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Questa domenica entriamo nella terza settimana di Avvento, e come sappiamo il colore liturgico passa, solo per oggi, dal viola al rosa, per indicare l’avvicinarsi della luce. Siamo nella domenica gaudete, la domenica della gioia, e notiamo come le letture di questa liturgia ci portino un invito a vedere, a guardare, ad accorgerci.

Nel vangelo troviamo lo “scandalo” di Giovanni Battista, che manda a chiedere a Gesù se è proprio lui colui che Dio ha promesso, o se c’è da attendere qualcun altro… Probabilmente questa domanda non è lontana dal nostro modo di pensare e dal nostro sentire: «Sei proprio tu, Signore, che mi renderai felice, oppure è meglio che cerco qualcos’altro?».

Di fronte a questo dubbio, Gesù non comincia a dare giustificazioni, spiegazioni teologiche, ma semplicemente invita ad aprire gli occhi: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete…». Anche per noi spesso diventa difficile vedere l’opera di Dio perché ci aspettiamo altro, abbiamo la nostra idea già ben precisa di quello che Dio dovrebbe fare per far bene il suo mestiere, e se non lo fa, allora vuol dire che non sta agendo… eppure questo è sempre ciò che fa Dio: opera nel mondo in modo inatteso, diverso da come ce lo aspettiamo, fa cose nuove. “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.” (Is 55, 8)

Ma ancora più interessante è notare come in realtà ciò che sta accadendo con la venuta di Gesù non è altro che quello che era stato preannunciato dai profeti: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.” (prima lettura)

Gesù realizza ciò che le scritture annunciavano, eppure non viene riconosciuto. Ci chiediamo allora: che cosa stiamo aspettando da Dio?

Dietrich Bonhoeffer diceva: «Dio non realizza i nostri desideri, ma le sue promesse».

Troppo spesso siamo intrappolati nei nostri desideri, nelle nostre convinzioni, nelle certezze granitiche che ci portano a cercare di arrivare ai nostri obbiettivi in modo ossessivo, senza più guardare alla realtà e agli altri, e arrabbiandoci con Dio se non otteniamo ciò che pretendiamo… ma se riusciamo a spostare il nostro sguardo verso la promessa di Dio, allora vediamo che i segni della presenza del Signore nella nostra vita ci sono, che Egli ci ha guariti da tante cecità, ci ha riaperto gli orecchi incapaci di ascoltare, ci ha donato la forza di rialzarci… tante volte.

Chiediamo la grazia al Signore di giungere al giorno luminoso della sua venuta senza aspettare che realizzi i nostri desideri, ma certi che porterà a compimento la sua promessa di salvezza per ciascuno di noi.

 

Suor Maria Alice di Gesù

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Il Vangelo di questa domenica ci pone nel deserto, luogo di essenzialità, già fuori dalla schiavitù (dell’Egitto) ma non ancora nella libertà. C’è dunque un cammino da compiere, anzitutto in noi stessi. Ci viene chiesto di guardarci dentro nella verità, dando un nome a tutto ciò che in noi è peccato, senza minimizzarlo, ma senza neppure che questo pensiero ci schiacci. Facciamolo dunque sotto lo sguardo di Dio, poichè sotto il suo sguardo siamo nel rapporto giusto per poterci guardare nella verità: siamo sue creature e Dio il nostro creatore. Questo sguardo lucido su noi stessi ci insegnerà a vivere la realtà del male che è parte di noi e della nostra vita, non come una condanna, ma neppure negandola. Diventerà l’occasione per aprirci al dono di Dio, al suo Spirito Santo che ci rigenera a vita nuova, alla sua venuta, sempre attuale, nella nostra vita. I nostri errori e i lati oscuri saranno il luogo per riscoprire sulla nostra carne un Dio che ci rigenera con il suo perdono.

“Cogliere l’amore di Dio è indispensabile per far nascere in sè una coscienza di peccato e avvertire il dolore d’aver offeso questa volontà buona. Se non si gusta tale benevolenza sarà impossibile provare poi il dispiacere sincero per averla in qualche modo rifiutata”. (Cencini)

L’invito di Giovanni il Battista è dunque una forte scossa a riprendere in profondità il nostro cammino spirituale, in modo che tocchi quello che siamo ed esca dalla formalità di atti esteriori.

Il primo atto interiore, dopo la presa di coscienza del nostro male e il tempo del pentimento, è l’adesione alla vita, alla persona di Gesù. Aderire significa dare chiaramente il proprio consenso, e introduce in una messa in atto. Per portare il suo frutto, l’atto di adesione deve essere preciso, determinato.

Proviamo dunque nella preghiera a individuare i cammini di morte che il nostro cuore può aver preso: tutto ciò che ci rende schiavi di qualcosa o qualcuno, che non ci lascia nella pace, ma anzi più vi ci attacchiamo, più il nostro cuore si ingombra di aggressività, paura, rabbia, tristezza. Abbandoniamo risolutamente queste situazioni con un atto di abbandono all’amore di Dio e la determinazione di restare in questo amore, nel suo perdono. Questo atto interiore che coltiviamo nella preghiera e nella vita sacramentale, darà poi i suoi frutti nelle nostre relazioni e situazioni di vita. Poichè il Signore viene, viene a noi e noi abbiamo solo bisogno di aprirgli la porta, allora Egli entrerà, e cenerà con noi, vivendo con noi un’unione e una comunione d’amore profonda.

suor Marta del Verbo di Dio

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Prima domenica di Avvento, la liturgia ci invita a vivere questo tempo come un’occasione di un autentico risveglio per la nostra vita spirituale. Le letture ci propongono una sorta di “programma di vita”: infatti nel brano della prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia, c’è una forte chiamata a muoverci, a salire sul monte del Signore e a camminare nella luce. Anche il Salmo responsoriale ci spinge ad andare con gioia incontro al Signore. L’incontro con il Signore non è un unico evento confinato nel passato neppure è un annuncio lontano nel futuro: noi confessiamo che Gesù, Figlio di Dio, è venuto per la prima volta nell’incarnazione dalla Vergine Maria e ha assunto la nostra natura. E crediamo che Egli verrà alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Ma tra la prima venuta e l’ultima, c’è una venuta quotidiana, discreta e qualche volta silenziosa. Per questo l’Avvento è il tempo favorevole per imparare quest’ arte: riconoscere la presenza di Dio nella nostra quotidianità, abitando l’oggi come il luogo privilegiato in cui il Signore continua a farsi vicino. Quindi si tratta di tempo di attesa con le lampade accese, desiderosi di incontrare Cristo e accoglierlo nelle nostre vite e nelle nostre case.

A dire il vero, noi al giorno d’oggi, abbiamo perso il gusto dell’attesa. Non sappiamo attendere. Per noi tutto deve essere immediato, disponibile, pronto all’istante: informazioni, relazioni, risultati. In questo ritmo frenetico, siamo presi dagli impegni, dalle cose da fare, dai suoni delle varie notifiche, dai rumori di diversi dispositivi, perciò rischiamo di vivere continuamente distratti e impazienti. Saltiamo da un’esperienza all’altra senza sostare, siamo privi di vere pause, eliminiamo ogni attesa e non riusciamo a fermarci mai. E consideriamo – qualche volte anche inconsciamente – l’attesa come uno spazio vuoto, un’interruzione fastidiosa, un ostacolo da superare, una tappa da evitare. Ma non è così! Stiamo perdendo qualcosa di essenziale! L’attesa non è un tempo morto o vuoto, bensì un tempo che prepara, matura, purifica il desiderio. Dobbiamo recuperare una “cultura dell’attesa”, perché quando impariamo ad attendere, impariamo anche ad ascoltare, a sperare, a fidarci, a cogliere il valore delle cose che abbiamo ed apprezzare le cose che facciamo.

Ci sono tanti modi di vivere l’attesa. Nel brano del Vangelo troviamo gli uomini e le donne del tempo di Noè: “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca; e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti”. Mangiare e bere sono bisogni primari, fondamentali per la sopravvivenza dell’essere umano. Perciò, oggettivamente, queste persone non stavano facendo nulla di sbagliato. Tuttavia, riducevano la loro esistenza alla sola dimensione istintiva, dimenticando tutte le altre dimensioni che rendono la vita umana piena e ricca. Dunque occupandosi solo del mangiare e del bere, la persona rimane distratta e non si accorge più di niente, così come loro non si accorsero della venuta del diluvio.

Il Vangelo ci propone invece la vigilanza, ossia vivere la quotidianità con la consapevolezza che Qualcuno sta arrivando, che il Signore è vicino. La nostra attesa ha un Volto, un Nome: Gesù Cristo nostro Signore. “Vegliate dunque perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.” Si tratta di un “esercizio” con il quale cerchiamo continuamente di prestare attenzione al Signore che viene. Santa Elisabetta della Trinità ci consiglia di condividere TUTTO con Lui, facendoGli compagnia. Così la nostra giornata diventa una lunga lista di verbi con la preposizione “con”: si tratta di lavorare-con, dormire-con, vivere-con, mangiare-con, studiare-con, morire-con, risuscitare-con… con il Signore Gesù, sempre con. In altre parole, attendere il Signore è stare alla Sua presenza.

In questo modo siamo pronti ad essere visitati in qualsiasi momento, e Gesù  può trovare sempre da noi un posto in cui essere accolto a qualunque ora Egli arrivi.

suor Dina della Santa Famiglia

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La Solennità di Cristo, Re dell’universo, conclude l’anno liturgico. L’ultimo gesto che Luca racconta della passione del Signore non fa che confermare e suggellare tutto il suo vangelo, segnato dalla misericordia e dall’attenzione amorosa per i più deboli e i peccatori.

Il brano si apre con una nota temporale: “Dopo che ebbero crocifisso Gesù”. Possiamo decifrare la regalità di Cristo solo sulla croce di fronte alla quale, però, le reazioni dei presenti sono molto diverse.

“Il popolo stava a vedere”: il verbo greco indica un guardare riflettendo, quasi contemplando. È lo sguardo aperto di chi è disposto ad accogliere l’imprevisto, ciò che non rientra nei propri progetti o aspettative.

Sotto la croce i capi religiosi e i soldati deridono Gesù e pure un uomo condannato alla stessa pena arriva ad insultarlo. Per tre volte viene rivolta a Gesù la stessa provocazione: “Se tu sei… salva te stesso”. Qui sentiamo l’eco delle tentazioni vissute da Gesù nel deserto. Anche allora veniva tentato di dubitare dell’amore e del legame di figliolanza che lo univa al Padre, così come di salvare sé stesso sottraendosi dalla fatica di accogliere il progetto di Dio, di amare donando la propria vita.

I capi, pur essendo fedeli osservanti della legge ebraica, ignorano la logica di Dio. Con questa provocazione manifestano inconsapevolmente ciò che muove ogni loro azione: pensano che la salvezza si conquisti da sé attraverso l’osservanza dei comandamenti, che non si riceva gratuitamente in dono.

I soldati invece, che non hanno alcun legame con il Crocifisso, non perdono l’occasione di esercitare il potere seppur di fronte ad una persona inerme e indifesa. L’altro diventa per loro oggetto del proprio godimento.

I due malfattori, condannati alla stessa pena, assumono atteggiamenti completamente diversi. L’uno insulta, provoca, schernisce: da costui la salvezza è invocata come fuga dalla croce. Questo è l’atteggiamento di quanti, di fronte all’ingiustizia, al male che colpisce la propria vita e il mondo, si chiedono “Perché Dio non interviene? Non pone fine alle guerre? Se Dio fosse buono o giusto certe cose non dovrebbero accadere…”

L’altro malfattore invece, riconosce in Gesù, Dio: vede un innocente crocifisso, ma vede e riconosce oltre ciò che appare. Costui pensa bene di Dio, riacquista il santo timore e crede che Dio si ricorderà di lui, che Dio ha a cuore la sua vita. Riconosce che, per le proprie azioni, meriterebbe la morte e perciò la salvezza può riceverla solo in dono, per Grazia.

In noi convivono queste due voci: quella dell’accusatore, che produce rabbia, disperazione, risentimento, e quella del consolatore, del paraclito, che porta speranza, fiducia, abbandono.

Il buon ladrone vi rivolge a Gesù chiamandolo per nome, quel nome che indicata la missione stessa del Messia: “Dio salva”. Costui ha intuito ciò che San Paolo scrive nella lettera ai Colossesi: “Il Padre vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Ci ha liberati dal potere dalle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Col 1,12-14).

Di fronte a Cristo non siamo chiamati a riconoscere la nostra bontà, ma la Sua, non dobbiamo fare chissà cosa per meritare la salvezza, ma riconoscere che Lui è il re, Lui può salvare le nostre vite e questo cambierà il nostro cuore e le nostre opere. Questo malfattore non chiede a Gesù di toglierlo dalla croce, dalla sofferenza, ma di portarlo in Paradiso. Sul Golgota è rappresentata tutta l’umanità povera, sofferente, ma c’è chi accoglie Cristo salvatore e chi non lo accoglie. Di fronte alla sofferenza, alla malattia, alla prova della croce si può rifiutare e bestemmiare oppure accogliere e invocare la salvezza da Colui che può liberarci da morte.

L’ “oggi” con cui si apre l’annuncio dell’anno di grazia del Signore nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,21), diventa l’“oggi” dell’eternità con il trionfo dell’amore che si dona totalmente e che tutto perdona. Quando credo che Dio ha a cuore la mia vita e che mi può strappare dalla morte, allora, in quell’ “oggi”, entro in paradiso e questo mi rende felice, mi salva dalla tristezza, dalla solitudine, dalla morte.

La vita è un combattimento, come ci ricorda ancora San Paolo (Ef 6,12-13), e noi siamo chiamati a chiederci per chi stiamo combattendo, al fianco di chi vogliamo lottare, quale salvezza attendiamo.

Gesù non ci salva dalla morte, dalla sofferenza, dalla complessità e dalla fatica della vita, ma si mette in prima linea nella lotta contro il male.

Siamo pronti ad entrare con Lui in questa battaglia?

Sr Maria Chiara di Gesù Risorto

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Nel Vangelo di questa domenica (Lc 21,5-19) ci troviamo a Gerusalemme. Ormai si è compiuta la meta dell’intero cammino dei discepoli dietro a Gesù. Finalmente si arriva alla città santa, dove c’è il Tempio, la dimora del Dio Onnipotente, il luogo desiderato da ogni pio Israelita.

Ma l’insegnamento di Gesù, a Gerusalemme e nel Tempio, lascia sgomenti: le sue parole sono estreme, come estrema sarà la sua Passione. La pagina di oggi si pone a ridosso del compimento di quell’Ora per la quale il Figlio dell’uomo è venuto a visitare il suo popolo. È il tempo della Passione, morte e Resurrezione. E Gesù parla ai Suoi proprio con questa consapevolezza. Ormai non c’è più tempo da perdere e non c’è nemmeno da perdersi in chiacchiere: occorre svelare la realtà per come è. Non è possibile riporre ogni propria fiducia e sicurezza nelle cose di questo mondo, nemmeno nelle maestose pietre del Tempio. Passa la scena di questo mondo, infatti. E chi ragiona con la logica del mondo non può capire la logica del Regno dei Cieli.

Da una parte c’è chi decide di affidarsi a visionari e ingannatori che promettono una felicità facile, ma senza reali fondamenta nell’eternità di Dio. Dall’altra c’è chi deve subire ogni sorta di prova e di incomprensione da parte persino dei propri cari perché decide di rimettere la propria causa nelle mani dell’unico Dio che può salvare.

Proprio là, dove tutto sembra cadere in disgrazia, Gesù ci pone di fronte alla scelta estrema: quando l’ora della fine si avvicina, vogliamo stare con Lui o con le proposte facili del mondo? Quando si capisce che le cose terrene prima o poi hanno una fine, dove troviamo un fondamento su cui appoggiarci e su cui riporre ogni nostra fiducia e ogni nostra energia?

Il male, la distruzione, la guerra, la carestia, l’incomprensione, i litigi o le persecuzioni non hanno alcun potere su di noi se perseveriamo nella fede in Cristo, in colui che non ha esitato a donarsi fino in fondo, fino alla morte di Croce. La perseveranza della fede verrà premiata con la salvezza, anche se nel momento presente tutto sembra sfuggevole e tutto sembrerebbe portarci verso altre soluzioni che hanno un riscontro immediato, verso le tante filosofie che propongono la soluzione dei problemi con il controllo completo di sé, con l’annullamento dei desideri per evitare di soffrire, con l’illusione di poter mantenere un benessere psicofisico costante sfuggendo tutte le malattie.

Gesù, invece, non racconta favole, non ci edulcora la realtà. Egli ci mostra la durezza che la vita riserva non per disprezzarla, ma per dare ad essa il giusto valore e il giusto posto nella dimensione dell’eternità di Dio. Solo in Lui tutto acquista senso e la giusta posizione. Solo nella fede si abbraccia una prospettiva sulle cose che consente di vivere bene anche dentro alle tribolazioni e alle discordie. Altrimenti sarebbe umanamente impossibile sopportare tutto questo.

Sia Lui la nostra roccia, il nostro saldo rifugio. A Lui, che ha vinto la morte, affidiamo le tante piccole morti che dobbiamo vivere. In Lui, che è vita eterna, ritroviamo la pace e la serenità per stare bene in questo mondo…ed essere veramente felici.

Suor Maria Nicoletta del Cuore di Cristo

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La liturgia di oggi ci parla del Tempio.

La prima lettura ci parla del tempio di Dio costruito di pietra, nella seconda s. Paolo ci dice che siamo noi quel tempio, e nel Vangelo Gesù ci parla del tempio del so corpo.

Sembrerebbe, al primo colpo, vedere un unico collegamento tra le tre letture nella parola “tempio” però proviamo vedere il passaggio dalla materia, dalla pietra al tempio vivo.

Vediamo che per gli israeliti il Tempio è importantissimo perché custodisce la presenza di Dio. Gesù purifica questo tempio dalle cose che lo “sconsacrano”, che rendono Dio l’oggetto di interesse e in questo caso interesse economico. Ma il gesto di Gesù, scacciare via tutti i venditori, è molto più profondo di una semplice ira e scacciata dal luogo di culto. La profondità di questo comportamento la intuisce san Paolo e lo dice: siete voi quel tempio che custodisce la presenza del Signore.

A differenza degli altri tre evangelisti, Giovanni mette all’inizio del suo vangelo questo racconto, per farci comprendere quanto fosse importante che il luogo dove Dio abita sia riservato solo per Lui.

Siamo noi il tempio di Dio. Diamo una lettura più personale di questo brano.

Gesù entra nel nostro cuore e vi trova un mercato pieno di cose che gli impediscono a rimanerci: l’orgoglio, l’ira, il risentimento, la pigrizia, il nostro “io”, l’attaccamento alle cose inutili, il voler fare tutto da soli, le comodità e così via, cose che occupano il nostro cuore e non lasciano lo spazio a Dio.  Il Signore prova a liberare il tempio, dove desidera abitare, da tutte queste cose che offuscano la bellezza di cui Egli ci ha dotati.

  1. Giovanni della Croce parla della notte, cioè di questa purificazione attuata dal Signore, ma con la nostra collaborazione attiva. Vogliamo notare un particolare, Gesù scaccia i venditori di animali, i cambiamonete però ai venditori delle colombe chiede: “portate via di qui queste cose…”. Dio ci purifica da alcune cose direttamente Lui, e delle altre chiede che fossimo noi a liberarci. Egli fa il lavoro pesante invece in quello più delicato chiede la collaborazione nostra, perché egli non sfonda, non viola, non forza, ma entra in punta di piedi nelle nostre parti più intime per incoraggiare e per sostenere.

La domanda che viene rivolta a Gesù dopo tutto il caos che ha causato è una domanda lecita e che spesso anche noi la facciamo perché vogliamo capire perché la purificazione non è mai una cosa gradevole anzi è dolorosa e a volte troppo. La risposta che Gesù dà sembra una presa in giro invece ha un peso importante: “voi distruggete e io ricostruirò”. S. Paolo ha tradotto bene queste parole dicendo: “spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi dell’uomo nuovo” (Col 3,9-10).

Sappiamo per l’esperienza che non è facile da sopportare la purificazione perché comporta delle perdite notevoli e delle sofferenze grandi, ma una volta che siamo disposti a permettere al Signore di liberare il nostro cuore da questo mercato e ne siamo contenti.

Questa purificazione e la sofferenza che essa causa ci porta essere il tempio santo di Dio dove Egli diventa padrone di casa. E qui lasciamo che sia l’esperienza di S. Elisabetta della Trinità a testimoniare la bellezza di essere casa di Dio:

È così bella questa presenza di Dio!

È laggiù in fondo, nel cielo della mia anima, che amo trovarlo perché non mi abbandona mai.

«Dio in me, io in lui» è bello pensare che lo possediamo già come lo possiedono i beati lassù, che possiamo non lasciarlo mai, non distrartici mai da Lui!

suor Viktoria

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Siamo nella commemorazione di tutti i defunti, e la Parola di Dio, dalla S. Messa ai salmi della liturgia delle ore, ripete in ogni modo possibile una cosa: vita eterna! Resurrezione! L’invito dunque è quello di ricordare i nostri cari defunti, e prenderci il tempo per pensare alla morte, e alla nostra morte, con questa speranza che è già certezza: siamo nati per la vita!

Ma guardiamo al Vangelo della prima Messa di oggi, Gv 6,37-40, sottolineando alcuni passaggi.

io non lo caccerò fuori: queste parole esprimono la coscienza che la comunità cristiana del tempo ha della propria appartenenza a Gesù per volontà del Padre: la comunità sta sperimentando il rapporto con la persona di Gesù come PERMANENTE E SICURO.

SOFFERMIAMOCI DUNQUE SU QUESTO SENTIMENTO DI APPARTENENZA, DI SICUREZZA E STABILITA’.

nell’ultimo giorno: questa prescisazione temporale si ripete quasi con insistenza. Eppure Gesù sembra non riferirsi al significato che Marta dà all’ultimo giorno (11,24), interpretandolo come fine dei tempi, secondo la concezione dell’epoca. Bensì imprime un altro significato che ci viene chiarito da un altro brano: Gv7,37-39:

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.

L’ultimo giorno è il più solenne delle feste, poichè GESU’ INVITA COLUI CHE CREDE A BERE L’ACQUA CHE SGORGA DAL SUO INTIMO. Questo è un invito che riguarda il nostro “ora”, e il nostro “domani”: bere all’acqua viva del rapporto personale con Gesù Cristo, grazie al dono dello Spirito Santo, che ci colma del suo amore e ci fa esclamare nell’intimo: abbà, Padre!

RIMANIAMO DUNQUE NEL SILENZIO E NEL RACCOGLIMENTO, LASCIANDO CHE LUI DISSETI LA NOSTRA INTERIORITA’ CON IL DONO DEL SUO AMORE.

la volontà: la volontà di Dio è la vita. Questo brano del Vangelo è inserito nel discorso di Gesù pane di vita di Gv. 6, in cui Egli si presenta come Colui che ci dona la vita e ci donerà la vita che non muore. Come? Grazie alla FEDE in lui, a un rapporto esistenziale di fiducia e amore con la sua persona. Grazie inoltre alla partecipazione alla vita sacramentale che la Chiesa ci offre, ovvero mangiando del suo corpo e rimanendo così in comunione con Lui: IL PANE CHE IO DARò è LA MIA CARNE. CHI MANGIA QUESTO PANE AVRà LA VITA ETERNA. La volontà di Dio è dunque la vita. Possiamo avere diverse idee della sua volontà a seconda dell’immagine di Dio che ci siamo fatti dentro. Ma qui abbiamo l’immagine vera: Dio è un Dio che dona la vita e non se la prende più indietro, anzi, la rigenera continuamente. Per questo, fin d’ora, ogni esperienza quotidiana di “morte” viene da Lui riscattata in una opportunità di crescita, di cambiamento, di rinnovo, di maggiore intimità con la sua persona. E così sarà anche nella morte fisica: una morte che apre ad una vita di unione con Lui, di resurrezione. Nulla viene perduto, ma tutto concorre per condurci a questa vita di unione e comunione, che è già esperienza di eternità.

LASCIAMO DUNQUE CHE DIO CI RICOLMI FIN D’ORA DELLA SUA VITA. LASCIAMO CHE SOFFI IL SUO ALITO VITALE IN OGNI STANZA CHIUSA DEL NOSTRO CUORE, IN OGNI PENSIERO O SENTIMENTO ORMAI ARRESO O SPENTO O AMARO.

AFFIDIAMO AL DIO DELLA VITA IL RICORDO DI OGNI NOSTRO CARO DEFUNTO, CONSEGNANDO OGNI TRISTEZZA, E ASSAPORANDO UN’UNIONE NUOVA CON I NOSTRI DEFUNTI: L’UNIONE DELL’AFFETTO, DELLO SPIRITO, DELLA COMUNIONE TRA CIELO E TERRA.

suor marta del Verbo di Dio

 

 

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Il vangelo di questa domenica, la trentesima del tempo ordinario ci presenta due atteggiamenti diversi riguardo al nostro modo di pregare. Gesù racconta una storia nella quale ci sono due personaggi che vanno al tempio a pregare: uno è fariseo, quindi si tratta di un uomo di Dio, che conosce le Scritture, le legge, le medita e le osserva; l’altro invece è un pubblicano, cioè un pubblico peccatore. I pubblicani, infatti, al tempo di Gesù, erano persone odiate dagli ebrei osservanti perché collaboravano con l’Impero romano e riscuotevano perfino le tasse a loro nome.

Ed ecco il fariseo che, stando in piedi, prega fra sé, ringraziando Dio di non essere un peccatore come gli altri uomini e neppure come il pubblicano che è entrato nel tempio. Inoltre afferma di digiunare e di pagare le decime di tutto ciò che possiede. Sembrerebbe  un osservante perfetto, a posto con Dio e con la legge, eppure questa sua “preghiera” non è gradita a Dio. E non può essere gradita perché il fariseo in fondo non prega, ma fa un elenco di tutti suoi meriti, è centrato su se stesso e sulle sue opere; è giusto, si ritiene a posto, è  soddisfatto di sé stesso: al centro c‘è lui con la sua giustizia e la sua bravura. Confida nei suoi meriti e pensa di non aver bisogno di Dio. Le sue parole sono rivolte verso di sé, nelle sue parole non c’è relazione con Dio Padre! La sua “preghiera” non può raggiungere il cuore di Dio. Inoltre, da questo suo atteggiamento di orgoglio e di superiorità non può che scaturire il disprezzo per gli altri, ritenuti ladri, ingiusti, adulteri, e per il pubblicano che vede in fondo al tempio. Il fariseo si ritiene giusto e migliore degli altri; questo atteggiamento interiore non può essere gradito a Dio, che è padre di tutti, sa che siamo deboli e peccatori. Ricordiamo infatti le parole del vangelo:”Chiunque si esalta sarà umiliato”.

Ed ecco il pubblicano che, sta a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo e si batte il petto; le uniche parole che dice sono: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Il pubblicano, invece, si riconosce peccatore davanti a Dio. Non si paragona con nessuno, sa di essere povero e bisognoso di perdono, è umile, sincero e riconosce il suo peccato. È questo l’atteggiamento interiore che dovremmo avere, ed è l’atteggiamento gradito a Dio. Il vangelo ci ricorda che Dio è venuto non per i giusti ma per i peccatori. E tutti siamo peccatori, quindi bisognosi del suo amore e della sua misericordia. La preghiera umile raggiunge il cuore di Dio: infatti “Chi si umilia sarà esaltato”. La vera preghiera, quindi, non nasce dalla presunzione dei propri meriti e dal ritenersi “giusti” di fronte alla Legge, ma dal riconoscersi peccatori e bisognosi del perdono e della Misericordia di Dio. Solo così potremo sperimentare la gratuità dell’amore infinito e disinteressato per ognuno di noi.

 

 

Sr M. Silvia di Gesù misericordioso

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Come ci suggerisce Don Fabio Rosini, troviamo il segreto delle letture di questa domenica nell’ultimo versetto del brano evangelico che ci viene proposto: “MA IL FIGLIO DELL’UOMO, QUANDO VERRÀ, TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA?”

È forse una delle domande più misteriose del Vangelo, e anche un po’ inquietante… è possibile che alla venuta del Signore, la fede sia sparita del tutto dalla faccia della terra?

È importante allora capire come possiamo intendere questo VENIRE e questa TERRA.

Come sappiamo, nella tradizione cristiana parliamo di tre venute del Signore Gesù: l’Incarnazione, ossia la venuta nella storia, l’ultima venuta alla fine dei tempi, e la sua venuta costante, ossia la venuta del Signore nella nostra vita nelle varie occasioni del nostro quotidiano, più o meno ordinarie.

La terra poi è la materia che ci costituisce: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.” dice il racconto della Genesi. La terra siamo noi, è la nostra storia fatta di fragilità ma sacra, davanti alla quale ci si toglie i calzari dai piedi.

Ecco, quante volte Dio viene a visitare la terra della mia vita, quante volte mi cerca e mi viene incontro con i suoi appelli, nelle persone che incontriamo e che ci chiedono presenza, sostegno, nel vivere i vari impegni della nostra vita, negli eventi che non ci aspettiamo…

Il Signore viene ogni giorno, e ogni giorno è il momento in cui ci chiede di avere fede: vivo con fede ciò che succede?

Ma come possiamo conservare questa fede, come non perderla? L’espressione della vedova ci offre un riferimento importante: “FAMMI GIUSTIZIA CONTRO IL MIO AVVERSARIO”.

La giustizia intesa nelle Scritture non è riferita tanto ad una giustizia economica o di natura giuridica, quanto piuttosto alla volontà di Dio: cercare ciò che piace a Dio è la giustizia, vivere una relazione vera con Lui e non lasciarci deviare, incattivire (= con insistenza) verso ciò che ci allontana dall’immagine originaria che Dio aveva in mente per noi.

È perché è così necessario farsi aiutare, chiedere questa giustizia? Perché c’è un nemico, c’è qualcuno che non vuole che noi raggiungiamo la bellezza alla quale Dio ci ha chiamati creandoci, e che ogni giorno cerca di costruire appunto con i suoi appelli e la sua presenza nella nostra vita.

Allora, quando siamo consapevoli di avere una bellezza da far fiorire e un nemico che si oppone a questa bellezza, comprendiamo che abbiamo bisogno di pregare, di affidare questa ricerca di giustizia a Colui che ci ama ed è più grande di noi.

Come pregare, allora? Ci viene in aiuto la prima lettura, in racconto della battaglia di Amalek contro Israele, che ci offre tre importanti indicazioni.

Innanzitutto la preghiera non è mai dissociata dalla vita: mentre Mosè è sul colle a pregare, Giosuè combatte. Non può esserci preghiera senza lotta, senza coinvolgimento nel mondo e nella storia, e viceversa non può esserci autentico amore e coinvolgimento nella storia senza confidare nel Signore.

In secondo luogo, possiamo dire che ci appare un po’ strana la modalità di preghiera di Mosè: prega con le mani alzate, e quando è stanco, le sue mani vengono sostenute da Aronne e Cur, e la preghiera ha efficacia e Israele vince la battaglia.

Infine, vediamo appunto che Mosè non è solo, è sostenuto dalla comunità, ci sono due fratelli che lo sorreggono nella fatica della preghiera.

Chiediamo al Signore la perseveranza nella preghiera, la grazia di non dimenticarci di coltivare e  difendere la nostra bellezza.

Suor Alice

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Fede e gratitudine sembrano essere le parole chiave di questa XXVIII Domenica del T.O.

Nel Vangelo (Lc 17,11-19) incontriamo Gesù che guarisce dieci lebbrosi che gridano a lui confidando in un suo prodigioso intervento, ma solo uno di loro, vedendosi guarito, torna indietro ringraziando e lodando Dio. La lebbra era una malattia terribile perché escludeva dalla vita sociale e religiosa. Il lebbroso doveva rimanere fuori dal villaggio, lontano dalla propria famiglia, doveva gridare “impuro, impuro” per segnalare il proprio passaggio, non poteva rendere culto a Dio. La lebbra costringeva all’isolamento, alla solitudine. Oggi, in gran parte del mondo, questa malattia fisica è scomparsa, possiamo però imbatterci in altre forme di lebbra che escludono dalla relazione con Dio e con i fratelli. L’orgoglio, la presunzione, l’egoismo, l’invidia, la rivalità, la paura del giudizio altrui, il narcisismo… sono solo alcune delle tendenze che possono intaccare il nostro cuore e ostacolare la relazione con i fratelli. Così come possiamo chiudersi alla relazione con Dio a causa di un vizio, di un peccato che ritorna e ci fa sentire impuri, indegni di ricevere la Sua Grazia, oppure a causa della supponenza che diventa mancanza di fiducia in Dio, o ancora per paura del Suo giudizio perché vediamo Dio come un giudice severo e non come un Padre…. Ecco alcune forme di lebbra che possono portare all’isolamento, a chiuderci in noi stessi.

I lebbrosi gridano a Gesù perché riconoscono che in lui ci può essere una possibilità di rinascita. Si fidano e continuano a farlo anche quando Gesù chiede loro di presentarsi dai sacerdoti: azione che faceva parte del rituale di purificazione e riammissione nella comunità. I lebbrosi dovevano presentarsi ai sacerdoti una volta guariti, ma questi dieci uomini lo fanno mentre sono ancora malati e sanno benissimo che, in quanto lebbrosi, non potrebbero andare dai sacerdoti. Se ci vanno, quindi, lo fanno perché credono veramente che quel Maestro di Nazaret possa guarirli dalla lebbra. Qui vediamo l’importanza di mettersi in cammino e di fidarsi, di compiere un’azione che di per sé potrebbe sembrare assurda, ma è proprio questo atto di fiducia che permette a Dio di agire.

Il secondo atteggiamento che emerge è la gratitudine di chi torna indietro, di chi sa accorgersi del dono e non lo dà per scontato. Quella gratitudine che solo uno su nove sa manifestare. Costui era un samaritano, non sarebbe comunque andato dai sacerdoti come gli altri nove che probabilmente erano ebrei. Ma forse proprio questo è il punto. A volte certe ritualità, un certo rigore nel mantenimento della norma, possono diventare un alibi per giustificare il non fatto, il pensare che “tutto mi è dovuto”. A volte questo è l’atteggiamento che assumono certi figli nati e cresciuti nel benessere o alcuni “cristiani di tradizione”… Chi è di casa rischia di dare le cose per scontate, di abituarsi e non riconosce più il bene che riceve. Questo samaritano passa invece dall’antica alleanza (legata alla legge, ai precetti, alla purità legale) alla nuova alleanza, legata alla figura di Cristo, sacerdote eterno, e va oltre le regole, fa più di quanto gli viene chiesto, perché il bene è creativo, va oltre i protocolli. Gesù gli dirà “la tua fede ti ha salvato”: c’è un modo personale ed unico di entrare in relazione con Dio, di rispondere al Suo amore. Dio cerca un rapporto personale con ciascuno di noi. Ognuno di noi ha una storia di salvezza, ha fatto un incontro personale con Gesù, si è sentito toccato, amato e risanato da qualche forma di lebbra, e quanto è importante fare memoria di questa storia di salvezza e imparare a ringraziare, a rendere lode a Dio per quanto compie ogni giorno nella nostra vita.

Eucaristia significa proprio questo: Rendimento di grazie. La gratitudine, l’amore riconoscente, ha un valore salvifico. Nel prefazio della Messa diciamo “è veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie…”

La fiducia e la gratitudine sono fonte di salvezza perché stabiliscono una relazione positiva, sana, buona con Dio e con i fratelli e ci pongono nella vita in un atteggiamento gioioso e sereno.

Tutto ciò che Gesù compie è per la gloria del Padre e si addolora che solo uno su dieci sia tornato indietro per rendere gloria a Dio. Ma questo fa la differenza: nove sono stati guariti nel corpo, uno solo è stato salvato in modo completo, nel corpo e nell’anima.

 

Impariamo quindi da questo samaritano ad accostarci a Dio e alla vita con fiducia e riconoscenza per ricevere in pienezza la salvezza che Dio desidera donarci.

 

Buona Domenica!

 

Sr Maria Chiara di Gesù Risorto

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