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“La Fraternità (concreta, fatta di volti e storie precise) è un fardello, è un’esperienza molto scarnificante ma Benedetta” (Suor Maria Cristina, monaca clarissa)

“Alla Santità, cioè nel cammino della vita, nel cammino di fede si arriva e si viaggia solo insieme” (Suor Fulvia, monaca agostiniana)

Queste sono alcune delle frasi che mi hanno colpito maggiormente del Pellegrinaggio che ho avuto la grazia di vivere insieme ad altri giovani carmelitani dal 16 al 22 agosto.

È stato un viaggio a tappe in cui abbiamo avuto modo di incontrare e avvicinarci alla figura di diversi Santi e di entrare nelle loro storie e nella loro umanità.

Da La Verna a Roma passando per Assisi, Foligno e Cascia. Da San Francesco d’Assisi a Sant’Agostino incontrando Santa Chiara, Sant’Angela da Foligno, Santa Rita da Cascia, San Filippo Neri, Santa Teresa d’Avila.

Di queste tappe, di questi incontri mi sono rimaste impresse due esperienze in particolare: la testimonianza ascoltata a Foligno di Suor Maria Cristiana, monaca di clausura clarissa, e la testimonianza a Roma di Suor Fulvia, anch’ella monaca di clausura ma Agostiniana. Entrambe, seppur in maniera diversa hanno parlato – a partire dalla spiritualità di Santa Chiara e di Sant’Agostino – della fraternità e dell’amicizia come cammino di santificazione.

Suor Maria Cristiana ha detto una cosa che mi ha scosso particolarmente: la fraternità può essere percepita come un fardello pesante, come un’esperienza scarnificante. Ma è anche, e forse soprattutto, una benedizione. Perché è proprio grazie ad essa, grazie all’altro, che posso diventare pienamente me stessa. Ed è per questo che l’altro è un dono di Dio.

Suor Fulvia invece ha detto un’altra cosa che mi ha fatto riflettere molto: solo insieme si può viaggiare nel cammino della vita, nel cammino di fede per arrivare alla santità. In questo viaggio è importante riconoscere il limite non come ostacolo, come impedimento alla nostra libertà, ma come una benedizione perché, come dice suor Fulvia, una vita senza argini diventa un acquitrino, una palude. Motivo per cui è solo insieme che si arriva alla Santità, perché quel limite, che ci impedisce di finire male e di far finire male con noi chi ci sta accanto, viene messo dall’altro.

Ed è proprio vero… L’altro è veramente un dono, la fraternità è un dono, anche se a volte non lo capisco subito.

Ho bisogno che questo mi scarnifichi, che mi metta alla prova, che tolga via da me tutto ciò che in profondità non è verità: il bisogno di sentirmi all’altezza, di essere più brava, di apparire sempre al meglio, il bisogno di controllo, di certezze.

Ho bisogno dell’altro che mi spinga a uscire da me stessa, dalle mie comfort zone, dai miei porti sicuri, che mi porti a disobbedire alle mie paure — nonostante l’istinto di fuggire, di rinchiudermi — per andargli incontro, per amare veramente. Ho bisogno dell’altro, della fraternità come esperienza concreta, per morire a me stessa.

Tutto questo è molto faticoso, perché vuol dire morire all’egoismo, all’orgoglio, alla superbia, al proprio io; vuol dire guardarsi con umiltà per quello che si è, con misericordia, e guardare così anche gli altri.

Ma anche se costa davvero tanto, ne vale veramente la pena, perché solo così possiamo aprirci completamente all’amore di Dio e solo così possiamo amare veramente, diventare santi.

Cosa fondamentale è che tutto questo non lo possiamo fare da soli, basandoci solo sulle nostre forze: bisogna prima accogliere la grazia di Dio, lasciarci amare in primis da Lui, nutrirci di questo amore per poi viverlo fino in fondo, per poi amare gli altri.

La santità, infatti, non si basa sulla perfezione, sul non cadere mai, sul non sbagliare mai, ma sul riconoscere di essere figli fragili, imperfetti, ma profondamente amati da un Padre — e su questa fiducia, su questo amore, ripartire sempre, lasciarci rialzare da Lui. La santità è un cammino: accogliere con umiltà la nostra umanità, le nostre cadute e le nostre risalite; è un percorso dinamico in cui non ci resta che ricominciare, riprovare sempre ad amare partendo dal Suo amore.

Quindi la santità, come dice Suor Maria Cristiana, non si basa su una prova di muscoli, ma è un dono di Dio da saper accogliere.

Elisabetta Santamaura (Bettina)

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Se facciamo un salto nei luoghi dove è iniziata la vita di Teresa Maria della Croce, a Campi Bisenzio (FI), possiamo conoscere i passi della sua avventura con Dio. Al Conventino c’è l’inizio, la scelta di avere un rapporto esclusivo e totale con Dio.

E il nostro cuore per chi è fatto? A chi desideriamo donare tutta la capacità d’amore che è nel nostro cuore?

Nella cappella di San Giusto, ella coltiva il suo rapporto personale con il Signore, e in ascolto della sua voce, discerne i passi del cammino:

che cosa vuoi che io faccia? Cosa vuoi che io diventi? 

Nella stanza dove è vissuta notiamo una grande sobrietà ed essenzialità che rivela la scelta del cuore: l’amore di Cristo, che desidera tenere stretto a sè, vivere in intimità con Lui.

Nella stanza dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita, ha vissuto la consegna totale di se stessa nell’amore, attraversando lo spogliamento e il dolore della malattia, e crescendo nella fiducia e nell’abbandono a Colui che l’aveva scelta come Sposa.

E noi come attraversiamo i deserti e le difficoltà della nostra vita? 

Questi piccoli squarci nella vita di Beata Teresa Maria della Croce, rivelano che la santità è un dono che ciascuno può cogliere a piene mani, senza dover aspettare grandi occasioni per diventarlo. La vita, così com’è, anche quando anonima e nascosta, è occasione di santità, ovvero di unione con Dio, che abita in noi e in ogni istante del nostro tempo.

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18 novembre 2023: solo a pensare a quel giorno, il mio cuore trabocca di gratitudine e gioia: era il giorno della mia professione perpetua, il giorno del mio sì per sempre al Signore, mio Sposo.

Prima della celebrazione, avvenuta nella nostra Cattedrale in Egitto, mi rendevo conto che tutto in me era particolarmente connesso con il Signore, stavo alla Sua Presenza mentre mi preparavo. Ero molto felice e parlavo con Lui continuamente. È stata questa la Grazia più grande, che mi ha reso molto serena e mi ha dato pace interiore. Non posso negare, né dimenticare che anche lungo il cammino di preparazione, ho ricevuto sempre “Grazia su Grazia” ad ogni passo; pertanto, la gratitudine mi ha fatto gustare ogni particolare di questo giorno e mi ha aiutato a viverlo in pienezza: la grande gioia della vocazione, le tante emozioni che si intrecciavano tra loro, la folla di pensieri che ronzava nella mia testa … e che dire? Sono profondamente grata e riconoscente per il dono di Dio: “tutto quello che è in me, benedica il suo santo nome.” (Sal 103)

Pochi minuti prima della celebrazione sono scappata in cappella e mi sono fermata a guardare sorridente il tabernacolo ripetendo la frase che avevo scelta come risposta all’appello dalla madre durante la Messa: “Eccomi, sono tutta tua. Nata per te, vivo per benedirti in ogni tempo.” Ogni parola dice tanto del mio vissuto e del mio cammino lungo il tempo di formazione.

Eccomi: è la parola di Maria, Madre di Gesù e modello della vita consacrata, alla quale guardo con molta stima. Desidero imitarne la docilità nel realizzare e incarnare la Volontà di Dio nella mia vita.

Sono tutta tua: è un modo per esprimere il mio abbandono totale al Signore, la mia disponibilità ad accogliere tutto e la prontezza nel mettermi completamente a sua disposizione. Volevo dirgli che tutto ciò che sono e possiedo, lo restituisco a Lui, perché faccia ciò che vuole con molta libertà.

Nata per te: io credo e sono convinta di essere nata per diventare sposa di Cristo seguendo la spiritualità carmelitana, di cui sono molto innamorata.

Vivo per benedirti in ogni tempo: qui è racchiuso tutto il mio desiderio. Ho voluto aggiungerlo, anche se ha allungato la frase, proprio perché sono parole molto importanti e preziose. Non solo sono parole che mi hanno accompagnato nei giorni più difficili della mia vita, ma sono state per me come il respiro che mi dava vita e speranza, erano la preghiera del cuore che mi univa al Signore. Infatti il desiderio più profondo che mi abita è di continuare a benedirlo e ringraziarlo in OGNI tempo e per sempre. Non voglio smettere mai di lodarlo e di amarlo, sia nelle circostanze facili, che in quelle difficili e in quelle che sembrano impossibili da affrontare. Questo significa che il mio amore per il Signore non dipende dalla mia condizione di vita, né dalle circostanze. Io amo il Signore perché Lui mi ha amato per primo e merita il mio amore. Dunque non mi importa se fuori “piove ed è grigio”, perché dentro di me c’è il Sole che scalda il mio cuore.

Sono molto consapevole della mia debolezza e delle mille volte al giorno in cui tradisco questa mia promessa di amarlo, ma conto sempre sulla Sua fedeltà perché “La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; non temerai i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno.” (Sal 90) Perciò nessuna notte, né il buio, mi fanno paura e neanche la mia fragilità mi spaventa perché: “Il Signore completerà per me l’opera sua” (Sal 137). Sono fiduciosa e abbandonata nelle sue mani perché “Tutto concorre al bene” (Rom 8,28).

Ho gustato ogni parola e ogni gesto della Celebrazione, che è stata un momento intenso di preghiera. Le parole non bastano per spiegare quanta grazia e benedizione ho ricevuto in quel momento.

“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo” (Sal 115): davvero il Signore è stato, è e sarà molto generoso con me. Io non ho altro da fare che cercare di amarlo con tutto il cuore in modo casto, obbediente e povero, custodendo sempre il mio rapporto personale e intimo con Lui. Prego perché altre anime possono toccare questa felicità e sperimentare l’amore grande con cui ci ama il Padre, che ha dato suo Figlio in riscatto per tutti. Voglio dire che vale la pena seguire Gesù in questo modo esclusivo che è la vita consacrata!

Sr Dina della Santa Famiglia

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La vita consacrata è bella. È bello appartenere a Cristo. Ed è bello appartenergli in una famiglia religiosa. Con cuore pieno di pace e riconoscenza, ho dunque rinnovato i voti religiosi, questa volta, per sempre. Ammetto che ci vuole audacia per compiere una scelta per sempre, che mi sono dovuta sbilanciare verso un terreno insicuro, non conosciuto, che mi faceva paura. Perché nessuno sa, cosa sarà. La leva su cui ho fatto forza per compiere questo salto, è stata una rilettura del percorso fatto fino a questo momento. Un cammino, nel mio caso, fatto sicuramente di determinazione e tenacia. Ma ero arrivata ad un punto in cui tutta la buona volontà non mi era sufficiente per proseguire. È stato il momento della crisi. Quel punto in cui tocchi il fondo e arrivi all’essenziale, e come si dice, o la va o la spacca. Allora percepivo quel tempo come un grosso buco nero. Ora lo considero come una svolta, una benedizione. È stato il momento favorevole per entrare finalmente in contatto con me stessa, con le mie zone d’ombra e di luce. Quel momento che ha attivato un lavoro interiore, di consapevolezza, guarigione, accoglienza, con tutta la sua componente di fatica e dolore, ma non solo. Il Signore sembrava rimettere insieme i pezzi della mia interiorità un po’ spaccata, che poi rendeva difficili anche le mie relazioni. Parlo di momento, ma forse sarebbe più corretto parlare di un processo che era maturato al suo culmine. E il tempo della mia più grande fragilità, si è rivelato quello della più grande forza, che ora sostiene la mia scelta, per cui ora posso andare incontro al mio futuro con serena fiducia.

La chiave mi sembra proprio questa: entrare, finalmente entrare in questo spazio interiore, seppure confuso o dolorante. Concedermi il tempo per restarci, per prenderne contatto, per lasciare che il Signore vi posi il suo sguardo e la sua azione amorevole. Questo rapporto così personale con il Signore e me stessa, è stata la grande chiave per una progressiva riconciliazione, che si rinnova di giorno in giorno. Convertire lo sguardo interiore, lasciando spazio a quello di Dio, ha poi convertito anche il mio sguardo sugli altri e sulla realtà che vivo. Questo è ora il mio più grande punto di forza. So che se in futuro mi troverò in momenti di aridità, difficoltà o conflitto, questo spazio interiore e questo rapporto intimo con il Signore sarà il luogo dove attingere perdono, riconciliazione, speranza, forza, capacità di amare.

Ma non è finita qui: a guidarmi, accompagnarmi e sostenermi in questo cammino sono state numerose persone che il Signore mi ha posto accanto. Il mio cuore è pieno di riconoscenza

per loro. Suore, sacerdoti, amici, compagni di studio, persone in ricerca, assetate di Dio. So che la Chiesa è l’altro grande punto di forza. La comunità, la fraternità, ovvero tutti quei rapporti personali che il Signore mi dà la grazia di intrecciare e con cui posso crescere insieme.

Preghiera e fraternità, i due pilastri che mi sostengono, e di cui il Signore mi chiede a mia volta di prendermi cura: curare il rapporto con Dio, dedicandogli tempo e il silenzio necessario per il nostro incontro, e curare i rapporti, per costruire la Chiesa.

La vita consacrata è bella. La vita in compagnia del Signore e dei fratelli e sorelle è davvero bella. Dunque, “Eccomi, Signore, si compia in me la tua Parola”. E ancora, citando la Seconda Lettera ai Corinzi: “se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”. (2Cor5,17-18)                                                                             Sr Marta del Verbo di Dio

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Ho cantato con Maria il Magnificat nel giorno della professione perpetua, quando ho annunciato il mio Sì per sempre al Signore, a questo amore che mi ha spinto ad andare sempre avanti, a non lasciarlo mai, ed a proseguire il mio cammino fino ad arrivare a questo giorno indimenticabile.

Davvero grandi cose ha fatto in me il Signore! Con gratitudine faccio memoria del mio incontro con Gesù, mio Maestro: anche se frequentavo la chiesa, ero catechista (anche … brava, mi dicevano), non lasciavo a Dio lo spazio per entrare in profondità dentro di me, e non avevo la capacità di ascoltarlo e lasciarlo parlare, perché nella preghiera e nei miei impegni, ero sempre io a parlare.

È arrivato il giorno opportuno, però: una delle suore presenti a Dronka in quel periodo ci ha proposto di fare sosta con il Signore, cioè di stare in silenzio davanti a Gesù Eucaristia, per mezz’ora; sono passati i primi dieci minuti e ogni tanto guardavo l’orologio, il tempo non passava mai, e mi sembrava che fosse passata più di mezz’ora, e dicevo ame stessa: che noia!

Da quel giorno, ripetendo questa esperienza, ho iniziato a capire che è davvero necessario lasciare spazio a Dio che parla, soprattutto quando facciamo l’adorazione eucaristica, di fronte alla sua Presenza viva.

E così, ho incominciato a cercare ogni tanto tempo per andare a pregare, per stare con Gesù, perché ho gustato la bellezza, la pace dello stare con Lui; è diventato il mio amico, al quale raccontavo tutto (e con cui anche ogni tanto mi arrabbiavo!).

Ringrazio la mia famiglia perché mi ha insegnato e abituato fin da piccola a frequentare la chiesa, ad andare per qualche giorno agli esercizi spirituali, a trovare qualche momento di preghiera personale, e anche ringrazio, per questo, la comunità parrocchiale.

Dopo un po’ di tempo di esperienza intima con Dio che, come dice santa Teresa, consiste nello “stare con chi sappiamo che ci ama”,  ho scoperto che il cammino della preghiera non è sempre semplice, perché comporta anche una lotta con le tante voci che abbiamo dentro di me; Pian piano, ha iniziato a risuonare spesso in me questa frase: “Mariam, Tu mi appartieni”; il mio padre spirituale mi ha aiutato tanto a distinguere la voce di Dio in mezzo alle altre voci, e a dialogare con la mia famiglia di quello che sentivo, e alla fine ho risposto: “Signore, sono tutta tua!”.

Durante il lungo cammino che mi ha portato ad essere sposa di Cristo, ho toccato sempre la presenza del Signore: da quando ho lasciato l’Egitto fino dal giorno della professione perpetua, cioè il giorno del mio matrimonio spirituale, ho vissuto una gioia che riempie il cuore, perché ero consapevole che, con i miei limiti le mie fragilità, non ce l’avrei mai fatta senza la Grazia del Signore.

Quel giorno, attorno a me era tutta la mia famiglia, e soprattutto il mio papà che mi guardava dal cielo e faceva festa lì, e la mia famiglia religiosa, e amici e colleghi di lavoro… E poi, un altro dono grandissimo: la professione è stata presieduta dal nostro vescovo Daniele, il mio padre spirituale, proprio lui che aveva accompagnato dalla nascita la mia vocazione.

Ringrazio il Signore per questo dono speciale, e desidero con il suo aiuto di essere sposa fedele e perseverante nel rispondere all’amore infinito dello Sposo, e di fissare lo sguardo su di lui, il centro della mia vita.

Sr Mariam di Gesù Maestro

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Il 15 luglio alle 19:00, nella chiesa della nostra casa madre a Campi Bisenzio, abbiamo celebrato la Messa Solenne presieduta da S. E. Stefano Manetti, Vescovo di Fiesole, per ringraziare il Signore per la sua fedeltà e per il dono del carisma affidato alla nostra Beata Madre 150 anni fa.
“Andiamo a farci sante! Povere e umili, di noi avrà cura il Signore.” Sono le parole pronunciate dalla B. Teresa Maria della Croce il 15 luglio 1874. Siamo pienamente grate al Signore per la storia che ha scritto con la nostra famiglia religiosa e per tutte le sue meraviglie che continuano fino ad oggi …

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“Io sono di Gesù e voglio essere di Gesù” così diceva la nostra fondatrice B.Teresa Maria della Croce “Bettina”.

Sr Nilma di Gesù ha così rinnovato i voti nella cappella della nostra comunità a Macapá – Brasile.

Accompagniamo il suo sì con intensa preghiera e ricordiamo tutti i cuori che sono in ricerca vocazionale perché siano generosi nel seguire Gesù Cristo povero, casto ed obbediente.

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