Le notizie dalla nostra comunità di Dronka (diocesi di Assiut) in Egitto sono molto ricche di attività e volti di ogni età. Le foto che catturano alcuni momenti di catechesi, preghiera e condivisione mostrano una partecipazione di bambini, ragazzi e adulti sempre molto numerosa, che parla di una Chiesa viva, feconda, forte nella fede e nella speranza.
Gioire nella speranza: è il ritiro per i ragazzi delle superiori e i loro catechisti della diocesi di Assiut. Un ritiro fatto di silenzio e nella meditazione della Parola di Dio. Ogni ragazzo è stato accompagnato personalmente, vi sono stati momenti di adorazione, esame di coscienza e discernimento tra il bene…e il bene maggiore!
Giriamo in tutte le parrocchie incontrando i ragazzi delle superiori, affrontando temi a loro più vicini, come quello dell’amore: cos’è l’amore vero? Come posso capire se quello che vivo è un amore vero o no?
La parrocchia di Dronka in cui siamo presenti ha organizzato inoltre una scuola materna per bambini dai 3 anni (mentre la scuola pubblica accoglie solo a partire dai 5 anni). I bambini hanno bisogno di una figura che stia loro vicini e che li educhi. La comunità offre loro non solo un riferimento educativo, ma anche esercizi di psicomotricità, una regola giornaliera di piccoli riti quotidiani che li aiuteranno nel passaggio alla scuola primaria e un’introduzione alla preghiera e al rapporto con Dio. Nelle foto è possibile vedere il progetto di quest’anno: i bambini sono andati da un sarto dove hanno visto come si prendono le misure, si taglia un tessuto e si cuce un abito da uomo.
In parrocchia è nato inoltre un gruppo per bambini e persone con disabilità. I bambini disabili hanno bisogno soprattutto di affetto e pazienza. Suor Mariam ci dà la sua testimonianza personale: “entrando in questo gruppo ho ritrovato me stessa, ho imparato da loro la semplicità di amare gratuitamente, la gioia di un sorriso”. E’ un servizio fatto di gesti di cura, incontro e gioco. Questi momenti sono un aiuto affinchè i ragazzi possano ogni tanto uscire dal loro ambiente e vedere posti diversi, vivere esperienze di socialità e di preghiera. Questo ha aiutato la comunità parrocchiale stessa a conoscere e ad accogliere le persone con disabilità.

La comunità vive ora il tempo dell’Attesa in preparazione al Natale, sotto il segno della Speranza: è il tema che ora accompagna anche le famiglie della nostra parrocchia.

I ragazzi, oltre ai momenti di preghiera e adorazione, stanno vivendo anche momenti di servizio e carità rivolti a ragazzi disabili e alle persone anziane. Noi suore andiamo a visitare persone e famiglie che sono in difficoltà, che vivono un lutto.






































Penso che Dio abbia inventato noi persone consacrate, come tutti gli altri credenti, per portare la luce del Vangelo a modo nostro nei diversi tempi, culture, luoghi, situazioni in cui viviamo: per essere infine quella stessa luce. Siamo qui per mostrare che la ricerca di Dio è assolutamente essenziale e che questa ricerca dà un centro a tutte le altre “ricerche”: il bisogno e il desiderio di Dio è come un centro di gravità, senza il quale ci disintegreremmo e ci frantumeremmo in un universo di desideri, bisogni, pensieri, emozioni…
Ma per certi versi nei nostri conventi non siamo diversi da qualsiasi altro credente – in fondo, vogliamo tutti seguire Cristo. Abbiamo tutti bisogno di abbandonarci alla corrente d’amore che ci anima, ci attraversa e continua ad animare il mondo in cui Dio ci ha posto. Non siamo molto diversi nelle nostre relazioni interpersonali: viviamo i nostri drammi individuali e sociali e spesso non sappiamo affatto vivere insieme come vorremmo, ci feriamo a vicenda, deludiamo le nostre aspettative e quelle degli altri, sappiamo esattamente cosa dovremmo fare ma non lo facciamo… Siamo fragili e miserabili come qualsiasi altro essere umano, nonostante i nostri voti di castità, povertà, obbedienza… o qualsiasi cosa abbiamo scritto nei nostri ordini religiosi. Il più delle volte non siamo migliori delle altre persone, umanamente parlando. Vivere in una comunità religiosa a volte può essere, se non un inferno, almeno un purgatorio.
Dai primi secoli a oggi è vero che le persone consacrate ci sono per Dio e per gli altri: ma forse in modo diverso da come pensiamo. Consacrare la propria vita a Dio significa principalmente permettere allo Spirito di Dio di operare con me, di “disturbarmi” costantemente. Significa accettare di lasciare che lo Spirito mi conduca continuamente a uscire dalle mie certezze. Significa consentirgli di guarirmi affrontando il mio passato, le mie cadute, le mie paure, le mie tensioni interiori e integrandole nell’insieme della vita, affinché Dio, a cui nulla rimane nascosto, possa finalmente risplendere. Dargli tutto significa, a volte, raccogliere tutto
il mio coraggio e lanciarmi proprio nell’epicentro di ciò che temo di più. Essere religiosi, oggi, significa accogliere la chiamata alla lotta spirituale, non tirarsi indietro e persistere in essa con la speranza che tutto vada bene. Siamo nelle mani di Dio.
na scelta per sempre, che mi sono dovuta sbilanciare verso un terreno insicuro, non conosciuto, che mi faceva paura. Perché nessuno sa, cosa sarà. La leva su cui ho fatto forza per compiere questo salto, è stata una rilettura del percorso fatto fino a questo momento. Un cammino, nel mio caso, fatto sicuramente di determinazione e tenacia. Ma ero arrivata ad un punto in cui tutta la buona volontà non mi era sufficiente per proseguire. È stato il momento della crisi. Quel punto in cui tocchi il fondo e arrivi all’essenziale, e come si dice, o la va o la spacca. Allora percepivo quel tempo come un grosso buco nero. Ora lo considero come una svolta, una benedizione. È stato il momento favorevole per entrare finalmente in contatto con me stessa, con le mie zone d’ombra e di luce. Quel momento che ha attivato un lavoro interiore, di consapevolezza, guarigione, accoglienza, con tutta la sua componente di fatica e dolore, ma non solo. Il Signore sembrava rimettere insieme i pezzi della mia interiorità un po’ spaccata, che poi rendeva difficili anche le mie relazioni. Parlo di momento, ma forse sarebbe più corretto parlare di un processo che era maturato al suo culmine. E il tempo della mia più grande fragilità, si è rivelato quello della più grande forza, che ora sostiene la mia scelta, per cui ora posso andare incontro al mio futuro con serena fiducia.
La chiave mi sembra proprio questa: entrare, finalmente entrare in questo spazio interiore, seppure confuso o dolorante. Concedermi il tempo per restarci, per prenderne contatto, per lasciare che il Signore vi posi il suo sguardo e la sua azione amorevole. Questo rapporto così personale con il Signore e me stessa, è stata la grande chiave per una progressiva riconciliazione, che si rinnova di giorno in giorno. Convertire lo sguardo interiore, lasciando spazio a quello di Dio, ha poi convertito anche il mio sguardo sugli altri e sulla realtà che vivo. Questo è ora il mio più grande punto di forza. So che se in futuro mi troverò in momenti di aridità, difficoltà o conflitto, questo spazio interiore e questo rapporto intimo con il Signore sarà il luogo dove attingere perdono, riconciliazione, speranza, forza, capacità di amare.
La vita consacrata è bella. La vita in compagnia del Signore e dei fratelli e sorelle è davvero bella. Dunque, “Eccomi, Signore, si compia in me la tua Parola”. E ancora, citando la Seconda Lettera ai Corinzi: “se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”. (2Cor5,17-18) Sr Marta del Verbo di Dio
























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