità

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